Dall'Argentina

Ancora sulla CITTADINANZA

 Inserendosi nella discussione sulla cittadinanza e sulle sue molteplici problematiche, pubblichiamo il materiale  che ci ha inviato  il Dott. Horacio Guillén dall'Argentina

Riguardo al problema della negativa alla cittadinanza via materna, sulla quale ho visto l’articolo del sig. Daniele Marconcini, voglio allegarvi un piccolo lavoro sul tema, con motivo del commentario ad una sentenza delle S.U. della Corte di Cassazione. Allego, anche, alla presente l'edizione digitale e compendiata del libro bilingue “Cittadinanza italiana – Ciudadanía Italiana” (solo il testo in italiano), di cui sono autore, per vostra conoscenza e con il desiderio che possa aiutare a chiarire la questione, non molto conosciuta dai poteri dello Stato Italiano.
Dott. Horacio Guillén horacioguillen@fibertel.com.ar

L’ACQUISTO DELLA CITTADINANZA IURE SANGUINIS PER I DISCENDENTI ITALIANI IN LINEA MATERNA
Professore Dott. Horacio Guillén
Con la collaborazione dell’Avvocato Marco Pepe

 

  • La perdita della cittadinanza della moglie per il matrimonio contratto con uno straniero.
  • Il supposto limite del 1º gennaio 1948 per l’acquisto della cittadinanza per via materna.
  • Il problema degl’italiani che hanno presso la cittadinanza de un altro Paese. La possibilità del riacquisto e la trasmissione ai suoi figli.
  • Il nuovo orientamento della Cassazione.

Prefazione I.

Sin dalle origini delle repubbliche latinoamericane, gli immigranti d’origine italiana cominciarono ad arrivare, da principio a migliaia, poi a milioni. L’Italia era stata unificata verso la metà del secolo XIX, e non aveva un territorio che consentiva ampia possibilità a tutti i suoi abitanti, perciò moltissimi furono costretti ad emigrare. Gli altri paesi europei, quelli dell’Oceania e l’America furono la destinazione preferita. Nel continente americano, fu l’Argentina il paese che accolse il maggior numero d’italiani. Anche più degli Stati Uniti. Il motivo di questa preferenza, può trovarsi nel fatto che, agli albori del secolo XX, l’Argentina appariva come un paese con possibilità simili agli Stati Uniti, aveva un ampio territorio vuoto e occorreva moltissima mano d’opera. La terra non era occupata ed era assegnata ai coloni in porzioni di 100 quadre (144 ettaro), nei migliori luoghi della grande piana (pampa) umida. A Buenos Aires ed altre grandi città gli italiani, appena arrivati, trovavano immediatamente un lavoro, e grazie alla loro capacità lavorativa accedevano ad un alloggio, spesso in case costruite con le proprie mani. Tra le due grandi guerre mondiali arrivarono in Argentina due milioni e mezzo d’italiani. Oggi si può affermare che l’ottanta per cento degli argentini ha sangue italiano. Molti hanno fatto una gran fortuna, e altri arrivarono alla vecchiaia e morirono senza tornare alla terra amata. Come dice la canzone d’Eladia Blazquez, dedicata alla città di Buenos Aires: “Nelle dorate rose del tuo progresso, c’è un poco del sangue dei miei nonni, che arrivarono sognando con ritornare, ma hanno scelto morire sotto il tuo cielo”. I figli degli immigrati italiani capivano si la lingua dei loro genitori, ma la parlavano mescolata con la lingua spagnola, in modo molto simile, per non sbagliare tra una e l’altra, e non mostravano grande interesse per una terra lontana dove i loro genitori non avevano avuto possibilità di progresso ed anzi avevano dovuto lasciarla per sempre. Però l’immigrato, già nonno, e con tutto il tempo oramai a sua disposizione, tramava la dolce vendetta ed inseriva nel sangue e nel cervello dei suoi nipotini l’amore per la terra lontana, con la storia, leggende, l’idioma, e i sapori dei pranzi. È eloquente il tango d’Astor Piazzola chiamato “Addio nonnino”: “Sono la radice del paese che lui forgiò con la sua argilla, sono sangue e pelle di quell’italiano che mi diede la sua semente... Addio nonnino, che triste senza di te il resto del cammino”.  Tuttavia, dagli anni 1980 in poi, gli argentini ed altri latinoamericani cominciarono a cercare la possibilità di acquisire la cittadinanza italiana. Moltissimi per l’ipotetica possibilità di cercare migliori orizzonti in Europa, come i loro antenati avevano cercato di trovarli in America, e tale fenomeno si sviluppò notevolmente dopo il consolidamento dell’Unione Europea.

Anche per l’Italia il fenomeno ha un’importanza geopolitica enorme. Nei prossimi quaranta anni l’Europa potrebbe vedere la sua popolazione in costante diminuzione ed potrà avere bisogno dell’apporto di milioni d’abitanti, e poiché l’origine italiana è tra le più ampie tra tutte quelle europee, tutti i paesi del continente potrebbero venire ad essere popolati da italo argentini, italo americani o, infine, gente di origine italiana, nata in qualsiasi paese del mondo.  Al di la di queste considerazioni, alcuni cercano la cittadinanza italiana per non già per mero sentimentalismo, ma per una ricerca delle proprie radici etniche e culturali, molto importante nel variegato universo americano. Questo ultimo è stato il caso di chi scrive: potevo accedere alla cittadinanza spagnola dei genitori di mio padre, ma ero stato allevato dai miei nonni materni, italiani tutte e due, quando mia madre morì ed io avevo soltanto dodici anni, perciò ero stato allevato come un italiano. Per questo, ho preso i miei documenti e mi sono presentato al Consolato Italiano a Buenos Aires. Lì mi fecero sapere che non mi potevano riconoscere la cittadinanza italiana perché ero nato nel 1944, e questa interpretazione della legge era fondata su un parere del Consiglio di Stato, ritenuto vincolante. Domandai, dunque com’era possibile che due figli della stessa madre potessero avere un diverso status riguardo ad un tema così importante come quello della cittadinanza, quando il figlio nato prima del 1948 era ancora minorenne a quella data, appunto il primo gennaio 1948, e chiesi anche perché era stato adottato questo criterio, e se ciò non offendeva pure il principio costituzionale della unità della famiglia. Tuttavia, non ho mai avuto alcuna risposta e con il tempo ho poi compreso che neppure in Italia era chiara la ragione per cui ciò avveniva, se mai vi è stata una ragione. Fu così che decisi di intraprendere la battaglia per ottenere il riconoscimento della mia cittadinanza italiana. Dopo aver analizzato le pronunzie delle Corti italiane, che esamineremo in questo lavoro, ho deciso d’intraprendere la via giudiziaria. Ho scritto poi questo libro, con la ottima collaborazione dell’ Avvocato Marco Pepe, ed ora noi due speriamo che l’opera possa risultare utile ad altri, se la nostra esistenza non ci permetterà di arrivare a conseguire questo obiettivo.

A S.E. il Presidente della Repubblica Italiana, agli onorevoli membri del Parlamento, ai Giudici di tutte le Corti, in particolare al Consiglio di Stato, umilmente voglio dimostrare che è necessario modificare quel criterio che lascia feriti i principi costituzionali e violenta l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, anche nello stesso ambito familiare. Se pure la Legge non vorrà riconoscere queste ragioni, non si potrà fare a meno di continuare a lottare per vedere affermato ciò che credo fermamente sia un principio di Giustizia.
Infine, voglio dedicare questo libro alla mia famiglia, a quelli che si trovano nella mia stessa situazione, ed a tutti gli italiani del mondo. Specialmente a Nicosia di Sicilia, da dove sono venuti i miei antenati.
Dr. Horacio Guillén



Prefazione II.

Leggendo la prefazione del Collega Horacio Guillén, non posso fare a meno di ringraziarlo perché senza il suo sforzo questo libro non avrebbe certo visto la luce. Sulle sue direttive di professore di diritto, io ho solo fornito il materiale ed ho fatto le correzioni linguistiche, cercando di spiegare il suo pensiero ai nostri concittadini. Negli anni ho raccolto centinaia di voci da tutto il mondo, ma in particolare dal Sudamerica, voci che chiedevano il riconoscimento della cittadinanza italiana e non potevano ottenerlo perché nati prima del 1948 da donna italiana coniugata con cittadino di altro Stato. Questo problema è stato sinora affrontato solo nelle aule dei Tribunali, ma non dal nostro legislatore che probabilmente non ha avuto sufficiente informazione di queste problematiche, vuoi perché la comprensione della questione giuridica non è agevole e necessita di attento approfondimento, vuoi perché la memoria di situazioni di sofferenza è sempre scomoda per noi tutti. Difatti, il problema dei nostri emigranti non è più attuale ed esiste una tendenza sotterranea a rimuovere quella lotta per la sopravvivenza e contro la miseria che ha visto tutti gli italiani, sia del Nord che del Sud, impegnati per circa duecento anni, ed oltre. Eppure gli italiani all’estero hanno portato con onore la nostra cultura, la nostra civiltà, la nostra educazione, beni che si comprendono solo quando si è lontani dal nostro Paese. Io stesso non conoscevo bene questa realtà prima di affrontarla nelle aule Giustizia ed ho compreso quanto sia importante per circa 60 milioni di italiani, sparsi in tutto il mondo, la loro origine e come queste problematiche affondino le loro radici nella mente e nel cuore dei nostri concittadini. Benché abbiano lasciato l’Italia anche da 100-150 anni, la forza della tradizione del paese e della regione di origine, come pure il dialetto, è stata mantenuta sempre viva ed anzi ho trovato più elementi di antica “italianità” tra chi non vive più nella penisola che nei nostri concittadini che, presi noi tutti dalla modernità e dalle nuove prospettive, abbiamo dimenticato troppo facilmente sia un passato doloroso, sia tutte le persone che, a quell’epoca, non ebbero le nostre stesse possibilità.

