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Eredità Gesuitica e Colonizzazione Italiana del Nord della Provincia di Córdoba”
Prima Escursione di Cameratismo 2005 – Centro Lombardo di Córdoba

Eravamo un gruppo di 30 persone, Lombardi e amici. Siamo partiti di mattina dalla città di Córdoba e su due pulmini ci siamo diretti verso nord per visitare la città di Colonia Caroya dove c’è l’insediamento d’immigranti Friulani più importante della nostra provincia. Nella zona ci sono anche tre tenute Gesuitiche dichiarate nel 1941 Monumenti Storici Nazionali e nel 2000 Patrimonio dell’Umanità dall’Organizzazione delle Nazione Unite per l’Educazione la Scienza e la Cultura (UNESCO).
Dopo un’ora di viaggio e dopo aver percorso 44 chilometri lungo la strada nazionale nº 9 siamo arrivati nel posto anticamente chiamato dagli aborigeni “Caroyaya” o “Caroyapa” (“Faccia di Cuoio” o “Palla di Cuoio”) poi diventata la “Estancia di Caroya” cioè la “Tenuta di Caroya”.
L’odierna città di Colonia Caroya fu fondata da tre gruppi d’immigranti, la maggioranza proveniente dalla regione italiana Friuli-Venezia Giulia (Udine, Trieste, Gorizia e Pordenone) e pochi altri soggetti provenienti da altre provincie del nordest Italia ( dal Veneto: Vicenza, Treviso e Belluno). Loro arrivarono per colonizzare queste terre verso la fine del secolo XIX per disposizione dell’allora presidente dell’Argentina Nicolás Avellaneda.

Oggi questa prospera città della Provincia di Córdoba ha una popolazione di 20.000 abitanti circa ed è la manifestazione dello spirito del progresso italiano da cinque generazioni. La comunità fondata sul lavoro vanta l’identità Friulana ed è una delle espressioni più forti dell’immigrazione italiana in Argentina.
Caroya è famosa soprattutto per la coltivazione della vite e per la produzione vinicola regionale, attività iniziate dai Gesuiti e continuata nei secoli dai Friulani. Ogni anno questa città, capitale del ”Friuli nel mondo”, è sede d’importanti feste che ricreano le tradizioni degli immigranti italiani e attirano miglaia di visitatori argentini e stranieri: a febbraio la “Festa nazionale dell’orto-frutticoltura”, a Marzo la “Festa provinciale della vendemmia” e la “Festa nazionale della sagra”, a luglio la “Festa dei cibi tipici Caroyensi” ed ad ottobre la “Festa provinciale del salame casereccio”. La cartolina tipica della città è quella del Corso General San Martín, “la strada larga”, che è l’arteria principale. Questo bellissimo rettifilo, asse della vita cittadina, è costeggiato da 2437 esemplari di platani quasi centenari che con le loro fronde formano un ampio tunnel verde lungo 13 chilometri costituendo la strada alberata più lunga d’America. Ad una delle sue estremità si trova il “Monumento all’Immigrante” inaugurato nel 1978, nel centenario della fondazione. Questo gruppo scultoreo raffigura una coppia di coloni italiani appena arrivati con il loro caratteristico baule mentre scrutano l’orizzonte sconfinato della terra promessa che prendono in possesso. È da mettere in evidenza anche la bella Chiesa Parrocchiale, manifestazione della profonda fede della comunità immigrante, inaugurata nel 1896 e situata nel centro geografico della colonia. La chiesa fu eretta in onore della Vergine Maria Madre di Monserrat, Patrona di Colonia Caroya, per ringraziare il miracolo di guarigione che i coloni ricevettero da Lei nel 1887 dopo che convocati dal presbitero Giuseppe Bonoris tutti riuniti realizzassero un solenne voto per la terribile epidemia di colera che subiva la popolazione. Oltre l’altare dedicato al Vice Patrono Sant’Antonio di Padova ornano l’interno bellissimi affreschi che rappresentano le principali vicende che segnarono la storia della località e la vita degli immigranti. Nella decorazione di questo tempio ha partecipato attivamente il matrimonio Lombardo dei Parietti oggi appartenente al nostro Centro.
          
