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VOTO REGIONALE ED ITALIANI ALL'ESTERO
EDITORIALE DI DANIELE MARCONCINI

L'approssimarsi dell'appuntamento elettorale per il rinnovo dei Consigli Regionali previsto per il 3-4 aprile prossimo dovrebbe spingere il mondo dell'emigrazione ad interrogarsi sul rapporto istituzionale attualmente esistente tra le Regioni e le nostre Comunità all'estero.
Un rapporto generalmente tenuto con i pochi addetti ai lavori, quasi mai direttamente con i consiglieri e gli assessori regionali avendo essi delegato la questione alle poche Consulte funzionanti.
Non dobbiamo quindi stupirci se nei programmi elettorali le tematiche degli italiani nel mondo rimangono nell'oblio o se vengono dedicate ad esse solo poche righe spesso generiche, quasi di circostanza.
Si potrebbe obbiettare che non essendo coinvolti nel voto gli italiani all'estero, questi non abbiamo grandi motivi per appassionarsi a tali elezioni. Eppure mai come in questo momento, servirebbe invece avere una grande attenzione su chi verrà eletto e sulla sua sensibilità alla tematica, essendo vitale costruire un rapporto istituzionale al fine di creare quella legislazione di riferimento, tanto necessaria quanto auspicata per dare normative di sostegno alle esigenze dei nostri connazionali nel mondo.
Ho citato recentemente al CGIE la questione degli Statuti regionali come elemento prioritario per riconoscere diritti e doveri dell'italiano all'estero per tematiche importanti quali la salute, la sicurezza sociale, il sostegno all'impresa e altro, per aprire infine, un dibattito sul possibile voto amministrativo regionale e sulle forme di partecipazione alla vita istituzionale locale (attualmente sviluppato con grande prudenza solo dalla Regione Friuli Venezia Giulia).
Vorrei quindi soffermarmi ed analizzare quali scenari istituzionali occorrerà affrontare per poter parlare di partecipazione alla vita regionale degli italiani all'estero.
Occorre subito premettere che chi prometterà ai nostri connazionali tempi brevi per il diritto al voto amministrativo alle future elezioni regionali, lo farà o con demagogia o senza cognizione di causa.
Per capire la questione del voto occorre partire dagli Statuti Regionali alla cui elaborazione ed approvazione è stata dedicata con tempi lunghissimi di approvazione gran parte delle legislature regionali 2000-2005. Questo in larghissima misura per volontà dei Consigli Regionali impegnati a stemperare ed ammorbidire il principio contenuto nella Legge costituzionale n.1 del 1999. Un principio secondo cui la caduta del Presidente della Giunta sia se provocata da un voto di sfiducia sia da vicende personali, trascina con sè il Consiglio Regionale, tenendo presente che tutti i Consigli regionali hanno conclusivamente scelto la forma di governo che mantiene l'elezione diretta del Presidente della Regione. Un vincolo quindi indissolubile.  Al momento attuale risultano approvati ed entrati in vigore lo Statuto della Puglia (legge 12 maggio 2004, n. 4), della Calabria (legge 19 ottobre 2004, n. 25) e del Lazio (legge statutaria 11 novembre 2004, n. 1). Sono stati approvati in seconda deliberazione dal Consiglio regionale e impugnati davanti alla Corte costituzionale, lo Statuto della Toscana, dell'Umbria, dell'Emilia Romagna, dell'Abruzzo e della Liguria: sui primi tre la Corte costituzionale si è pronunciata rispettivamente con le sentenze nn. 372, 378 e 379 del 2004.
Risultano approvati in seconda deliberazione lo Statuto del Piemonte e delle Marche, mentre è stato deliberato in prima lettura lo Statuto della Campania. Il procedimento è invece fermo in Basilicata, Veneto, Lombardia e Molise (Regione, quest'ultima, dove non si vota nel 2005).
Sulla legge elettorale, invece, l'interesse è stato tardivo: solo nel luglio 2004 è stata promulgata la legge quadro richiesta dall'art. 122, comma 1, Cost. e l'unica Regione, ad oggi, ad aver approvato una nuova legge elettorale è la Toscana (legge reg. n. 25 del 2004).
A tutt'oggi, dunque, il quadro normativo per le elezioni regionali è fornito dalla legge n. 108 del 1968, dalla legge n. 43 del 1995 (il c.d. Tatarellum), dall'art. 5, comma 1, della legge cost. n. 1 del 1999 e dalla legge n. 165 del 2004. Da un punto di vista costituzionale si devono citare poi le sentenze della Corte costituzionale nn. 196, 201 del 2003, 2, 378 e 379 del 2004.