Eppure, le rimesse dei nostri emigranti sono servite in modo determinante per ricostruire l’Italia impegnata nelle guerre. Neppure si conoscono le storie di quelli che, andati via dall’Italia, spesso non sono riusciti neppure ad integrarsi con la nuova patria ed hanno svolto i lavori più umili. Moltissimi si sono affermati, con quello spirito di conquista che anima solo chi ha perduto la terra di origine. Nessuno di loro ha scordato mai l’Italia ed ogni occasione è buona per ritrovarsi assieme in associazioni, feste, riunioni, canti e balli tradizionali. La famiglia italiana è ancora fortissima negli italiani all’estero ed ogni parente anche lontano è salutato come un fratello e pertanto non è concepibile come mai alcuni fratelli o cugini (o la madre) possiedano il passaporto italiano, che oggi viene sbandierato come il tricolore, mentre l’altro fratello o cugino (o addirittura il figlio) siano esclusi da questo “beneficio”. Così ho visto persone piangere ed altre arrabbiarsi per tale esclusione, mentre aumenta in questi ultimi il senso di abbandono da parte del nostro stato, ormai così lontano e dimentico dei loro destini. Solo pochi si rivolgono alla giustizia, la maggior parte soffre in silenzio e rimuove dai propri pensieri questa ultima ingiustizia. Ma in Italia noi non sappiamo nulla di tutto questo, tranne chi fu coinvolto personalmente in questi eventi storici, ed anche nei Tribunali. E se ho trovato interesse dei Giudici per una problematica non frequente e giudicata “nuova”, prevale anche nelle aule di Giustizia un senso di rassegnazione ad una legge ingiusta, “che mai nessuno potrà cambiare”. Tuttavia, ho visto negli ultimi decenni la tendenza ad allargare il concetto di cittadinanza italiana, estesa alcuni anni fa alle popolazioni dei territori perduti con la guerra 1915-18, ai cittadini delle colonie, a tutti coloro che avessero animo italiano e che per qualche ragione storica avevano visto persa la loro cittadinanza. Ed è per questo che confido in un intervento del legislatore che ponga fine a questa ingiusta esclusione di pochi, che restituisca ai nostri concittadini la cittadinanza (solo apparentemente) perduta non per loro colpa, che infine renda giustizia ed uguaglianza tra tutti i discendenti, senza distinzione di data di nascita (prima o dopo il 1.1.1948) e senza penalizzare chi è nato da donna italiana (che non trasmetteva la cittadinanza) invece che dal fratello della stessa donna (che invece ha trasmesso la cittadinanza ai suoi eredi. Retaggi di altri tempi, è ora auspicabile una riforma della legge sulla cittadinanza che accolga queste giuste richieste.
Avv. Marco Pepe

CAPITOLO I.

INTRODUZIONE
I Consolati italiani nel mondo frappongono, in particolari, due ostacoli al riconoscimento della cittadinanza ai discendenti da italiani, per via materna, secondo la prassi amministrativa adottata dagli Uffici che seguono l’indirizzo del Consiglio di Stato. Il primo ostacolo è rappresentato dalla perdita della cittadinanza per le donne che contraggono matrimonio con cittadino straniero, prevista nel periodo in cui era in vigore la Legge italiana sulla cittadinanza n. 555 / 1912. In realtà questa conseguenza capitava solo alle donne che sposavano uno straniero la cui legge nazionale prevede che la cittadinanza del marito “si comunica” alla moglie. L’effetto della comunicazione della cittadinanza da sempre è tipico della tradizione e della legge italiana, ma negli altri Stati non avviene la stessa cosa, ed è necessario richiedere espressamente la cittadinanza del marito. Spesso i Tribunali non hanno considerato questo aspetto, non facendo alcuna distinzione tra queste fattispecie differenti: la moglie perdeva la cittadinanza italiana solo, quando “...il marito possieda una cittadinanza che pel fatto del matrimonio a lei si comunichi” (art. 10, comma terzo, l. 555 del 1912). Dunque, per lungo tempo si è ritenuto che tutte le mogli italiane, sposate con uno straniero, perdessero lo status di cittadina italiana. Peraltro, la donna era discriminata, in molte legislazioni, e solo l’uomo poteva trasmettere la cittadinanza ai suoi figli e non la donna (anche se non era moglie). Questi due ostacoli furono rimossi dalle decisioni d’incostituzionalità della Corte Costituzionale e dalle successive leggi di riforma in materia di cittadinanza. Il secondo ostacolo è costituito dal limite temporale di applicazione delle dette sentenze che riconoscono la incostituzionalità della norma che non permetteva alla moglie cittadina di trasmettere la cittadinanza italiana ai suoi figli, dopo che fu dichiarata la pari condizione dell’uomo e della donna con la Costituzione del 1.1.1948.

Le sentenze e la legislazione che hanno rimosso gli ostacoli prima indicati.

La trasmissione della cittadinanza da parte di padre o madre cittadini.
La legge 13 giugno 1912 n. 555 prevede all'art. 1 l'acquisto della cittadinanza in virtù del rapporto di filiazione di padre cittadino. All’esclusione della donna-madre dal diritto di trasmettere la cittadinanza ai suoi figli finalmente fu posto rimedio solo con la Legge n. 123 del 21 aprile 1983, che stabilisce, all’ articolo 5º che è cittadino italiano il figlio minorenne di età di padre cittadino o di madre cittadina.

Successivamente, le sentenze della Corte Costituzionale, in particolare la sentenza n. 30 del 09 febbraio 1983, dichiararono costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gli art. 3, comma 1º e 29, comma 2º della Costituzione, l'art. 1 della citata legge n. 555/1912 nella parte in cui non prevede che sia cittadino per nascita, oltre il figlio di padre cittadino, anche il figlio di madre cittadina.

Ho rimarcato la parola figlio che figura tanto nel nuovo testo legale come nella sentenza citata, per opposizione al nato di padre o madre cittadini, che come vedremo produce effetti diversi allo status di quel figlio.
Con legge 21 aprile 1983 n. 123, art. 5, è stato stabilito che è cittadino italiano il figlio minorenne di padre cittadino o di madre cittadina. L'obbligo di opzione nell'ipotesi di doppia cittadinanza fu soppresso dal art. 26, comma 2º della legge n. 91/92.

Perdita della cittadinanza per la donna cittadina italiana che sposa uno straniero, la cui legge nazionale prevede che divenga cittadina dello Stato del marito.
L’ art. 10 della stessa legge n. 555 del 1912 contemplava la perdita automatica della cittadinanza italiana per la moglie che aveva contratto matrimonio con persona di un’altra nazionalità, quando la legge del Paese del marito prevede che la cittadinanza si comunica alla moglie per effetto del matrimonio. Qui dobbiamo fermarci per analizzare in che senso la legge citata utilizza il verbo “comunicare”, già che risulta importante per approfondire gli sviluppi che faremo successivamente su questo tema.  La voce si trova definita nel dizionario Hoepli, spanolo-italiano come: collegare, trasmettere, estendere, informare, notificare, propagare, ecc. È evidente che la legge ha voluto dare a questo verbo il senso di trasmettere o estendere la cittadinanza. Conseguentemente la donna cui è diretta questa norma è quella alla quale la legge del Paese d’origine del marito le estende la cittadinanza, per effetto del matrimonio.
Tuttavia, poteva discutersi se questa comunicazione deve esse automatica, o se è necessaria una richiesta di parte della moglie. In questo ultimo caso deve essere previsto nella legge del Paese del marito che la moglie potesse chiedere la cittadinanza del marito, dopo avere contratto matrimonio. Sino ad ora è stata infatti indicata la fattispecie che determinava la perdita della cittadinanza della moglie non era il fatto di aver contratto matrimonio con persona di un’altra nazionalità, ma con un cittadino di un paese straniero, in cui il diritto nazionale comunichi alla moglie la cittadinanza del marito. Come vedremo più avanti, questa conseguenza non si verificava, per effetto della legislazione argentina, sino al 1º gennaio 1948, e lo stesso effetto non si aveva neppure nella maggioranza dei paesi dell’America, e difatti le donne che sposavano cittadini argentini, o di altri paesi latinoamericani, prima e dopo quella data, non perdevano la cittadinanza italiana.

Tale causa di perdita della cittadinanza, per tutte le donne italiane, ha perduto i suoi effetti dal 1º gennaio 1948, data dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, com’è stato ripetutamente affermato in giurisprudenza. Si è considerato, dunque, che la moglie non potesse essere privata della sua cittadinanza italiana, se non esiste una manifestazione in tal senso della sua parte, e non per il mero fatto di avere contratto matrimonio con un uomo nato in un Paese, che consente ope legis l’acquisto della cittadinanza a favore di chi contrasse matrimonio con lui. Questo principio fu confermato con la pronuncia n. 87 della Corte Costituzionale del 16 aprile 1975, che dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3º della l. 13 giugno 1912 n. 555, nella parte in cui prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente alla volontà della donna che si sposa con uno straniero il quale possiede una cittadinanza che, per effetto del matrimonio, a lei si comunichi.

Nuove norme sulla cittadinanza.
Con legge 21 aprile 1983 n. 123, art. 5, è stato stabilito che è cittadino italiano il figlio minorenne di padre cittadino o di madre cittadina. L'obbligo d’opzione nell'ipotesi di doppia cittadinanza fu infine soppresso dall’ art. 26, comma 2º, della legge n. 91/92.
Con le nuove norme sulla cittadinanza dettate dalla legge 5 febbraio 1992 n. 91, l'art. 1, lettera a), la più recente normativa dispone che è cittadino per nascita il figlio di padre e madre cittadini; tale legge, tuttavia, esclude all'art. 20 gli effetti retroattivi della nuova disciplina.
Pertanto, per i nati primi del 1º gennaio 1948, la fattispecie è disciplinata dall'abrogato art. 1, comma primo n. 1 della legge n. 555 del 1912, nel testo risultante dalla sentenza d’illegittimità costituzionale n. 30 del 1983.
Il problema è quello di chiarire se la dichiarazione d’incostituzionalità possa produrre effetti nelle ipotesi in cui il reclamante la cittadinanza italiana sia nato in epoca anteriore all'entrata in vigore della Costituzione (1º gennaio 1948), e se lo stesso possa essere considerato cittadino italiano dalla sua nascita o, almeno, a far data dal 1º gennaio 1948.

Il contrasto tra la legge e la Costituzione.
La l. 555 del 13 giugno 1912, all’art. 1, prevedeva l’acquisto della cittadinanza in virtù del rapporto di filiazione di padre cittadino.
Successivamente, le sentenze della Corte Costituzionale, in particolare la sentenza n. 30 del 09 febbraio 1983, dichiararono costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l’ art. 3, comma 1º e con l’art. 29, comma 2º della Costituzione, l'art. 1 della citata legge n. 555/1912 nella parte in cui non prevede che sia cittadino per nascita, oltre il figlio di padre cittadino, anche il figlio di madre cittadina.