Dopo l’arrivo a Colonia Caroya abbiamo fatto la prima fermata nell’Estancia Casa di Caroya. Questa fu la prima tenuta creata da queste parti dalla Compagnia di Gesù nel 1616 e acquistata nel 1661 dal presbitero Ignazio Duarte Quirós, fondatore del Collegio Convitto di Nostra Signora di Monserrat della città di Córdoba. Duarte Quirós la donò nel 1687 ai primi proprietari, i Gesuiti, per sostenere economicamente quel collegio e per farne residenza estiva dei loro allievi. Dopo l’espulsione dei Gesuiti, avvenuta nel luglio 1767, la tenuta passò nelle mani della Giunta di “Temporalidades” che la destinò all’ordine dei Francescani. Fu fabbrica di armi bianche del Esercito dell’Indipendenza fra 1814 e 1816. Nel 1854 diventò proprietà del Governo Nazionale. Fu alloggio per i primi coloni Italiani che arrivarono nel 1878 alla stazione di Caroya per fondare la colonia dopo un lungo e faticoso viaggio in treno provenienti dal porto di Buenos Aires dopo aver attraversato l’oceano in bastimento dall’Italia all’America. Nel novembre 2000 l’UNESCO le conferì il titolo di “Patrimonio dell’Umanità”.
All’interno di quest’antica casa, appena arrivati e prima di iniziare la visita guidata delle stanze ci è stato servito un caffè con qualche dolcetto per combattere la fredda giornata autunnale.
La grande casa vero gioiello dell’architettura coloniale Cordobese, fu costruita secondo lo stile personale delle costruzioni gesuitiche impiegando materiali locali: legno di “algarrobo” (albero tipico dell’Argentina) per porte, finestre e trave; adobe (mescolanza di terra e paglia), mattoni e pietre per le mura, piastrelle e tegole spagnole fatte a mano, cancelli in ferro battuto. Nelle sue stanze si osservano in bella mostra: mobili d’epoca, artigianato americano, antichi atrezzi per le facende domestiche e per la lavorazione della terra e repliche delle armi che qui si producevano. Nella capella fatta tutta in pietra, si possono ammirare pregevoli immagini intagliate d’arte sacra. Inoltre sul luogo sono presenti un centro d’interpretazione e un museo multi-tematico dipendenti dalla Direzione di Patrimonio Culturale della Provincia di Córdoba.
 
Poi ci siamo recati nell’Estancia di Jesús María, situata a pochi chilometri e molto vicina al palcoscenico dove ogni anno si svolge il famoso “Festival Nazionale dei Domatori ed il Folklore”.
Abbiamo visitato questa tenuta sede del Museo Gesuitico Nazionale dal 1946 dove sono ospitate importanti collane d’arte, dalla storia locale e dalle antiche culture degli aborigeni che popolavano la regione. Attraverso l’affascinante percorso dei chiostri ripristinati ed immersi in un’atmosfera di antiche tradizioni abbiamo scoperto la vita e le abitudini della comunità religiosa che ci abitò. Il suo importantissimo patrimonio storico, la bellezza e l’armonia delle sue linee architettoniche, dei suoi mobili ed elementi decorativi fecero meritare a questa Estancia il titolo di Patrimonio dell’Umanità per il suo singolare valore testimoniale. Nelle sue camere si conservano pezzi di grande valore archeologico e storico: abbigliamento e immagini sacre, importante collane di numismatica, medaglie, porcellane, ceramiche e incisioni.
Questa tenuta fu il secondo nucleo produttivo del sistema organizzato dalla Compagnia di Gesù sin dal 1618 nelle terre denominate “di Guanusacate” (acqua morta o palude). Sua caratteristica, la produzione vinicola, si è prolungata nel tempo fino ai nostri giorni in tutta la zona. Nel secolo XVIII divenne un importante stabilimento dove si elaboravano i primi vini della provincia, fra cui il famoso “Lagrimilla” che fu esportato nella corte spagnola. Nello stesso complesso si possono ammirare: la Capella di San Isidro Labrador (San Isidoro l’Agricoltore) a navata unica voltata con importante cupola centrale ed elegante “espadaña” in pietra (tipo speciale di campanile) accanto alla sagrestia, la cantina, le rovine dei mulini, il “perchel” (deposito con degli attacapanni per i cuoi e la lana e per il magazzinaggio delle granaglie), il “tajamar” (laghetto artificiale usato come serbatoio d’acqua) e i canali per l’irrigazione.
  
In seguito è incominciata la seconda tappa della nostra gita che ci ha permesso di conoscere i prodotti tipici dell’enogastronomia di Colonia Caroya. Tutti quelli sono fatti dalle famiglie dei coloni ed i loro discendenti secondo le antiche ricette che portarono dal Friuli e fanno di questa località sinonimo della buona tavola italiana di Córdoba. Abbiamo fatto due fermate: la prima alla cantina “La Caroyense”, la più importante della città fondata dai primi Friulani arrivati nella zona, la seconda al salumificio “La Casona” gestito dalla proprietaria, la sig.ra Norma Londero, nipote di Friulani e Lombardi. In ogni stabilimento attraverso dei percorsi didattici abbiamo imparato sulle procedure e le tecniche relative per l’elaborazione tanto dei diversi tipi di vini quanto delle varietà dei salumi, insaccati, dolciumi e conserve dei prodotti agricoli della regione.
  