Cosa comporta tutto questo? Significa che le Regioni che volessero legiferare in materia elettorale magari prevedendo il voto amministrativo per corrispondenza per i propri corregionali all'estero o la costituzione di una sorta di collegio extra-nazionale avrebbero immediatamente imponenti problemi giuridici che amministrativi.
Questo vale sia per le Regioni che sono in attesa attesa di promulgare gli Statuti che quelle che li hanno già approvati. Nel primo caso di Regioni prive di Statuti, la sentenza della Corte Costituzionale n.196 del 2003 stabilisce spazi assai esigui per una legislazione elettorale regionale in assenza dell'approvazione di un nuovo Statuto regionale, potendo le Regioni modificare le leggi statali vigenti solamente per aspetti di dettaglio e quindi confermando l'elezione del Presidente, la dimensione del listino (cioè quei candidati eletti automaticamente con il Presidente vincitore delle elezioni), o le modalità di distribuzione dei seggi tra le Province.
Sulla base del principio di continuità, in queste Regioni si voterà quindi applicando la legislazione vigente.
Per quanto riguarda le Regioni che hanno già promulgato lo Statuto si porrà invece il problema di come procedere ad una approvazione della legge elettorale regionale, considerato che la Corte Costituzionale ha già stabilito che la Regione può disciplinare la materia elettorale effettuando un recepimento dei testi nazionali che comporta nei fatti, l'impossibilità di esimersi dal rispettare i principi fondamentali dettati dalla legge n. 165 del 2004.
Questo comporta che le Regioni dovrebbero adeguare lo Statuto ad una legislazione nazionale non ancora stabilizzata, verificato l'attuale clima politico, con complicati problemi di allineamento legislativo, in cui non mi addentro, per garantire un numero sufficiente di consiglieri come premio di maggioranza per poter ottenere un "livello di sicurezza" per la governabilità. Una situazione per farla breve che in assenza di apposite modifiche da parte del legislatore regionale e dell'emanazione di una legge quadro nazionale, porterebbe ad applicazioni con palesi violazioni dello Statuto, conducendo potenzialmente ad un numero di consiglieri superiore rispetto a quelli previsti da quest'ultimo.
Problema ancor più delicato per quelle Regioni che vorranno dotarsi di una legge elettorale regionale totalmente nuova, Pare da escludere che le Regioni possano autonomamente individuare e disciplinare gli organi chiamati a gestire il procedimento elettorale, individuando soggetti diversi da quelli previsti dalla legislazione nazionale. Inoltre le Regioni non dispongono delle competenze e delle strutture adeguate ad organizzare e a gestire autonomamente il procedimento elettorale.
A chi legge le conclusioni per capire quanta strada si dovrà percorrere tra il dire e il fare sul voto amministrativo per gli italiani all'estero. Concludo esponendo il meccanismo del voto regionale lombardo per far comprendere quanto sarebbe complesso inserire quello di residenti all'estero, se non dovesse esserci una fortissima volontà politica e un chiaro disegno istituzionale.
L'elezione del Consiglio regionale Lombardo avviene con un sistema misto (proporzionale con premio di maggioranza variabile) per permettere alla coalizione vincente, in ogni caso, di disporre in Consiglio regionale di una maggioranza di seggi non inferiore al 55% o al 60% del numero complessivo di seggi assegnati.
Il meccanismo dell'attribuzione dei seggi con il sistema proporzionale prevede che non ottenga alcun seggio il gruppo politico che a livello regionale ha ottenuto meno del 3% dei voti validi a meno che faccia parte di una coalizione che in ambito regionale ha superato il 5%. Da qui la proliferazione di molte liste "civetta".
I candidati vengono eletti sulla base dei voti di preferenza ottenuti nelle "liste provinciali".
Viene eletto Presidente della Regione Lombardia il candidato a capo della coalizione che ha ottenuto più voti in ambito regionale. Il candidato presidente si presenta all'elettorato anche con una lista "bloccata" composta al massimo da 16 esponenti politici (il listino). Questi non ottengono voti di preferenza personali ma vengono eletti consiglieri regionali se il loro capolista vince le elezioni.
In base ai voti ottenuti in ambito regionale, possono essere eletti i primi 8 della "lista regionale" oppure tutti i 16 componenti.