Effettivamente l’articolo 3, della vigente Costituzione Italiana, stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Aggiunge lo stesso articolo: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Questa enunciazione di principio comporta la necessità di adattare le leggi al nuovo assetto costituzionale. Nonostante ciò, trascorsero trentacinque anni per arrivare, prima, a una pronuncia della Corte Costituzionale in tal senso, e successivamente ad una legge del Parlamento, per rendere pari diritti a donna ed uomo, riguardo alla trasmissione della cittadinanza italiana.

L’articolo 29 della nuova Costituzione, comma 2, stabilisce l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con il seguente testo: “La costituzione riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti per la legge en garanzia dell’unità familiare”
Come si vedrà più avanti, la interpretazione restrittiva riguardo ai nati prima dal 1º gennaio 1948 è in aperto contrasto con questo principio costituzionale della unità familiare, sancito al citato articolo 29 della Costituzione.

Le leggi regolatrici in materia di cittadinanza e le sentenze d’incostituzionalità.
Limiti alla retroattività della dichiarazione d’incostituzionalità.
I limiti di retroattività alle pronunce di incostituzionalità sono regolati dagli art. 136, comma primo Cost. e 30, comma terzo l. n. 87 del 1953, norme che dispongono che la dichiarazione di illegittimità costituzionale fa venir meno l'efficacia della norma dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. L’articolo 136 della Costituzione dice: “Quando la Corte dichiara l’ illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.
Quindi in base ad una lettura logica del disposto costituzionale, dal giorno della pronunzia di incostituzionalità della normativa in questione, ovvero dal 17 febbraio 1983, tutti i nati da madre cittadina dovevano aver acquistato ex lege la cittadinanza italiana iure sanguinis per discendenza materna.
Tuttavia, la giurisprudenza ha limitato tali effetti ai soli nati in data successiva all'entrata in vigore della Costituzione (Cass. n. 1707/1963; Cass. S.U. n. 2702/1963 e n. 3226/1963; Cass. n. 1959/1969; Cass. n. 2222/1971; Cass. n. 903/1978).
Con circolare n. K 60.1 il Ministero dell’Interno (“Legge 05.02.1992 n. 91 - Nuove norme in materia di cittadinanza”) ha ribadito in sede interpretativa (in conformità del parere n. 105 Sez. V, 15.04.1983 del Consiglio di Stato) che è possibile attribuire la cittadinanza solo alle persone nate dopo il 01.01.1948 da donna cittadina, in quanto l'efficacia del giudicato costituzionale non può retroagire oltre il momento in cui si è verificato il contrasto tra la norma di legge ed il principio costituzionale.
Il principio costituzionale stabilito in epoca successiva alla norma (l. 555 del 1912), che appunto contrasta con esso, è entrato in vigore in data 1º gennaio 1948, da tale considerazione si è voluto far derivare che prima di questa data non esisteva alcun contrasto con il dettato costituzionale.

CAPITOLO II.

Le sentenze sulla cittadinanza dei figli legittimi di madre italiana, coniugata con cittadino non italiano prima della entrata in vigore della Costituzione (1.1.48).
È necessario fare un’analisi delle sentenze emesse dalla Cassazione e dagli altri tribunali, per esaminare le motivazioni a favore e contro la possibilità di riconoscere la cittadinanza italiana ai figli di donna cittadina nati prima dal 1º gennaio 1948. In questo capitolo si riportano le parti più importanti delle sentenze, con alcuni commenti sulle nostre posizioni in merito al problema.

  1. La sentenza della Corte di Cassazione, Sezione 1, 10 luglio 1996 n. 6297.
    Questa sentenza ha riconosciuto lo status di cittadino italiano jure sanguinis al figlio legittimo di madre cittadina, nato prima dell’entrata in vigore della Costituzione italiana.
    Ciò è possibile, secondo la Suprema Corte, per effetto della sentenza 9 febbraio 1983 n. 30 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittimo l’art. 1, comma 1 della Legge sulla cittadinanza 13 giugno 1012 n. 555.
    La questione, che con questa sentenza perveniva per la prima volta all’esame del Supremo Collegio, riguardava il caso del figlio di madre italiana e di padre argentino, nato nel 1940, in data anteriore all’entrata in vigore della Costituzione (1.1.1948). Si poneva il problema della retroattività della sentenza della Corte Costituzionale n. 30 del 1983 che dichiarava l’illegittimità dell’art. 1, comma 1, n. 1, della Legge sulla cittadinanza italiana n. 555 del 13 giugno 1912, che prevedeva la possibilità di trasmettere la cittadinanza italiana esclusivamente per via paterna, e non da parte di madre italiana.
    Nella motivazione, i giudici accennavano all’Accordo sulla cittadinanza, intervenuto tra Italia ed Argentina, e ratificato in Italia con legge 18 maggio 1973 n. 282, legge che ha lo scopo di facilitare l’acquisto della cittadinanza dell’uno e dell’altro Paese, conservando pienamente l’altra cittadinanza.
    La Corte di Cassazione, quindi, precisa che il modo d’acquisto della cittadinanza “per nascita”, definito “originario” o “di origine”, è costituito non già dall’evento-nascita, ma dal rapporto di filiazione da genitore cittadino. Ora, secondo il Supremo Collegio, la dichiarazione di incostituzionalità contenuta nella sentenza n. 30 del 1983, avrebbe in realtà “aggiunto” un distinto titolo di acquisto della cittadinanza italiana (la discendenza materna, appunto) rispetto al titolo della discendenza paterna, che era l’unico criterio di attribuzione dello status civitatis.
    La Cassazione si pone quindi il problema degli effetti nel tempo della dichiarazione di incostituzionalità di una legge. Sul punto, la Corte rileva che, secondo la giurisprudenza consolidata della stessa Corte (sia pure per casi differenti dallo status civitatis) troverebbero applicazione i principi della successione delle leggi nel tempo e che la eliminazione di una norma è equiparabile alla sua “abrogazione”, con la conseguenza che gli effetti della legge non potranno retroagire oltre al limite temporale rappresentato dal giorno in cui è sorto il conflitto tra la normativa della L. 555/1912 e la Costituzione, cioè il 1.1.1948.
    Tuttavia la Corte non condivide questo orientamento, perché, anzitutto, si verifica un vuoto di tutela per le situazioni anteriori a quella data. Inoltre, prosegue la sentenza, l’art. 134 Costituzione, nella sua interpretazione, non prevedeva la sindacabilità delle sole leggi successive all’entrata in vigore della Costituzione e l’unico limite che trova la legge è nei rapporti c.d. “esauriti”, cioè quelli che hanno formato oggetto di giudicato. Invece, la Corte rileva che, successivamente, la dottrina e la giurisprudenza hanno individuato un effetto assimilabile all’annullamento e non già alla abrogazione. Difatti, l’annullamento presuppone un vizio della norma, mentre l’abrogazione prescinde dal vizio; inoltre, l’abrogazione opera ex nunc cioè da ora in poi, effetto che è più simile ad un provvedimento di legge od una sentenza di merito di qualsiasi giudice, mentre l’effetto di annullamento consegue solo alle pronunzie della Corte Costituzionale. Infine, l’applicazione della legge nonostante la sua dichiarata incostituzionalità, collide con il divieto di applicazione delle leggi costituzionalmente illegittime, dichiarata dall’art. 136 comma 1, Cost. e art. 30, comma 3, legge n. 87/1953.
    Sulla base di tali ragionamenti la Corte di Cassazione ha ritenuto che gli effetti della sentenza n. 30/1983 di dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge sulla cittadinanza del 1912 possono retroagire anche a data anteriore al 1.1.1948.
     
  2. La Sentenza della Cassazione N. 10086 del 19 novembre 1996.
    Nello stesso senso la sentenza n. 10086, del 18 novembre 1996, citando l’anteriore, raccoglie il principio che: “…gli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale avente ad oggetto una legge od un atto avente forza di legge, anteriore alla entrata in vigore della Costituzione (1º gennaio 1948), retroagiscono oltre tale data con l’unico limite costituito dalla irretrattabilità della situazione o del rapporto regolati dalla legge dichiarata incostituzionale, in base ai principi fondamentali del sistema di sindacato incidentale di legittimità costituzionale”.
    Il caso riguardava una cittadina italiana, nata a Venezia nel 1924, che aveva contratto matrimonio con cittadino svizzero in data 27 maggio 1950.
    La sentenza fu rilevante perché, in ogni caso, ammetteva che la dichiarazione di incostituzionalità potesse avere effetti retroattivi, in tal caso, sino al 1.1.1948. Tale effetto era da ricollegarsi alle due sentenze dichiarative di incostituzionalità degli art. 1 , comma 1, legge 555 del 1912 (per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 30 del 1983) e dell’art. 10, comma terzo, numero1, legge 555/1912 (per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 87 del 9-16 aprile 1975). L’art. 10 L. 555/1912 fu dichiarato illegittimo “nella parte in cui prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna” .
    Il vuoto legislativo creato da tale dichiarazione fu colmato successivamente con l’art. 219 della legge di riforma del Diritto di famiglia, il quale tra l’altro prevede: “la donna che per effetto di matrimonio con straniero …ha perduto la cittadinanza italiana prima dell’entrata in vigore della presente legge, la riacquista con dichiarazione resa all’autorità competente”.
    In conclusione, la Corte di Cassazione ha rilevato che nel caso sottoposto alla sua attenzione le sentenza dichiarative di incostituzionalità potessero retroagire ben oltre il 1.1.1948 e che la “dichiarazione di riacquisto” della cittadinanza non avesse alcuna efficacia costitutiva, ma costituiva solo una modalità dell’esercizio del diritto, e che dunque la cittadina italiana non aveva mai perduto la cittadinanza per effetto del matrimonio.
     
