Mantovani nel Mondo                    

      News 

GIORNO DEL RICORDO
SESSANT'ANNI DI SILENZIO SULLE FOIBE –
DI EGIDIO TODESCHINI

Dopo la Giornata della Memoria (30 gennaio), quella del "Ricordo" (10 febbraio). Per non dimenticare, per onorare le decine e decine di migliaia di Italiani che tra il 1943 e 45 furono uccisi e gettati nelle fosse carsiche dell'Istria e della Venezia Giulia. Per restituire dignità alle centinaia di migliaia di profughi che, in quegli anni, per sfuggire alla mattanza, si rifugiarono in Italia ove furono accolti con sospetto e a volte con ostilità.
È stata voluta solo l'anno scorso, la Giornata del Ricordo, e già quel "solo" lascia sconcertati: possibile che ci siano voluti più di 60 anni per decidere di rendere omaggio a quelle vittime dell'ideologia, del nazionalismo sfrenato, dell'odio? Fu istituita, nel marzo 2004, dal Parlamento su proposta governativa ed approvata a maggioranza quasi totale. Anche quel "quasi" lascia sgomenti: possibile che ci siano ancora nostri rappresentanti, sia pure in piccola schiera, che non sentono il bisogno di fare uscire dall'oblio quella pagina tragica e dolorosa della nostra storia?
Ricordare. Ma come si fa a ricordare qualcosa di cui non si sa nulla o quasi; di cui per decenni non si è voluto parlare e di cui, quando se n'è recentemente parlato, è stato più per polemizzare su un film televisivo ("Il cuore nel pozzo", il primo sull'argomento peraltro) che per informare sui fatti? Come si fa a ricordare, anzi a sapere, se sui dizionari, perfino nelle Enciclopedie, alla parola "foiba" si trova solo il significato geologico di "fossa, cavità carsica, voragine", e neanche un accenno alle vittime che vi morirono in quegli anni? Come fanno i giovani a conoscere, valutare, onorare e trarre insegnamento da quella barbara infamia, se sui libri scolastici quel biennio sanguinoso e crudele o non è citato o è riassunto in poche righe dalle quali non è possibile né comprendere i motivi della strage né individuarne i responsabili né appurarne la reale entità?
Qualcuno, anche storici di chiara fama come Sergio Romano, spiega che, alla base di così lungo ed ingiustificato silenzio, ci sia stato un motivo di strategia politica ben preciso: non irritare Tito che, avendo prese le distanze dall'Urss, poteva essere alleato comodo nella Guerra Fredda al comunismo sovietico. È probabile, ma non tranquillizzante. Direi di più: è allarmante pensare che, per interessi esclusivamente politici, si possano consegnare all'oblio i Morti innocenti. Tuttavia, non deve essere l'unica causa. Altrimenti non si spiegherebbe perché non si sia mai smesso di legittimamente stigmatizzare gli orrori del nazismo, ma non si sia contemporaneamente dato il giusto peso storico ai tanti milioni di dissidenti, o presunti tali, fatti fuori dai sovietici.
Sarà un caso ma, ancor oggi, 15 anni dopo la fine della Guerra Fredda, a navigare su Internet si scopre che ai "lager" sono dedicate qualcosa come 178.000 pagine che scendono a 38.700 per le Foibe e si riducono ulteriormente a 31.600 sui "gulag". È solo un caso se si continua ad imputare l'eccidio giuliano-istriano-dalmata ai soli "Titini"; se si omette sempre di definirli "comunisti"; se non si parla mai dell'aiuto loro offerto dai nostri partigiani "rossi"? Ed è solo un caso se ancora oggi s'insiste, per spiegarne le cause, sulle rivendicazioni nazionalistiche o sulla legittima rivalsa di un popolo, quello Slavo, fino ad allora vittima delle efferatezze nazi-fasciste? Come se l'ideologia marxista non vi avesse giocato il suo ruolo.
Non è questo il luogo per una lezione di storia che pure s'imporrebbe: chi vuole, potrebbe informarsi o rinfrescarsi i ricordi su Internet (www.Google.it e poi cercare "Foibe"). Qui basta ricordare che l'eccidio si compì soprattutto in due momenti: il primo nel '43 ad opera del Movimento resistenziale sloveno-croato ed italiano, il secondo nel 45 nella regione della Venezia Giulia "liberata" dalle forze di Tito, arrivate prima degli Alleati. E basta dire che le Foibe nelle quali i nostri Italiani furono gettati, a volte ancora vivi, sono ben 25, non tutte facili da esplorare; che, proprio per questo, il numero dei Morti è ancora impreciso e forse lo sarà per sempre; che la maggior parte di essi, compresi vecchi, donne e bambini, avevano la sola colpa di essere Italiani. E che, a distanza di dodici lustri, i profughi aspettano tuttora, a dispetto del Trattato di Osimo, il risarcimento dei danni materiali: perdita di case, terreni o altro, subìti a causa della fuga precipitosa ma salvifica.
Ma se, per ricordare, occorre prima sapere, per non trasformare una giornata della pietà in un'ulteriore pagina di strumentalizzazione politica, infarcita di retorica, polemiche, addebiti e ritorsioni, bisogna soprattutto avere il coraggio di riconoscere i propri errori, di assumersene le responsabilità morali, di non trincerarsi dietro mezze verità, di saper recitare il mea culpa e di smetterla di valutare l'efferatezza di un crimine in base al colore politico di chi se n'è macchiato, al numero delle vittime o ai motivi che hanno armato la mano omicida.
Non bastano un minuto di silenzio o una corona di fiori se a tali gesti simbolici si affiancano discussioni che non aiutano a spegnere gli odi. Non bastano, se si fa ammenda solo della coltre di silenzio stesa per sessant'anni su una pagina di storia nazionale, senza chiedersi perché e da chi è stata stesa. E se si continua a trincerarsi dietro i distinguo sul divario numerico degli eccidi e sulle cause, ideologiche piuttosto che razziali, che li hanno determinati. Ricordare deve essere un dovere morale. Sentito per spirito di giustizia e di umanità, non per imposizione di legge. E per diventare finalmente liberi dai pregiudizi e dall'odio di parte. (egidio todeschini\aise)

Mantovaninelmondo© 1999-2005
All rights reserved

 liberatiarts© Mantova Italy