Le ipotesi principali sono:

  • la percentuale dei seggi conseguiti dalle "liste provinciali" collegate alla "lista regionale" vincente è pari o superiore al 50%. In questo caso vengono eletti i primi 8 nominativi presenti nella "lista regionale" in modo tale che la rappresentanza della maggioranza in Consiglio regionale disponga del 60% dei seggi (il caso verificatosi con le elezioni regionali del 2000). I restanti 8 seggi vengono ripartiti tra le liste provinciali non collegate alla lista regionale vincente ( "premio di minoranza").
     
  • la percentuale dei seggi conseguiti dalle liste provinciali collegate alla lista regionale vincente è inferiore al 50%. In questo caso tutti i 16 nominativi del "listino" vengono assegnati alla lista regionale vincente.
     
  • Quest'ultima ripartizione può però non essere ancora sufficiente al raggiungimento delle percentuali "di governabilità" previste dal legislatore. Ecco allora che se la percentuale dei voti ottenuta dalla lista regionale vincente è inferiore al 40% e il totale dei seggi conseguiti è inferiore al 55% dei seggi disponibili in Consiglio regionale, alla lista regionale vengono attribuiti i seggi necessari al suo raggiungimento. Se la percentuale di voti è superiore al 40% e il totale dei seggi è pari o superiore al 55%, alla lista regionale vincente viene assegnata una quota di seggi che consenta alla maggioranza di raggiungere almeno il 60% dei seggi del Consiglio. In questi casi è possibile che il numero complessivo di consiglieri regionali superi le 80 unità.

    Semplice no? Dicono che sia un sistema "blindato" per la stabilità del governo regionale.

    Solo un appunto : in base a questo meccanismo le province di Sondrio e Lodi rischiano di non eleggere nessun consigliere regionale per l'esiguità del numero degli elettori.

    Sondrio con la Valtellina e la Valchiavenna sono una importante realtà dell'emigrazione lombarda, rappresentata ottimamente nell'ultima legislatura dal Consigliere regionale Marco Tam. Lodi se pur in misura minore rappresenta anch'essa il mondo dell'emigrazione lombarda, specialmente in Argentina e Brasile. Una ingiustizia che mi auguro venga sanata nella prossima legislatura.


    Daniele Marconcini

Fonti :

Sito Consiglio Regionale della Lombardia  http://www.consiglio.regione.lombardia.it/
Sito del Governo Italiano                      http://www.governo.it/
Sito della Gazzetta di Sondrio               http://www.gazzettadisondrio.it/
Beniamino Caravita di Toritto
Ordinario di istituzioni di diritto pubblico nella Facoltà di Scienze Politiche nell'Università "La Sapienza" di Roma
La legge quadro n. 165 del 2004 sulle elezioni regionali, Milano, Giuffrè, 2005
Nicolò Zanon
Ordinario di diritto Costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza Università degli Studi di Milano
La confusa battaglia per il Senato Federale Rivista Confronti n.3 - 2004 -Regione Lombardia


 

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