  3. La sentenza del Tribunale di Torino del 12 aprile 1999 (il caso Lucero).
    Questa sentenza è importante perché ha delineato la differenza tra l’evento – nascita e l’evento-filiazione, ricollegando a quest’ultimo la trasmissione della cittadinanza italiana, anche per i nati prima del 1.1.1948.
    Il Giudice di Torino riconosce che la cittadinanza non và ricollegata all’evento (ed al momento) della nascita, ma al rapporto di filiazione legittima, rapporto che era ed è esistente anche nel 1948 e, per questi motivi, fu riconosciuta la cittadinanza al sig. Lucero.
    “Poiché l’art. 1 della legge n. 555 del 1912 (come l’art. 1 della legge5 febbraio 1992 n. 91) non include nella fattispecie relativa all’acquisto della cittadinanza la nascita, bensì la situazione di filiazione, deve essere considerato italiano colui che è nato da madre italiana anteriormente al 1° gennaio 1948, data in cui questa ultima ha acquistato l’idoneità a trasmettere la cittadinanza ai propri figli”.
    Il Giudice intende che “...si tratta di verificare se l'acquisita "idoneità" della donna cittadina italiana a "trasmettere" lo status civitatis al figlio iure sanguinis possa produrre i suoi effetti anche con riferimento alle nascite avvenute in data anteriore...” ed arriba alla conclusione che “E' infatti noto che l'unico limite intrinseco alla c.d. efficacia retroattiva della dichiarazione di illegittimità costituzionale è costituito dai rapporti chiusi in modo irretrattabile, ovvero "esauriti" (cfr. Corte Cost. n. 139 del 1984 e n. 3 del 1996; Cass. S.U. 806 del 1975), salva, ovviamente, l'espressa deroga prefigurata dall'art., 30 comma 4 della legge n. 87 del 1953, in ordine alla cessazione dell'esecuzione e di tutti gli effetti penali della sentenza irrevocabile di condanna”
    Prosegue il Giudice di Torino:”.... sicchè il sig. Lucero, figlio di madre italiana, ha acquisito lo stato di cittadino italiano per discendenza materna; tale interpretazione risulta del resto avallata dalla sua compatibilità costituzionale, poiché una diversa ricostruzione fondata su di una differente interpretazione delle norme giuridiche che regolano la successione delle leggi nel tempo ed in particolare una diversa interpretazione dell'art. 1 della legge 555 del 1912 che ascriva valore solo alla situazione normativa esistente al momento preciso della nascita porterebbe ad una radicale difformità di trattamento fra fattispecie del tutto assimilabili, non sorretta da alcun criterio ragionevole di discriminazione, con la conseguente lesione dell'art. 3 della Costituzione. Non si vede infatti sulla base di quali ragionevoli considerazioni, diverse dal mero arbitrio di un casuale discrimen, sia possibile negare la cittadinanza a soggetti versnati nell'identica situazione (nati da madre italiana e padre straniero), a seconda che siano nati prima o dopo il 1 gennaio 1948”.
    E' principio interpretativo ormai acquisito che, nel dubbio, il Giudice deve interpretare la legge ordinaria in modo conforme alla Costituzione, privilegiando la lettura della norma costituzionalmente compatibile fra quelle alternative astrattamente praticabili (cfr. Cass. 5 maggio 1995 n.4906).
    La tesi così accolta non è in contrasto con la decisione della Suprema Corte a sezioni unite del 1998, che si riferiva ad una fattispecie sensibilmente diversa, caratterizzata dalla perdita della cittadinanza italiana da parte della donna italiana per effetto del matrimonio con lo straniero e quindi relativa ad una ipotesi in cui la madre del richiedente non era cittadina italiana al momento della nascita del figlio, anche se la stessa aveva successivamente recuperato la cittadinanza in seguito alla dichiiarazione di incostituzionalità dell'art. 10, terzo comma della legge n.555 del 1912 e all'opzione esercitata ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 219, comma 1^, della legge 19 maggio 1975 n. 151. Nel caso deciso dalle Sezioni Unite, la Suprema Corte non ha avuto modo di esaminare la seconda delle concorrenti "rationes decidendi" espresse da Cass. 6297 del 1996 (ossia del collegamento dell'attribuzione a titolo "originario" della cittadinanza "iure sanguinis", non al momento istantaneo della nascita, ma piuttosto alla situazione di filiazione), essendosi arrestata al rilievo che nella fattispecie la madre del ricorrente aveva perso la cittadinanza italiana per effetto del matrimonio con lo straniero, senza che la dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 10 della legge n. 555 del 1912 (dovuta alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 57 del 1975) le potesse giovare per l'ostativo rilievo dell'impossibilità di farne risalire gli effetti oltre la data di entrata in vigore della Costituzione. Nel caso in esame, invece, a quanto risulta, la sig.ra Durando non aveva perso la cittadinanza italiana non essendosi unita in matrimonio con il sig. Lucero.
    Per conseguenza la domanda attrice fu considerata, pertanto, fondata e accolta. Vedremo adesso un caso dove, al contrario, la domanda di riconoscimento dello status di cittadino italiano fu respinta dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione.
     
  4. La decisione “contraria” della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 27 novembre 1998 n. 12061 (Il caso Hosri), che negò la possibilità di riconoscere la cittadinanza italiana al figlio di cittadina, nato nel 1942. Con questa decisione il Supremo Collegio non ha riconosciuto la cittadinanza italiana al figlio di una cittadina italiana nato prima del 1948 e la cui madre aveva contratto matrimonio con un cittadino straniero.
    MOTIVI DELLA DECISIONE.
    Finalmente la Cassazione intende che il caso a decidere è il seguente: ”...la controversia che ne occupa ha quale oggetto principale la questione se Fernand Antoine Hosri sia – come sostiene – cittadino italiano iure sanguinis ai sensi dell’art. 1, comma primo n. 1 della legge n. 555/1912 nel testo risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 39/1983 per essere nato da madre che, alla data della nascita, era cittadina italiana; o, quanto meno, iure communicationis ai sensi dell’art. 12, comma primo della predetta legge n. 555/1912 per aver la madre riacquistato la cittadinanza italiana quando egli era ancora minorenne”.
    Come è immediatamente palese la soluzione di tale questione è direttamente subordinata all’acclaramento dello status civitatis della Arrigoni nel periodo compreso tra il 20 gennaio 1942 (data della nascita del figlio Fernand Antoine) e il 20 gennaio 1963, data nella quale detto figlio ha acquistato la maggiore età, essendo incontroverso, ed incontrovertibile che, ove costei abbia recuperato la cittadinanza dopo questa data, sarebbe automaticamente da escludere che il figlio sia divenuto cittadino italiano anche iure communicationis.
    A questo fine, tenuto conto che, sul piano formale, durante quel periodo la Arrigoni era cittadina libanese, il tema dell’indagine viene ad incentrarsi sul problema relativo alla identificazione degli effetti della richiamata sentenza della Corte Costituzionale n. 87/1975 sul suo status civitatis, con specifico riferimento alla circostanza che questa pronuncia ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una norma anteriore alla vigente Costituzione per il suo contrasto con le norme ed i principi introdotti da questa carta costituzionale
    L’orientamento (che è stato condiviso dalla Corte di Costituzionale nella sentenza n. 58 del 5 maggio 1967 e dalla dottrina nettamente maggioritaria, ma dal quale si sono consapevolmente discostate le sentenze della I sezione civile 10 luglio 1996 n. 6297 e 18 novembre 1996 n. 10086) deve essere ribadito.
    In altri termini, con riferimento ad un matrimonio – contratto avanti il 1° gennaio 1948 – di una cittadina italiana con uno straniero la cui cittadinanza si comunichi alla moglie, il matrimonio ha comportato: che la donna abbia perso validamente la cittadinanza italiana, interrompendo così, definitivamente, il relativo status; che questo effetto giuridico, in sé e per sé considerato, non è stato inciso in alcun modo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 87/1975; e, di conseguenza, che detta sentenza, mentre non ha reso tamquam non esset la perdita della cittadinanza, ha prodotto il limitato risultato di attribuire alla donna il diritto di "riacquistate", ove lo voglia, la cittadinanza italiana.
    Tenuto conto delle sue particolarità, nella specie non rileva accertare se il riacquisto della cittadinanza italiana da parte della Arrigoni a seguito della sua dichiarazione in tale senso del 23 marzo 1982 produca i suoi effetti a decorrere dal 24 marzo 1983, così come previsto dal combinato disposto degli art. 219, comma primo della l. 19 maggio 1975 n. 151 e 12, comma primo della legge n. 555/1912; ovvero retroagisca al 1° gennaio 1948 in forza della efficacia retroattiva (sia pure limitata) della sentenza della Corte Costituzionale n. 87/1975, così come sostengono i ricorrenti nella prospettiva subordinata.
    Dall’esame del testo della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione deriva che la sentenza della Corte Costituzionale n. 87/1975 (incostituzionalità dell’art. 1 L.n.555/1912) ha avuto, per le donne coniugate con cittadino straniero prima del 1948, il limitato effetto di riconoscere il diritto di "riacquistare" la cittadinanza, attraverso la relativa manifestazione di volontà.
    Ne deriva che alla data del 20 gennaio 1942 la Arrigoni era cittadina libanese, e perciò difetta il presupposto previsto dall’art. 1 n. 1 della legge n. 555/1912 (essere nato da madre che al momento della nascita è cittadina italiana) perché il figlio Hosri Fernand Antoine, nato quel giorno, per la Corte di Cassazione, non è divenuto cittadino italiano iure sanguinis.
    Ora, in merito a questa sentenza, si può osservare che le Sezioni Unite hanno affrontato solo marginalmente la questione, prospettata invece nelle altre decisioni favorevoli, della differenza tra l’evento-nascita ed il rapporto di filiazione. Quest’ultimo rapporto, difatti, persiste anche dopo la nascita e giustifica comunque il riconoscimento, anche se non giuridico, della origine italiana della persona.
     
  5. Sul punto, la cittadinanza sino all’epoca delle grandi monarchie europee era concepita come una concessione del Re ai cittadini e poteva essere sempre tolta loro con un atto unilaterale e di imperio. Successivamente la cittadinanza è stata progressivamente sottratta al potere assoluto del monarca o del gruppo dominante, sino a diventare uno dei diritti umani fondamentali. In tal modo, la cittadinanza è stata inserita nella stessa Costituzione Repubblicana come rapporto fondamentale tra lo Stato ed i cittadini, e comunque non può essere alienata al cittadino con atto unilaterale o d’imperio. Sotto tal profilo, anche se l’impostazione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione dovesse essere considerata formalmente ineccepibile, tuttavia essa contrasta ugualmente con le più recenti tendenze italiane ed internazionali in tema di cittadinanza, recepite anche nella dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo.
    Le Sezioni Unite, dunque, pur seguendo una logica giuridica nelle argomentazioni addotte a sostegno della decisione, hanno dato comunque una interpretazione di carattere restrittivo della sentenza dichiarativa di incostituzionalità dell’art. 1 e 10 della Legge 555/1912, tendenza che appare in contrasto con la legislazione che, al contrario, negli anni ha ampliato sempre più il concetto di cittadinanza ricollegandolo alla origine naturale della persona e svincolandolo da una impostazione di carattere amministrativo-concessorio. In tal senso, si richiama la legge 14 dicembre 2000 n.379 che ha riconosciuto la cittadinanza alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all'Impero austro-ungarico prima della guerra del 1915-1918 e ai loro discendenti. Più provvedimenti sono andati a favore dei profughi dell’Istria. Lo Stato ha considerato e considera tuttora cittadini italiani i cittadini dei territori delle ex colonie perdute dopo gli eventi bellici del 1940-1945. Non si comprende allora il perché della esclusione legislativa solo di una categoria di persone, che pure non hanno abbandonato l’Italia per loro volontà, ma esclusivamente per la necessità della propria sopravvivenza e quella delle loro famiglie e negli anni hanno contribuito con le loro rimesse in valuta pregiata a formare l’attuale benessere dello Stato italiano, se paragonato alle condizioni disagiate diffuse nella maggioranza delle nazioni. Neppure può argomentarsi – con una preoccupazione che appare latente in questa decisione - che, con l’opposta interpretazione favorevole alla cittadinanza dei nati prima del 1948, troppe persone potrebbero venire ad influire sul nostro modello economico, perché tale situazione riguarda oramai solo alcune migliaia di persone, e comunque un numero non rilevante per incidere sull’economia dello Stato italiano. Concludendo, la decisione delle Sezioni Unite non può essere condivisibile per il grande carico di ingiustizia che comporta.
     
