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I "Permessi turistici"  e  quelli "in attesa di cittadinanza"
L'Odissea di un aspirante turista e del suo incredulo ospite alle prese con la Bossi-Fini"

È noto che tutti gli extracomunitari che arrivano in Italia devono ottenere il permesso turistico in Questura (Polizia di Stato) entro 8 giorni utili dal loro arrivo. Solo coloro che vi rimangono per 1 o 2 settimane non hanno bisogno di farlo. Per ottenere il visto occorre procurarsi 4 foto-tessera, 1 marca da bollo di 14.62 E, una assicurazione medico sanitaria (la minima è di 95 euro) la fotocopia delle pagine del passaporto e una dichiarazione di chi li ospita (questi ultimi si assumono la responsabilità del mantenimento), una autocertificazione di residenza e lo stato di famiglia di chi ospita. Se chi ospita è uno straniero viene chiesta
anche una dichiarazione dei redditi. Quest'ultimo documento, pur non essendo esplicitamente citato dalla normativa, viene richiesto ormai da molte questure per appurare la capacità di autosostentamento dell'ospitante.

La questura rilascia un tagliando per ritirare il permesso di soggiorno originale qualche giorno prima della scadenza del permesso, valido in attesa del rilascio del permesso turistico e solo dopo l'ottenimento di questo può iniziare l'iter per la cittadinanza italiana. Chi viene in Italia per fare la cittadinanza, deve prima fare infatti obbligatoriamente il permesso turistico, per poi ritornare a fare il permesso "in attesa di cittadinanza" valido un anno. La nostra normativa a chi è discendente per linea diretta (per le donne solo dopo il 01/01/1948) permette di avere la cittadinanza italiana. Questo sta portando negli ultimi anni ad una corsa alla cittadinanza, specialmente in quei Paesi dove la nostra emigrazione è particolarmente numerosa come in Argentina e Brasile.
Come prima considerazione vorremmo osservare che potendo fare immediatamente il permesso in "attesa di cittadinanza " eviteremmo sicuramente code e gravi problemi di sostentamento per i discendenti di italiani che
arrivano nel nostro paese. I permessi di attesa cittadinanza e per turismo non danno nessuno diritto al lavoro.
Ma chi sono coloro che potrebbero o che vogliono usufruirne? Solo in Brasile su una popolazione di 182 milioni di abitanti , circa 31 milioni sono oriundi italiani di cui 1.700.000 stanno chiedendo la cittadinanza ai vari Consolati italiani con conseguente paralisi amministrativa.
(L'elenco dei documenti per ottenere la cittadinanza italiana)
- La maggior parte di costoro crede erroneamente di poter trovare lavoro facilmente, arrivando con pochissimi soldi, scoprendo poi, una volta in Italia, la dura realtà e divenendo, per poter vivere, facili prede dell'illegalità.  - Bisogna dire che il reddito minimo, per  vivere oggi nelle città medio piccole della provincia italiana è di 500 euro al mese mentre ne occorrono almeno 800 in quelle più grandi, senza contare le spese per l'alloggio spesso condiviso con altri per reggere il costo della vita.
- I giovani pensano che per studiare in Italia sia sufficiente essere italiani: non è affatto vero.
- Si crede erroneamente che le Università funzionino anche di notte, come in Brasile, e che si possa lavorare di giorno per mantenersi. Si scopre invece amaramente che le Università sono molto selettive e costose e che i titoli di studio rilasciati in Brasile non sono riconosciuti nel nostro paese.
Tornando alla cittadinanza sembra che in molti Paesi del Sud America serviranno oltre 10 anni di attesa per smaltire le richieste accumulate fino ad oggi, mentre in Italia occorrano solo 8-9 mesi. Questo squilibrio sta comportando un'enorme emigrazione di discendenti italo-latinoamericani verso l'Italia al solo scopo di abbreviare i tempi d'attesa  facendo proliferare decine e decine di studi legali e non che dietro onorari che partono da 200/800 euro "assistono" per le semplici pratiche arrivando a qualche migliaia di euro per quelle più complesse.
Di fronte a questo nuovo fenomeno legato alla cittadinanza gli organismi pubblici preposti sono diventati estremamente rigidi con un'applicazione della legge spesso restrittiva, ai limiti dell'ostruzionismo, facendo dilatare i tempi in modo esponenziale. Abbiamo avuto segnalazioni e richieste di intervento da parte di discendenti italiani a rischio di espulsione per futili motivi o in difficoltà con Ufficiali d'anagrafe o Sindaci  di vari Comuni poco propensi ad avere nuovi immigrati sul territorio. Sarebbe interessante avere un dato nazionale su quanti sono arrivati per avere la cittadinanza italiana, su quanti sono stati espulsi alle frontiere o quanti sono sono stati inghiottiti dalla clandestinità, nella speranza di una sanatoria.