Nelle prime ore del pomeriggio siamo giunti al nuovo ristorante di cibi tipici “Macadam” appartenente alla tradizionale famiglia dei Prosdòcimo, emigranti Veneti. Nel salotto molto accogliente e riscaldati da un bel fuoco acceso nel magnifico focolare abbiamo goduto di un succulento pranzo italiano: salumi, formaggi, olive, ravioli con i funghi, agnolotti di zucca, tagliatelle col sugo e pesche sciroppate, tutto buonissimo e casereccio.

Poi ci siamo spostati verso la Casa Copetti, splendida villa costruita nel 1894 da Giovanni Bautista Copetti, il suo primo proprietario, proveniente da Gemona del Friuli. La casa fu fatta secondo lo stile tipico dell’architettura rurale del nord Italia e oggi è sede del Museo Permanente della Friulanità di Córdoba appartenente al Centro Friulano di Colonia Caroya.
In questa villa situata in un terreno di due ettari, sono state attuate importanti opere di restauro e rivalorizzazione nel 1998 grazie all’aiuto economico del Governo della Provincia di Udine e la collaborazione del Ente Friuli nel mondo assieme al Municipio locale. Questi lavori hanno permesso di riscattare il patrimonio culturale della regione e l’identità culturale del popolo. Le sue nove stanze riflettono le tradizioni, le abitudini e i fatti storici delle famiglie dai fondatori. Ci si mostrano: antichi mobili e fotografie, costumi d’epoca, utensili di cucina, attrezzi per l’aratura e la semina della terra, ecc.
        
Per finire la nostra giornata di svago e conoscenza siamo partiti verso l’Estancia di Santa Catalina, distante 21 chilometri a nord-ovest di Caroya. Questa tenuta risalente al 1622 è la più grande che i Gesuiti fondarono entro i confini dell’attuale Provinicia di Córdoba nelle terre anticamente denominate di “Calabalumba la Vieja” (Calabalumba la vecchia). Santa Catalina fu il principale centro di produzione agropastorile e di lavorazione della Compagnia di Gesù, fonte di sostegno economico per i suoi collegi e conventi a Córdoba e per le spese della curia provinciale. Oggi è proprietà privata della numerosa famiglia dei Díaz, discendenti di Don Francisco Antonio Díaz che la acquistò nel 1774 quando era insignito della carica di sindaco ordinario di primo voto della città di Córdoba.
        
Man mano che ci siamo avvicinati abbiamo incominciato a scoprire i due campanili gemelli della chiesa che spiccano solitari in mezzo alla pittoresca campagna.
In primo luogo abbiamo fatto la visita guidata del tempio risalente al 1754. Quest’opera monumentale di maestosa facciata costituisce uno degli esempi più belli e ammirati dello stile barocco coloniale d’influenza centro-europea dell’Argentina. Ci siamo meravigliati davanti alle sorprendenti testimonianze d’arte che si conservano nel suo interno: quadri della Passione, magnifici intagli di figure sacre fatti dagli aborigeni, un antico organo e altri oggetti d’arredo e mobili unici nel loro genere. Risaltano la grande cupola e l’altare di legno intagliato e dorato, coronato dall’immagine della patrona: Santa Catalina d’Alessandria. Si può ammirare anche la bellissima immagine del Signore dell’Umiltà e della Pazienza e un stupefacente Cristo crocifisso. Accanto alla chiesa si trova un grandioso portale barocco dal quale si accede all’antico cimitero.
Il nucleo della tenuta formato dalla chiesa e un insieme di chiostri e tre grandi cortili circondati da camere, officine e magazzini è cinto da un muro perimetrale che delimita otto ettari di terreno con giardini e orti. Nelle vicinanze si osservano i resti dei mulini, la “rancheria” (le antiche abitazioni per gli schiavi) e il bellissimo “tajamar”, laguna riempita con l’acqua portata da acquedotti sotteranei lungo un tragitto di cinque chilometri circa per i consumi della popolazione residente, l’allevamento del bestiame e l’innaffiamento delle coltivazioni.

Sul finire della giornata, rinnovati nello spirito e nel corpo dopo aver ammirato così tante meraviglie storiche e gustato i più buoni prodotti italiani siamo rientrati nella città di Córdoba con un senso di profonda soddisfazione per tutto quello che abbiamo imparato e per gli indimenticabili momenti vissuti insieme.

Juan José Cucchi
Coordinatore delle escursioni
Pro Segretario - Centro Lombardo di Córdoba


 

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