  6. La più recente sentenza favorevole della Corte di Cassazione,
    Sezione Prima, del 22 novembre 2000 n. 15062
    Questa decisione è in netto contrasto con la sentenza delle Sezioni Unite, a dimostrazione, da una parte, della indipendenza dei Magistrati nelle loro decisioni, anche in seno alla stessa Corte di Cassazione; dall’altra, essa è prova del grave contrasto giurisprudenziale e del disagio che i Giudici hanno dimostrato di sentire, cercando di superare con la loro interpretazione favorevole il vuoto legislativo che si è verificato con le sentenze di incostituzionalità, a tutto danno dei nati prima del 1 gennaio 1948 da donna italiana.
    La sentenza n. 15062/2000 non si pone in contrasto con la decisione delle Sezioni Unite, ma giunge ugualmente a conseguenze diametralmente opposte, riconoscendo il diritto alla cittadinanza nei casi suddetti.
    Il sig. Nagnaghi era nato in Libia nel 1944 ed era figlio di cittadino libico e madre italiana, nata in Libia nel 1912 e deceduta nel 1976. La madre aveva contratto matrimonio con cittadino tunisino nel 1944. La loro domanda giudiziale di riconoscimento della cittadinanza italiana era stata rigettata sia dal Tribunale di Milano che dalla Corte d’Appello della stessa città, in secondo grado. La Cassazione, Sezione Prima, ha invece riformato la sentenza d’appello, riconoscendo così la cittadinanza a Nagnaghi ed ai suoi figli.
    Ma vediamo in particolare la sentenza, che è stata così massimata:
    Dice la Sezione I della Cassazione: “... appare immediatamente risolutivo, nella fattispecie, il riferimento alle sentenze della Corte costituzionale 9-16 aprile 1975 n. 87 (l'annuncio del cui dispositivo è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale n. 108 del 23 aprile 1975) e 28 gennaio-9 febbraio 1983 n. 30 (l'annuncio del cui dispositivo è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale n. 46 del 16 febbraio 1983) ed alla efficacia dalle stesse esplicarla”.
    Sebbene tali pronunce differiscano - in ciò, che, mentre la prima elimina dall'ordinamento una delle ragioni di perdita della cittadinanza italiana, la seconda vi aggiunge un titolo del suo acquisto - ambedue, fondate su rationes decidendi che si integrano reciprocamente (cfr., infra, lettera D), incidono sulla (previgente) disciplina legislativa dello status civitatis, operandone la reductio ad constitutionem mediante la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme, che, rispettivamente, ma in contrasto con la Costituzione, prevedevano quella ragione di perdita e non prevedevano anche quel titolo d'acquisto della cittadinanza.
    In base alle considerazioni che precedono, può, dunque, affermarsi che la " naturale " efficacia retroattiva delle sentenze di incostituzionalità n. 87 del 1975 e 30 del 1983 (cfr, supra, lettera B non incontra il generale limite della " situazione esaurita ", per la decisiva ragione che esse incidono sulla disciplina legislativa (quella dettata dalla preveggente legge n. 555 del 1912, in partibus quibus) dello status civitatis: di uno status, appunto che, per sua natura giuridica, è sempre (ed ancora, come dimostra la presente fattispecie) " giustiziabile " e, quindi, in tal senso, "inesauribile "; almeno fintanto che su di esso non sia intervenuto un accertamento contenuto in una sentenza passata in giudicato " opponibile " alla efficacia retroattiva della dichiarazione di illegittimità costituzionale”.
    “Sicchè, proprio in forza degli effetti congiuntamente esplicati dalle predette sentenze, dalla data di entrata in vigore della nuova costituzione la titolarità della cittadinanza italiana deve ritenersi riconosciuta anche alle donne (che l'avevano perduta, in quanto) coniugate con un cittadino straniero prima di tale data, nonché ai figli di madre cittadina (che non l'avevano acquistata, perché) nati anteriormente al primo gennaio”.

CAPITOLO III.

Stato attuale della questione.
Riguardo alla situazione degli argentini, e quasi tutti i latinoamericani, nati di madre di discendenza italiana, essa si deve distinguere da quelli nati nel mondo arabo, e gli altri paesi dove la legislazione risponde agli stessi principi.
La questione della perdita della cittadinanza della moglie sposata con straniero.
E’ pacifico che la questione dell’efficacia retroattiva dell’art.10, terzo comma, legge 555 del 1912 non riguarda gli argentini, neppure ad altri latinoamericani. In particolare riguardo alle donne sposate con cittadini argentini, per la correlazione tra la legge italiana n. 555 del 1912, e la legge argentina n. 346 del 1869.
Infatti, ricorre qui l’applicazione dell’articolo 10, comma 3, della legge italiana n. 555 del 1912 e l’articolo 346, inciso 2, 7º, della legge argentina 346 del 1869, che portano alla conclusione che la moglie d’origine italiana, nata in Argentina, non perdeva la sua cittadinanza italiana, acquisita jure sanguinis, per nascita (per effetto dell’art. 10, comma 3, della l. 555 del 1912), in quanto, per la legge argentina 346 del 1869, il marito argentino non comunicava la cittadinanza argentina alla moglie, all’atto del matrimonio. Lo stesso accade, come è già detto, con tutte le legislazioni americani, in materia di matrimonio.

L'articolo 10 l. 555/1912, terzo comma, prima parte, dice: “La donna cittadina che si marita a uno straniero perde la cittadinanza italiana...”. Tutte le sentenze della Cassazione, fino ad ora, trattano la questione come se il solo fatto di coniugarsi con uno straniero, prima dalla sentenza della Consulta 14 aprile 1975 n. 87, avesse come conseguenza che la donna, cittadina italiana, perdeva la cittadinanza.

Tuttavia, da ciò non può trarsi la conseguenza in ogni caso dall’ evento del matrimonio con uno straniero, derivi necessariamente la perdita della cittadinanza italiana. Difatti, la legge 555/1912, art. 10, comma 3º non dice soltanto: “La donna cittadina che si marita a uno straniero perde la cittadinanza italiana...”, ma aggiunge: “...semprechè il marito possieda una cittadinanza che pel fatto del matrimonio a lei si comunichi”.
La massima “ubi lex non distingue nec nos distinguere debemus” , ragionando a contrariis , conduce porta all’interpretazione opposta, perché, se la legge in questo caso veramente opera una distinzione, anche noi dobbiamo distinguere.
Se è vero che la legge 55/1912 prevede la perdita della cittadinanza italiana per la donna che ha contratto matrimonio con persona di diversa nazionalità, è pur vero che tale causa di perdita di cittadinanza si verifica solo se il marito possiede una cittadinanza che pel fatto del matrimonio a lei (a la donna) si comunichi”.

I ) Nel caso Hosri (Corte di Cassazione (S.U.), sentenza del 27 del novembre de 1998 n. 12061, Hosri e Arrigoni contro Ministero dell’Interno e Procuratore Generale della Repubblica, dinanzi la Corte de Appello di Milano, la cittadinanza al signor Hosri non fu riconosciuta perchè la madre sig.ra Arrigoni, essendosi coniugata con un cittadino libanese, si riteneva che avesse perduto la cittadinanza italiana:

  1.  Hosri era nato nel 1942.
  2. Sua madre era sposata con un libanese.
  3. La legge libanese comunica la cittadinanza alla moglie che sposa un libanese.
  4. Nonostante non si dica nulla in merito, la trasmissione della cittadinanza libanese sembra essere automatica, cioè senza che via sia alcuna necessità di una specifica richiesta da parte della moglie.
  5. La dichiarazione di incostituzionalità (sentenza n.87 del 1975) non poteva retroagire, dunque la sig.ra Arrigone era cittadina libanese al momento della nascita di suo figlio, e solo la madre poteva “riacquistare” la cittadinanza italiana, ma non poteva trasmetterla a Hosri, che nel 1975 non era più minorenne.