Sono convinto che nei prossimi mesi anche qui in Italia, saremo a rischio paralisi per le cittadinanze e che l'auspicato passaggio delle consegne ai Comuni di competenze in tema di immigrazione, troverà non poche resistenze sia per i costi di gestione che di personale specializzato. Cosa faranno i 12 deputati e 6 senatori che verranno eletti in Parlamento con i loro potenziali candidati in attesa di cittadinanza, mentre incalzano richieste sociali sempre più pressanti. Il Ministro Tremaglia nel suo ultimo viaggio in Brasile ha dovuto affrontare un gruppo di brasiliani divenuti italiani che giustamente rivendicano una pensione sociale, come coloro che vivono in Italia.

In conclusione se l'ottenimento della cittadinanza dà luogo ad una serie di diritti fondamentali, sostenuti con l'esercizio del voto, saremo in grado come Sistema Italia di garantire ai cittadini italiani all'estero le spese
per l'assistenza previdenziale e sanitaria?
In attesa di una risposta da parte della classe politica, forse dovremmo garantire un'accoglienza più civile ai
nostri connazionali che arrivano carichi di speranze in Italia.
A titolo esemplificativo alleghiamo una testimonianza inviataci da Marcello Limoli dal titolo "L'Odissea di un aspirante turista e del suo incredulo ospite alle prese con la Bossi-Fini".
Antonello Confente
Vice Presidente Associazione Mantovani nel Mondo

www.mantovaninelmondo.org

 



Gentile Redazione,
porgo alla vostra cortese attenzione l'avventura, che ha del kafkiano, vissuta da uno studente brasiliano, mio ospite, per ottenere un semplice permesso turistico. So bene, e vi chiedo scusa, di mettere alla prova la
vostra pazienza per la lunghezza dello scritto, ma la vicenda per essere compresa andava raccontata nei particolari. Intanto il padre ha portato alla conoscenza della COMMISSIONE EUROPEA PER L'OCCUPAZIONE E AFFARI SOCIALI la vicenda; e lo stesso Questore di Vicenza, che si è dichiarato sorpreso dell'accaduto, è stato messo al corrente dei fatti. Ma siamo ancora un paese civile?
Marcello Limoli