In altri termini, per questa sentenza in re Hosri la caducazione automatica della perdita della cittadinanza italiana da parte di una cittadina italiana, in conseguenza del suo matrimonio con uno straniero, si produce solamente quando la legge del paese del marito comunica la sua cittadinanza alla moglie. A contrariis, sembra che se la legge del paese del marito non comunica automaticamente la cittadinanza alla moglie, quest’ultima non perde la cittadinanza italiana, e può validamente trasmetterla ai suoi figli.
Dall’analisi della legge argentina, deriva che, per la legge n. 346, la cittadinanza non si comunica alla moglie straniera, quale effetto automatico del matrimonio: difatti, per la legge 346, art. 2, comma 2, n. 7º, dell’anno 1867, sono cittadini per naturalizzazione “...gli stranieri che si accreditano dinanzi ai detti giudici per avere prestato in qualsiasi tempo della loro residenza, alcuni dei seguenti servizi………essersi coniugato con moglie argentina in qualsisia delle province)".
Come si vede soltanto gli uomini potevano acquistare la cittadinanza argentina per motivo di matrimonio. Ma non le moglie. Questa discriminazione nei confronti della moglie, motivata da ragioni storiche fu poi modificata con l’adesione della Rep. Argentina alla Convenzione sulla Nazionalità della Moglie (Convención sobre nacionalidad de la Mujer, nella Settima Conferenza Internazionale Americana de Montevideo, ratificata con Decreto-legge 9982/57 del giorno 23-08-57 (B.O. 4-9-57) Nonostante l’adesione alla convenzione, non è mai stata modificata la legge 346, con la conseguenza che le donne straniere che all’atto del matrimonio con cittadino argentino vogliono acquistare la cittadinanza argentina, dopo il 4 settembre 1957, devono invocare questa Convenzione, rivendicando tale diritto della moglie dinanzi ai tribunali per ottenere la concessione della cittadinanza argentina.
L'acquisto della cittadinanza argentina per una donna straniera non è automatico, come si è visto nel paragrafo anteriore, essendo necessaria, invece, a questo fine una manifestazione di volontà in tale senso della donna.
Lo stesso accade riguardo ad altre forme d’acquisto della cittadinanza argentina. In effetti, secondo la legge 346, art. 1, gli stranieri maggiori di 18 anni, che risiedano da almeno due anni ininterrottamente in Argentina, possono chiedere la cittadinanza per naturalizzazione, manifestando dinanzi ai giudici federali la loro volontà di divenire cittadini. Come si vede, anche in tal caso è necessaria una manifestazione espressa di volontà davanti i giudici federali.
Peraltro, si osserva che le mogli nate in Argentina, di discendenza italiana, non hanno alcuna necessità di chiedere la cittadinanza argentina, e perciò mai dovranno fare alcuna manifestazione di volontà davanti ai giudici argentini, perché secondo per legge 346, art. 1º " Sono argentini... tutti gli individui nati o che nacquero nel territorio della Repubblica.."
Riassumendo:

  1. Le mogli figlie di padre italiano (o discendendo d’italiani in linea paterna) nate in Argentina, sono cittadine argentina per nascita, secondo la l. 346, coma 1, n. 1. Esse sono anche cittadine italiane jure sanguinis, per nascita, per essere figlie di padre cittadino italiano (in accordo con l’art.1 legge 555, coma l, l).
     
  2. Per essere nate cittadine argentine, le stesse donne non hanno alcun onere di chiedere ai giudici federali la cittadinanza argentina, che già posseggono, (per il principio dello jus soli) e neppure devono dimostrare di essere residenti da oltre due anni, e l’età di diciotto anni (che sarebbe una dichiarazione inutile, dal momento che già sono cittadine argentine per nascita secondo lo jus soli).
     
  3. All’atto del matrimonio con un cittadino argentino, la donna rimane comunque cittadina italiana perché secondo la legge 346, comma 2, 7º, la cittadinanza del marito non si comunica alle mogli sposate con cittadino argentino.
    La legge italiana non prevede che una moglie, che nasce in un paese ove vige lo ius soli, perda la cittadinanza italiana. E non prevede che al coniugarsi con cittadino straniero perda la cittadinanza italiana, alla condizione che “...il marito possieda una cittadinanza che pel fatto del matrimonio a lei si comunichi. (articolo 10, comma 3º, legge 555/1912).
     
  4. Per l’effetto che interessa, qualora anche la donna avesse chiesto la cittadinanza argentina (dopo l’ entrata in vigore della Conferenza di Montevideo del 4.9.57) non avrebbe avuto influenza alcuna, giàcchè i suoi figli erano nati già cittadini italiani per nascita a quella data.
    Per questa ragione la fattispecie prevista nel caso Hosri non è applicabile nel caso della moglie nata in Argentina: ciò perché le donne argentine, a differenza della signora Arrigoni (coniugata con uno straniero di un paese (il Libano) che comunica la cittadinanza a la moglie) si sposarono con uno straniero di un paese (l'Argentina) che non comunica la cittadinanza a le moglie.

II) All’opposto, risulta applicabile il caso Lucero: le mogli argentine, discendenti da cittadino italiano, per le ragioni già dette, non avevano perso la cittadinanza argentina al momento dell’entrata in vigore della Costituzione italiana del 1947. Per questo, essi potevano tanto comunicare la cittadinanza ai figli nati dopo il 1º gennaio 1948 come a quelli nati prima di quella data, ancora minorenni, per cui il contrario avrebbe costituito una violazione del principio della uguaglianza dinanzi alla legge, come si dichiara in sentenza di re Lucero.

Dal 1° gennaio 1948, per effetto della modifica dell'art. 1 della legge n. 555 del 1912 imposta dalla dichiarazione di incostituzionalità emessa nel 1983 dalla sentenza n. 30 della Corte Costituzionale, la madre italiana ha acquisito l'idoneità a trasmettere la cittadinanza ai propri figli a prescindere dalla cittadinanza paterna. E così ha motivato in sentenza il Tribunale di Torino: "Non si vede infatti sulla base di quali ragionevoli considerazioni, diverse dal mero arbitrio di un casuale discriminen, sia possibile negare la cittadinanza a soggetti versanti nell'identica situazione (nati da madre italiana e padre straniero), a seconda che siano nati prima o dopo il 1 gennaio 1948".
Nel caso Nagnaghi la Sezione 1ª Civile, della Corte Cassazione si spinge oltre: in base alle considerazioni del diritto alla cittadinanza, come diritto proprio dell’essere umano, ed in tal senso sancito dalla Costituzione dl 1948, nonché dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la Suprema Corte ha voluto spiegare che questo diritto non può mai perdersi, perché esso diritto va oltre le circostanze di tempo, luogo e delle persone.
Considera la Cassazione che, che lo status civitatis costituzionalmente riconosciuto e garantito come ed in quanto tale, è per la sua natura giuridica “giustiziabile” in qualsiasi tempo e, per conseguenza, in tal senso, inesauribile, almeno fino a quando non sia stata emessa una sentenza giurisdizionale definitiva, passata in giudicato, come tale “opponibile” alla efficacia retroattiva della dichiarazione d’illegittimità costituzionale. E ciò perchè –anche considerando la teoria della “incostituzionalità sopravvenuta” – è l’oggetto specifico di tali sentenze, in quanto incidono sulla disciplina legislativa di uno status personale costituzionalmente protetto e che ha la natura e caratteristiche giuridiche prima precisati, che impone individuare il limite temporale alla sua efficacia retroattiva (1º gennaio 1948) solo come dies a quo, dal quale opera la ri-espansione dello status civitatis (mediante la eliminazione di una delle ragioni della sua perdita e l’allegazione d’un titolo per la sua acquisizione) prima illegittimamente compresso, riconosciuta e affermata dal Giudice delle leggi in conformità alla nuova Costituzione.

Effettivamente, la sentenza della Corte Costituzionale n. 87 del 1975 elimina l’ostacolo della perdita della cittadinanza (per le donne sposate con cittadino straniero), e la sentenza n. 30 del 1983 aggiunge un nuovo titolo d’acquisto della cittadinanza (trasmissione della cittadinanza per la moglie cittadina, oltre alla derivazione paterna della cittadinanza), tutto ciò in conformità alla nuova Costituzione, è evidente che il figlio di moglie cittadina, nato prima del 1º gennaio 1948 è cittadino per nascita, jure sanguinis, qualsiasi sia stata la data della sua nascita.
In modo tale che per gli effetti già spiegati delle dette sentenze d’incostituzionalità, dalla data dell’entrata in vigore della nuova Costituzione, la titolarità della cittadinanza italiana deve riconoscersi come riconosciuta alle mogli (che l’avevano persa in conseguenza del matrimonio con cittadino straniero) e a suoi figli (che non l’avevano acquistata) per essere nati prima del 1º gennaio 1948.
Il riacquisto della cittadinanza per i cittadini italiani che acquisirono la cittadinanza di un altro Paese. La comunicazione della cittadinanza ai suoi figli.
Bisogna esaminare finalmente la situazione degli italiani che, il più delle volte per motivi di lavoro, hanno acquisito la cittadinanza della nazione ove si trovavano.
In Argentina, dalla data della sottoscrizione della convenzione sulla doppia cittadinanza, i cittadini di tutte e due i paesi possono godere, simultaneamente, di doppia cittadinanza.
Per riacquistare la cittadinanza italiana, è necessario chiedere allo stesso giudice che ha concesso la cittadinanza argentina, di dichiarare che ci si avvale della convenzione sulla doppia cittadinanza ed in tal modo si riacquista la cittadinanza italiana, precedentemente perduta.
Ciononostante, se nel periodo temporale in cui la cittadinanza italiana era considerata “persa”, e fino al riacquisto, i figli nati sono considerati cittadini di quei paesi, e non possono vedere riconosciuta la cittadinanza italiana. Neanche possono chiederla dopo il riacquisto per i suoi genitori, se nel frattempo sono divenuti maggiorenni. Gli argomenti della sentenza della Cassazione, in re Nagnaghi, sembrano offrire anche a questi figli il diritto a vedere riconosciuta cittadinanza italiana, nonostante siano pervenuti alla maggiore età.

CAPITOLO IV

La attuale situazione giuridica.
Nel caso sottoposto all'attenzione della Corte di Cassazione, nella vicenda Hosri contro Ministero dell’Interno, la madre aveva perso la cittadinanza in seguito al matrimonio contratto nel 1939 con un libanese e poi l’aveva riacquistata nel 1982, con la dichiarazione di volontà prevista dalla L. n. 151/1975, emanata dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 87/1975 (che aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale del 3° comma dell'art. '10 della L. n. 555/1912 "nella parte in cui, per l'ipotesi di matrimonio di una cittadina italiana con uno straniero per la cui legge nazionale la cittadinanza del marito si comunichi alla moglie, prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della moglie").
La Suprema Corte ha sviluppato la propria analisi, pertanto, con riferimento all'efficacia della sentenza n. 87/1975, attraverso delle osservazioni che possono assumere la portata di principi di carattere generale. Al momento della nascita del ricorrente la madre non possedeva la cittadinanza italiana in conseguenza della limitata efficacia temporale della dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 10 della L. n. 555/1912 (operante dal 1° gennaio 1948).
La sentenza ha, infatti, stabilito che "con riferimento ad un matrimonio - contratto prima del 1948 - di una cittadina italiana con uno straniero la cui cittadinanza si comunichi alla moglie, il matrimonio ha comportato: a) la perdita della cittadinanza italiana, interrompendo, così, il relativo status; b) che questo effetto giuridico, in sé e per sé considerato, non era stato inciso in alcun modo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 87/75; c) di conseguenza, che detta sentenza costituzionale, mentre non ha reso tanquam non esset la perdita della cittadinanza, ha prodotto il limitato risultato di attribuire alla donna il diritto di "riacquistare", ove lo voglia, la cittadinanza italiana".