L'ODISSEA DI UN ASPIRANTE TURISTA,
E DEL SUO INCREDULO OSPITE,
ALLE PRESE CON LA LEGGE BOSSI-FINI

Recentemente ho avuto modo di ospitare uno studente brasiliano, figlio di un mio carissimo amico di São Paulo, venuto in Italia per un periodo di tre mesi per conoscere il nostro Paese e praticare la nostra lingua.
Pensavo di dover accogliere un amico che fa il turista e invece, dopo e in virtù dell'iter burocratico previsto dalla Bossi-Fini, mi sono ritrovato a dar asilo ad un clandestino.
Mi era già noto, per i racconti di alcuni amici immigrati, come la legge Bossi-Fini rappresenti per gli immigrati regolari, che vanno a richiedere o rinnovare il loro permesso di soggiorno, una sorta di girone dantesco. Ma
che un turista, per potere avere il 'privilegio' di soggiornare in Italia per il periodo consentito dovesse affrontare un'esperienza kafkiana era un'ipotesi che neanche il più strenuo oppositore di questa legge avrebbe
potuto immaginare.
I fatti.
In aprile giunge in Italia, via Svizzera (particolare non irrilevante), João. Si è appena diplomato, amerebbe conoscere l'Italia ed essendo di discendenza italiana in linea paterna, e tedesca per quella materna, vorrebbe iniziare l'iter per ottenere la cittadinanza italiana.
All'ambasciata del nostro Paese in Brasile dicono al mio amico che è necessario richiedere preliminarmente il permesso di soggiorno turistico, ottenibile facilmente (come bere un bicchiere d'acqua) presentandosi, una
volta nel territorio italiano, in una qualsiasi Questura.
Decido di accompagnare João in questura a Vicenza pensando (beata ingenuità) che l'iter per ottenere un permesso turistico fosse più semplice di quello per il lavoro. Invece?   Ecco una breve cronistoria.
Giorno 1.
Arriviamo in questura verso le 9,30 e un poliziotto ci dice di rivolgerci all'Ufficio Relazioni col Pubblico. Lì la poliziotta di servizio ci informa che il permesso va richiesto entro 8 giorni dall'ingresso nella UE e che se il turista viene ospitato da un cittadino italiano costui ha l'obbligo di avviare entro lo stesso termine la pratica
per il permesso di soggiorno turistico, firmando nel Comune di residenza il modulo (che mi viene consegnato) di presa a carico dell'ospite, con responsabilità annesse. È già passata una settimana dal suo arrivo in Europa, ma per fortuna il visto Svizzero ci salva. Poi bisogna presentarsi in Questura, muniti di tutti i documenti, dalle 8,00 alle 8,30. Inoltre è necessario stipulare una polizza assicurativa con copertura di 30.000 E. per eventuali infortuni o malattia. Torno di corsa a Schio, compilo e faccio autenticare il modulo in Comune. Poi telefono ad alcune assicurazioni. Quella che offre questo servizio è l'INA Assitalia: costo 95 E.
Giorno 2.
João è accompagnato da una mia amica (al lavoro non mi concedono un altro giorno di ferie). Prima delle otto sono in Questura e si accodano agli immigrati già presenti. Alle nove circa viene ritirato il passaporto.
Verso le 11 (neanche troppo tardi) sono chiamati ad uno sportello.
Presentano il modulo compilato in comune e anche il biglietto aereo con la data di ritorno in Brasile. La poliziotta di servizio dice però che non basta. Prima di tutto sono necessarie 4 foto tessera, le fotocopie di tutte le pagine del passaporto, la doverosa marca da bollo, e poi ci vogliono anche dei soldi.
Come?...  quali e quanti soldi?  È necessaria una cifra in contanti e imprecisata (ma superiore ai 1000 E.) per potere dimostrare che il turista si può mantenere in Italia. La mia amica e João si guardano nelle tasche, ma in tutto hanno circa 250 E. ... non bastano!  Ma scusate, non c'è uno (chi scrive) che si è preso in carico l'ospite? ... Non ne risponde lui? ...  Sì, ... ma se il turista non ha denaro suo, chissà per quale fine potrebbe essere in Italia?  Probabilmente, si sottintende che il giovane potrebbe trasformarsi in un pericoloso turista clandestino. Scusate, ma dov'è la logica di questa ipotesi: uno che vuole fare il clandestino, viene a presentarsi in Questura, passando per le forche caudine, a chiedere il permesso per farlo?  E poi non c'è chi si è preso tutte le responsabilità del caso. Già, la logica!  Ma la legge Bossi-Fini, più che fari a pugni, pare avere dichiarato guerra senza quartiere alla logica.
Come fare a procurarsi la somma di denaro? João ha anche dei soldi dalla nonna in Germania, ma il tempo che ci resta, perché i termini non scadano, è troppo poco. Io posso prelevare un massimo di 700 E. mensili e in più
dovrei ritirarli in tre giorni diversi. Intanto sono costretto a prendere (dopo grandi insistenze con la mia ditta) un altro giorno di ferie e non posso sprecarlo per andare in banca poiché non faremmo in tempo ad arrivare
a Vicenza entro le 8,30. Per fortuna un'altra mia amica riesce a mettere assieme 1000 E., più 250 in nostro possesso arriviamo alla cifra di 1250 !
Giorno 3.
Di nuovo a Vicenza. La solita fila. Intanto apprendiamo altre storie di ordinaria idiozia. Come un italiano che ha sposato una brasiliana e, in attesa della cittadinanza per la moglie, è costretto a rifare per lei (chissà per quando?) il permesso turistico. Sua moglie, intanto, non può fare entrare in Italia un figlio avuto in precedenza: fantastico!
Alla fine arriva il nostro turno. Di nuovo esibiamo tutti i documenti, poi siamo pregati di contare i soldi. Li estraggo dal mio portafoglio, ma subito la poliziotta mi ferma chiedendomi come mai i soldi sono in mio possesso dal momento che devono essere del turista. Farfuglio che è per evitare che il ragazzo possa perdere quel preziosissimo denaro. L'agente pur fra mille sospetti accetta la versione. Ma adesso ci sono le foto. João
le presenta: sono le stesse del suo passaporto. Non vanno bene, troppo piccole!
E già sono del terzo mondo e potrebbero magari presentare chissà quale insidia.
Chiediamo dove possiamo fare delle foto 'valide'.  Lì nei pressi c'è un tabacchino che opportunamente fa delle ottime foto tessera. Alla fine, per grazia ricevuta, riusciamo a concludere la prima parte dell'iter.
Ma c'è ancora da andare a ritirare il permesso: fra una settimana. Un altro giorno di ferie da devolvere alla nostra burocrazia.
Giorno 4.
Il grande momento del permesso. Andiamo con un giorno di ritardo sulla data indicata e il poliziotto non vuole consegnarci il permesso. Faccio presente e lo prego di capire che mi era impossibile, per esigenze lavorative, accompagnare João il giorno prima. Alla fine si convince e ci consegna lo strasospirato documento. Lo guardiamo e...sorpresa! Vale un solo mese. Per potere restare in Italia João dovrà rinnovarlo altre due volte.
Ma non dovrebbe essere valido 3 mesi?  Certo, basta rinnovarlo alla scadenza.
Alla fine di questa prima fase, ma il peggio deve ancora arrivare, mi convinco che, da noi, un turista non ricco abbia bisogno, più che di un amico disposto ad ospitarlo, di un badante: simpatica figura lavorativa
introdotta dai contratti creativi padani. Intanto il padre di João, Antonio Folquito Verona, docente universitario della UNESP (Università Statale Paulista) arriva in Italia su invito del Centro Studi Americanistici "Circolo Amerindiano" dell'Università di Perugia per un convegno (guarda caso) sulle migrazioni. Folquito è autore di una importante ricerca sull'esodo di operai scledensi alla volta di San Paolo alla fine dell'800 e deve svolgere in quella sede una relazione sul tema (vedete di che razza di turisti clandestini si tratta!). Egli decide
di portare con se il figlio in un giro che comprende anche la visita a Rocca d'Evandro (luogo d'origine di un loro avo), Comune che a dedicato a Folquito, discendente di un loro concittadino un sito:
http://www.roccadevandro.net/folchitto1.htm
Dopo questo tour, mentre il padre torna in Brasile, João rientra a Schio, con un paio di giorni di ritardo tra contrattempi e scioperi dei treni. Il suo permesso scade il 13 maggio, lui arriva il 14 e si presenta per rinnovarlo lunedì 16 maggio (a questo punto da solo). E ricomincia l'odissea:

Giorno 5.
Non appena João si presenta allo sportello viene investito dalle accuse del poliziotto di turno (al cui confronto la poliziotta della fase precedente è una campionessa di gentilezza), quasi fosse un criminale passato alla clandestinità e a nulla valgono le spiegazioni del ragazzo (che già si spiega in buon italiano). Il poliziotto gli dice che se non vuole essere portato dal Questore deve subito uscire dall'Italia. Come se in quel giorno di ritardo, senza il vigile timbro della questura possa avere commesso chissà quali misfatti.
Lo ritrovo a casa completamente allucinato e confuso. Che fare adesso? Se lo trattengo a casa sarei responsabile di dare asilo ad un clandestino, d'altra parte se lui se ne andasse in giro per l'Italia la mia responsabilità non verrebbe meno. Anticipare la data del rientro avrebbe un certo costo: da addebitare a chi? Telefoniamo al Consolato brasiliano a Milano e una gentile impiegata ci dice che purtroppo questo non è il primo caso e che le Questure in Italia si attaccano a qualsiasi cavillo per non concedere permessi turistici. La signora invita caldamente João ad andare via dall'Italia. A questo punto resta che una via, fortunatamente per noi ancora aperta: la nonna tedesca del ragazzo. Lo accompagno a Chiasso finché passa senza problemi i controlli. Sua nonna lo attende a Zurigo. Poi via in Germania dove, per fortuna, non hanno ancora esportato le questure italiane.
A questo punto vorrei fare una sola richiesta al prossimo governo :che si faccia una legge che regoli in modo civile le relazioni con gli immigrati e che tratti i turisti come tali e non come sospetti clandestini.
Marcello Limoli
Schio (VI)

marcelimoli@tin.it

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