In altro caso ancora in corso di giudizio, è stato detto dal ministero dell’Interno convenuto in giudizio: “Appare evidente al Ministero convenuto che, anche a voler in ipotesi considerare - come fa parte attrice - quale titolo di acquisto della cittadinanza non l'evento nascita ma lo status di filiazione (e così, ad avviso della Amministrazione dell' Interno, non è), comunque non si produrrebbero nei confronti degli odierni attori gli effetti della dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 1, comma 1, della L. n. 555/1912: e ciò perché il rapporto di filiazione, anche se non si esaurisce con la nascita, non v'è dubbio sia sorto, nella presente fattispecie, in conseguenza del fatto nascita.

Da queste considerazioni del Ministero, si comprende che si continua a confonde

  1. In primo luogo si vuol ricollegare la perdita della cittadinanza al solo evento-matrimonio di una donna italiana con un cittadino di altro paese, quando in realtà è stato spiegato che tale effetto (perdita della cittadinanza) si produce solo nel caso in cui il coniuge straniero comunica (automaticamente) la cittadinanza come effetto del matrimonio, e dunque la perdita dello status non avviene se non ricorre tale condizione. Ed in proposito le legislazioni degli stati non producono così spesso tale automatico effetto, come invece avviene in Italia.
     
  2. L’altro problema è quello di confondere la situazione del riacquisto della cittadinanza, da parte della moglie italiana, dopo averla persa per aver contratto matrimonio con cittadino di un paese la cui legge nazionale comunichi a lei la cittadinanza del marito, con il caso di chi non ha mai perso la cittadinanza italiana, e dopo la sentenza 30 del 1983, acquista la possibilità di comunicare la sua cittadinanza a i suoi figli, tanto a quelli che nacquero a partire della data del l.l.48, come a quelli nati prima di quella data, già che la soluzione contraria collide con i principi costituzionali di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

L’argomento del Ministero di sostenere che il rapporto di filiazione è sorto prima del 1.1.48, e per questo non può esistere trasmissione della cittadinanza a partire di questa data, ai figli nati prima della stessa data, non è più che forzare una interpretazione che risulta contraria a questi principi:

  1. La costituzione tutela il principio della unità della famiglia.
     
  2. Lo status civitatis fu riconosciuto per legge, (con una lungimiranza senz’altro superiore rispetto al caso di cui si tratta) a persone nate nei territori diversi, come gli austro-ungarici, quelli delle colonie, persone la cui origine talvolta non era neppure italiana o lo era stata per brevi periodi.
     
  3. La legge sulla adozione dei minori stranieri, il cui caso è analogicamente uguale a questo in esame.
    Più che discutibile, questa posizione dello Stato risulta veramente capricciosa e contraria a tutte le norme, ponendo in essere una grave discriminazione, come è stato messo in rilievo prima dal Tribunale di Torino in re Lucero, e poi dalla Sezione I civile, della Corte di Cassazione: tale interpretazione risulta del resto avallata dalla sua compatibilità costituzionale, poiché una diversa ricostruzione fondata su di una differente interpretazione delle norme giuridiche che regolano la successione delle leggi nel tempo ed in particolare una diversa interpretazione dell'art. 1 della legge 555 del 1912 che ascriva valore solo alla situazione normativa esistente al momento preciso della nascita porterebbe ad una radicale difformità di trattamento fra fattispecie del tutto assimilabili, non sorretta da alcun criterio ragionevole di discriminazione, con la conseguente lesione dell'art. 3 della Costituzione. Non si vede infatti sulla base di quali ragionevoli considerazioni, diverse dal mero arbitrio di un casuale discrimen, sia possibile negare la cittadinanza a soggetti versanti nell'identica situazione (nati da madre italiana e padre straniero), a seconda che siano nati prima o dopo il 1 gennaio 1948.

Anche in qualche risposta del Ministero si può leggere che, sebbene la moglie abbia riacquistato la cittadinanza, tuttavia non può trasmetterla ai figli nati prima dal 1.1.48, già che prima di quella data non era cittadina italiana, ed è tornata ad esserlo solo con la dichiarazione di riacquisto. Si confonde nuovamente il fatto delle donne che erano sposate con cittadini il cui paese comunicava la cittadinanza, e quelle che non avevano ottenuto la cittadinanza del marito per difetto di comunicazione, in virtù delle leggi del paese del coniuge.
In realtà, con la Sentenza costituzionale n. 30 del 1983, ciò che la donna ha acquistato (non riacquistato) è la possibilità di trasmettere la cittadinanza ai figli.

Perciò non sarà più applicabile, perché cancellata dall’ordinamento, la norma dell’ art. 12 della legge 555/192, perché questo articolo regola la situazione di acquisto o riacquisto della cittadinanza e non potrà produrre alcun ulteriore effetto di perdita della cittadinanza.
Infine, con la più recente sentenza della Corte di Cassazione del 2000, (caso Nagnaghi), può considerarsi logicamente superata la questione, perché la Corte perviene alla conclusione che il combinato delle sentenze costituzionali n.87 del 1975 e 30 del 1983 ha l’effetto di fare venire meno tutti gli effetti della legge 555/1912, con una interpretazione più adeguata della materia della cittadinanza, in base alla quale non potrà più prodursi alcun effetto di perdita di tale status per tutte le donne che contragono matrimonio con cittadino di altro stato, sia nel caso che il marito comunichi la propria cittadinanza sia nel caso che tale effetto non si produca, superando in tal modo anche il limite temporale del 1.1.48.


Cittadinanza italiana via materna.
Nati prima del 1948.
Trasmisione.
Differenza tra comunicazione e non comunicazione “jure matrimonio”.
 Sentenze della Corte Costituzionale n. 87/1975 e n. 30/1983

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con Sentenza n. 3331 pubblicata il 3.2.2004, ha rifiutato il ricorso dei figli d’una cittadina italiana che aveva perduto la sua cittadinanza per comunicazione “jure matrimonio” prevista dalla legge turca, prima della entrata in vigore della Costituzione Repubblicana, non ostante che questi erano nati dopo il 1.1.48.
La sentenza, attiene alla possibilità di considerare cittadino italiano "iure sanguinis", nel senso dell’art. 1, comma 1, n. 1 della legge n. 555 del 1912 (testo d’accordo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 30 de 1983), al soggetto figlio di madre italiana sposata con uno straniero che li comunichi sua cittadinanza, prima del 1.1.48, anche se il figlio è nato dopo quella data.
Le Sezioni Unite intendono che, come la donna ha perso la cittadinanza italiana prima della entrata in vigore de la Costituzione del 1948, per effetto del matrimonio con uno straniero o de cambio de cittadinanza per parte del marito, può soltanto riacquistare la cittadinanza originaria, con dichiarazione resa davanti l’autorità competente.
La madre degli attori, nati nel 1949 e nel 1953, no aveva fatto tale dichiarazione di riacquisto della cittadinanza, prevista dalle leggi successive al 1948. Per conseguente non era cittadina al momento della nascita dei figli, ne riacquistato la cittadinanza prima de la data in cui i suoi figli arrivarono alla maggiore età.
La conclusione è che esiste una diversità di “fattispecie”, riguardo alla possibilità di retroagire (segnalata dalle Sezioni Unite), tra la sentenza n. 87 del 1975 e la sentenza n. 30 del 1983.

  1. Per la sentenza n. 87 del 1975 (che le Sezioni Unite intendono non può retroagire oltre il 1.1.48) la perdita della cittadinanza per effetto del matrimonio, celebrato prima del 1.1.48, soltanto può essere rimediata con la dichiarazione di riacquisto della stessa per la donna, che ricupera cosi l’originaria cittadinanza italiana. Se la dichiarazione non è stata resa, o si è prodotta al tempo che i figli erano già maggiorenni, questi non avranno, d’accordo alle S.U. della Cassazione, diritto alla cittadinanza italiana.
     
  2. Contrariamente, per la sentenza n. 30 del 1983 (che le Sezioni Unite, anche, intendono non può retroagire oltre il 1.1.48) non è necessaria nessuna dichiarazione e la donna madre italiana, sposata con uno straniero la cui legge nazionale non comunichi a essa la cittadinanza del marito, può comunicare la propria italiana, che mai ha perso, a i suoi figli minori a far data dal 1.1.48, già che tanto nel giorno della nascita, come alla entrata in vigore de la Costituzione Repubblicana, era in possesso della originaria cittadinanza e aveva acquistato, quello stesso giorno (1.148) per effetto della predetta Sentenza n. 30 la potestà di comunicare a essi il proprio “status civitatis”.
     
  3. Anche di più, a partire del 1.1.48, la legge n. 123 del 1983 e la legge 91 del 1992, possono essere considerati incostituzionali, al no prevedere che la madre cittadina italiana non possa comunicare la propria cittadinanza ai suoi figli minori al meno a far data dal 1.1.48, entrando in contrasto con la Sentenza n. 30 del 1983, essendo che non c’è nessuna norma che abbia vietato tale possibilità.

    (Dr. Horacio Guillén Professore di diritto civile alla Università del Museo Social Argentino a Buenos Aires).

Le nuove proposte di legge.

Nel maggio 2004 è stato presentato all’On.le Tremaglia, Ministro per gli Italiani all’Estero, il seguente disegno di legge:

DISEGNO DI LEGGE SULLA CITTADINANZA.
ANTECEDENTI PER UN DISEGNO DI LEGGE.

Le donne italiane emigrate all’estero e quelle nate nei paesi stranieri, di origine italiana, hanno subito la discriminazione che, in ogni modo, non è stata esclusiva d’Italia, ma comune a tutti i paesi.
Dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana il 1º gennaio 1948, diverse norme giuridiche, sentenze dei Tribunali, e circolari dei Ministri, con il corso degli anni, hanno modificato questa situazione, ma ancora restano ostacoli al pieno riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna.
Molti italiani che furono costretti ad emigrare, principalmente nel ventesimo secolo, hanno dovuto prendere la cittadinanza del paese che li ha accolti. Con gli accordi di doppia cittadinanza, hanno successivamente riacquistato l’originale italiana, ma i figli nati in quel periodo tuttora non possono essere riconosciuti cittadini italiani.

C’è pure il caso di coloro che desiderando il riconoscimento della cittadinanza italiana, si rivolgono direttamente al comune d’origine, ma gli si chiede l’attestato di non rinuncia, non del suo antenato italiano, ma dei loro discendenti in linea retta che non hanno mai avuto la cittadinanza italiana, e perciò non possono avere rinunciato ad uno stato che mai hanno avuto.
I principali problemi nei quali sono immersi moltissime persone di origine italiana, sono:

  1. L’impossibilità per le donne italiane di trasmettere la loro cittadinanza ai figli nati prima dal 1.1.48;
     
  2. L’impossibilità per gli uomini e le donne italiane di comunicare la loro cittadinanza ai figli avuti nel frattempo, che sono stati solamente cittadini di un altro paese, ed all’atto del riacquisto della cittadinanza italiana quei figli erano gia maggiorenni;
     
  3. L’impossibilità di rivolgersi direttamente al comune d’origine, senza presentare l’attestato di non rinuncia.

 

  1. Il primo problema è derivato dal parere reso dal Consiglio di Stato, nel senso che la sentenza d’illegittimità costituzionale del 1983, non può retroagire oltre il 1.1.48. Questo parere non è accettato dalla Sezione Prima civile, della Cassazione, che ha ammesso che la moglie italiana possa trasmettere la cittadinanza italiana ai suoi figli nati prima dal 1.1.48, che acquistano in questa data la cittadinanza di sua madre. La Cassazione, a Sezione Unita, non accetta il criterio della Sezione Prima. Questa posizione delle Sezioni Unite, lede gravemente il principio di eguaglianza (art. 3 Costituzione) ed il dogma dell’unità della famiglia che sorge della stessa Costituzione vigente, giacchè due figli della stessa madre hanno uno status civitatis diverso per essere nati prima o dopo la fatidica data del 1948.
     
  2. Il secondo problema deriva della considerazione che l’interruzione della trasmissione della cittadinanza per il fatto dell’adozione di cittadinanza di un paese straniero da parte di un antenato, vede sfumare la possibilità per i suoi discendenti di essere cittadini. Tale situazione è ingiusta perché nella maggior parte dei casi l’ascendete fu costretto a recarsi all’estero per motivi di sopravvivenza e, trovatosi in terra straniera, per gli stessi motivi fu costretto ad acquisire la cittadinanza di quel Paese. Tuttavia, và considerato che l’italiano all’estero, come i suoi discendenti, non hanno mai abbandonato né la famiglia di origine (cui spesso inviavano le proprie rimesse), né hanno dimenticato le tradizioni della terra di origine, ma anzi le hanno conservate e rafforzate nel tempo e per la maggior parte dei casi si sono associati con italiani nella stessa loro situazione. Non si contano, difatti, le associazioni di italiani all’estero in tutto il mondo. Perciò si può affermare che lo status civitatis è un diritto inalienabile dell’uomo, e non può essere soggetto alle contingenze della vita dell’antenato, che è stato costretto a adottare un’altra cittadinanza, precisamente per la mancanza d’opportunità nel suo paese d’origine, e questa contingenza non può ledere il diritto inalienabile del suo discendente, fondato nel diritto naturale.
     
  3. Il terzo problema è semplicemente di natura burocratica che può risolversi con profitto tanto per i cittadini, o futuri cittadini, come per i consolati italiani nel mondo intero, già che permette fare l’iscrizione direttamente nel Comune d’origine con la semplice eliminazione del requisito dell’attestato di non rinuncia. Su tale attestato, che ha una natura “negativa” perché dovrebbe attestare ciò che non è avvenuto, si potrebbe facilmente superare l’ostacolo ponendo a carico dello Stato di provenienza (e non a carico del cittadino richiedente) l’onere di dichiarare la situazione del suo status, trattandosi in ultima analisi di problematiche di carattere pubblicistico.
    L’allargamento della possibilità d’acquistare la cittadinanza italiana a tutte le persone di origine italiana che ricadono in questa situazione, può avere un’importanza geopolitica per l’Italia, giàcchè la mancanza d’abitanti per il basso tasso di natalità in Europa potrebbe essere compensata dall’ arrivo d'abitanti d’origine italiana. In ogni caso, l’eventuale provvedimento di estensione della cittadinanza potrà considerarsi come il giusto riconoscimento all’apporto dato all’Italia dagli emigranti nei decenni (e secoli) passati, nonché una riparazione al vuoto legislativo causato da una legge iniqua, ormai da tempo dichiarata incostituzionale e che invece si continua di fatto ad applicare.

Si ritiene pertanto necessario un intervento legislativo volto ad eliminare questi ostacoli che hanno creato una grave disparità di trattamento nei diritti dei cittadini.
Segue il nostro disegno di legge:

PROPOSTA DI DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.
1. All’articolo 1, comma 1, lettera a, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunge le seguenti parole: “...anche se nato prima dall’ 1º gennaio 1948”.

Art. 2.
1. All’articolo 14, 1, della legge 5 febbraio 1992, si aggiunge le seguente parole: “I figli maggiorenni di chi riacquista la cittadinanza, nelle condizioni di questa legge, possono fare la dichiarazione per acquistare la cittadinanza italiana, senza perdere la sua cittadinanza d’origine, se la legge del suo paese lo consente”.

Art. 3
1. Alla Circolare K 28, 8 aprile 1991, del Ministero dell’Interno, lettera B, Procedura per il riconoscimento della cittadinanza italiana, n. 6, se aggiunge le seguenti parole: “ Alle persone comprese nella presente legge potrà essere richiesto solo documento menzionato nell’appartato B, n. 5 di questa circolare”

Art. 4.
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
 


Cittadinanza italiana via materna.
Nati prima del 1948.
Differenza tra i figli “di sangue” e gli adottati.

La Sezione I Civile, e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, non concordano nelle sue posizioni riguardo alla preminenza del valore d’ogni uno dei diritti costituzionali.

Le Sezioni Unite accordano al principio d’irretroattività dell’art. 136 de la Costituzione, maggiore importanza che ai diritti stabiliti negli art. 3 e 29 della Norma Fondamentale. La Sezione I, Civile, della Cassazione ritiene che la nuova legge 91 del 1992 deve essere applicata ai rapporti pendenti, e alle relazioni ancora non esaurite, in confronto con le Sezioni Unite. Le proprie sentenze del Supremo Collegio sembrano dare ragione alla Sezione Civile: “È principio interpretativo ormai acquisito che, nel dubbio, il Giudice deve interpretar la legge ordinaria de modo conforme alla Costituzione, privilegiando la lettura de la norma costituzionalmente compatibile tra quelle alternative astrattamente praticabili” (cfr. Cassazione, 5 maggio 1995 n. 4906)”.

De tale forma le donne continuano oggi discriminate per la legge 555, la cui applicazione (secondo le S.U.) continua fino al 31 dicembre 1947 e por la legge 91 del 1992, che non ha previsto la retroattività, a partire del 1.1.48. Si produce così un vuoto legislativo e, in conseguenza, il figlio minore di donna cittadina, nato prima del 1948, non potrebbe ricevere la cittadinanza della sua madre neppure a far data da quello stesso giorno (1º gennaio 1948). Si deve aggiungere che le S.U. mai si sono pronunciate su questo punto, ma hanno fatto applicazione del principio d’irretroattività nel caso delle donne sposate con stranieri che comunicano a loro la sua cittadinanza (Caso El Hosri).

La Sezione I, Civile, ha stabilito che sono cittadini i figli di cittadina italiana nati a prima del 1948, ma a partire del 1º de 1948, già che essendo minori a quella data la relazione di filiazione è ancora pendente, e non è esaurita, non essendo passata in giudicato.

Da un’altra parte, l’attuale legge 91 del 1992, esclude l’effetto retroattivo de la norma (art. 20, salvo quel che dirò infra), de forma tale che il proprio potere legislativo avendo la possibilità di rimediare tutto ha lasciato esclusi della cittadinanza italiana ai figli delle donne cittadine nati prima del 1948, non ostante conoscere la sentenza n. 30/83, che aveva dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 1, comma 1 della legge 555.

Se si confronta questa situazione con la dell’adozione di minori stranieri, sembra patente l’ingiustizia della posizione delle Sezioni Unite, e la del potere legislativo: La legge 91 del 1992, nel suo articolo 3, comma 1 determina che “Il minore straniero adottato da cittadino italiano acquista la cittadinanza”. Nel comma 2 aggiunge che questa disposizione “...si applica anche in relazione a gli adottati prima della data d’entrata in vigore de la presente legge”.
In conseguenza è stato previsto l’effetto retroattivo soltanto per l’adozione, ma non per i figli già nati delle donne che sonno state ininterrottamente cittadine italiane, per non avere perso la cittadinanza jure matrimonio.

Nel caso di una cittadina italiana jure sanguinis, che si sposi con un latinoamericano nel 1940, che abbia adottato un figlio nel 1945, e avuto due del suo sangue nel 1947 e 1950, soltanto può comunicare la propria cittadinanza all’ultimo e all’adottato e non al proprio nato prima del 1º gennaio 1948. Nel caso di conoscere in quel tempo la legge 91/92, la madre avesse adottato il proprio figlio.

Si discrimina al figlio proprio riguardo al suo fratello e all’adottato. Questa situazione può portare all’incostituzionalità de la legge 91 del 1992 con un nuovo intervento della Corte Costituzionale.

Le Sezioni Unite, dando preminenza al principio d’irretroattività (art. 136, Cost.) sull’uguaglianza davanti la legge, l’uguaglianza tra i sessi e l’uguaglianza tra i coniugi (art. 3, 29 y cc. della Costituzione), affettano gravemente questi diritti i quali sono incaricate di proteggere.

Dr. Horacio Guillén
(Professore di diritto civile alla Università del Museo Social Argentino a Buenos Aires).
horacioguillen@fibertel.com.ar
 


Vorrei sollevare un appunto solo sulle modalità di emanazione, e non nei contenuti , e  che è valido secondo me  per tutte le leggi, o proposte di legge che affollano oggi i codici del diritto in Italia, e cioè :
Perché i legislatori non prendono l'abitudine di scrivere, emanare una legge che riprenda integralmente articoli o parte di articoli di leggi, leggine, decreti precedenti ancora in vigore anche  se risalenti a oltre 100 anni fa (come il caso della cittadinanza ) invece di inserire solo richiami , parti di testo e simili ?
Questo permetterebbe a tutti, come sarebbe giusto, di conoscere immediatamente i contenuti della legge stessa senza dover per forza ricercare testi di leggi precedenti e a volte rintracciabili solo attraverso corporazioni esose.
Avevo già effettuato tempo fa, una richiesta al Ministero, dato che "
La 'Legge', non ammette ignoranza", sul perché in fase di pubblicazione di una nuova legge non vi fosse questa 'aggiunta' che ne avrebbe agevolato la comprensibilità ... ottenendo in risposta nulla! Silenzio.
Pietro Liberati


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