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Chavez, l'America Latina, e gli occhi per vedere
  di Rodolfo Ricci

A proposito di un articolo di Gian Antonio Stella
In un articolo nella sezione "idee" della rivista del Corsera di alcuni giorni fa, Gian Antonio Stella, che abbiamo avuto modo di apprezzare per il suo importante contributo alla ricostruzione della memoria storica dell'emigrazione italiana (ed attuale), scrive, ironicamente, dell'intervento di Chavez a Porto Alegre e dell'amore cieco che commosso gli "stempiati Peter Pan rossi affetti da saudade sessantottina"; della "riabilitazione di Mao Tze Tung" che Chavez avrebbe fatto nel suo discorso vantando quella rivoluzione che ha sfamato un miliardo e duecento milioni di contadini", dell'interpretazione a dir poco blasfema di "Cristo come primo grande rivoluzionario della storia", della velleitaria e demagogica riforma agraria avviata in Venezuela che porterebbe, come sostengono gli oppositori venezuelani di Chavez, ad un disastro, perché oggi l'agricoltura che rende è solo quella fatta su vasta scala, che i sostenitori italiani di Chavez urlerebbero al golpe se Berlusconi sequestrasse per sei ore tutte le TV per un messaggio unificato, come ha fatto Chavez a Gennaio. "L'amore è cieco" conclude Stella, "come fu cieco quello per Mao, i sandinisti, il subcomandante Marcos, Fidel Castro."
Siccome non rientriamo tra i "peana" di Chavez, né tra quelli di altri personaggi storici o presenti citati da Stella, e neanche siamo appassionati per quella presunta equilibrata esegetica di ispirazione locale che affascina i postumi di uno scialbo riformismo ideologico che pretende di interpretare il mondo con i metri di una parte sola del mondo (quella situata a nord del pianeta), ci sentiamo autorizzati a sottoporre all'attenzione di Stella e di chi ironizza come lui, le seguenti questioni, o meglio informazioni, utili, pensiamo, a comprendere cosa accade in America Latina, oggi:

1)- Il Signor Chavez la cui simpatia o meno attiene ad una sfera puramente soggettiva, parla mutuando gli argomenti citati da personaggi forse più potabili: si tratta, intanto, di quei pastori, frati e laici, che hanno dato vita alla cosiddetta Teologia della liberazione: l'argomento della Cina e di Mao, in particolare, è citato in più occasioni da alcuni importanti esponenti brasiliani, tra cui Frei Betto, collaboratore per diverso tempo, di Lula, nell'attuazione del programma "Fame Zero".
Dice, più o meno, Frei Betto: un miliardo e duecentomilioni di persone equivale alla popolazione dell'America Latina e dell'Africa messe assieme, continenti, notoriamente mai governati da comunisti; perché dopo la rivoluzione di Mao in Cina si mangia e in Africa e in America Latina, nel 2005 si muore di fame ?
L'argomento è puramente statistico, non ideologico, e credo che sollevi un quesito per tutti.
2)- Sulla questione che Cristo sia stato il primo grande rivoluzionario della storia, lasciamo la risposta a chi ne sa più di noi. Da bambino mi hanno insegnato di sì, anche se gli effetti della sua rivoluzione continuano ad essere contraddittori.
3)- Per quanto riguarda la riforma agraria che secondo gli amici venezuelani sarebbe già stata realizzata in questo paese da Betancourt e Leoni tra il 1961 e il 1970, con la consegna di 3 milioni di ettari, se il risultato è stato quello della inurbazione dell'86% della popolazione venezuelana nelle bidonvilles di Maracaibo, Valencia e Caracas, appare chiaro che quella riforma, ove realmente realizzata, è stata un fallimento.
La conclusione di Gian Antonio Stella, secondo la quale qualsiasi riforma sia destinata al fallimento se non comprende che l'agricoltura vincente è solo quella realizzata su vasta scala (cioè nella permanenza del latifondo, seppur produttivo), appare molto ideologica: se l'obiettivo è infatti quello di produrre prodotti agricoli competitivi con i prezzi internazionali (prodotti considerati come "commodities" alla stregua di minerali estrattivi o bituminosi, ecc., ) che devono essere in grado di competere con i prezzi dei prodotti agricoli statunitensi o europei sostenuti dai rispettivi paesi -alla faccia del libero commercio-, ha ragione Stella.
Se invece, bisogna produrre prodotti per sfamare i 250 milioni di sudamericani che riescono a mangiare solo alcuni giorni alla settimana, allora, non ha ragione Stella: cioè, la riforma agraria si ha da fare, in Venezuela, come in Brasile, come in tanti altri paesi.
Mi colpì molto, durante un incontro con alcuni dirigenti (discendenti di italiani) di grosse cooperative nate dall'azione della Pastorale della Terra e dei Sem Terra nel Rio Grande do Sul e in Santa Catarina, del loro parziale disinteresse ad introdurre nel circuito del commercio equo e solidale europeo, i loro prodotti biologici; chiesi, ma perché non siete interessati ?
Risposero: per noi oggi è prioritario produrre meglio e di più per consumare (mangiare) qui, in Brasile; quindi abbiamo bisogno di know-how e tecnologia, di insegnanti, non abbiamo bisogno di esportare, abbiamo bisogno di sfamare la nostra gente.
Si trattava di quella questione che oggi nel linguaggio no-global si chiama "sovranità alimentare".
Per capirci meglio, nel 2004, il Brasile ha ottenuto il più grande surplus nella bilancia dei pagamenti della su storia. Ciò è stato ottenuto in gran parte con l'enorme aumento di export di prodotti alimentari (soia, mais, riso, carni di ogni tipo, ecc.), verso la Cina, l'India, la Russia, e molti altri paesi: centinaia di milioni di asiatici ed europei vivono di cibo brasiliano. Tuttavia, al momento, più di cinquanta milioni di brasiliani soffrono letteralmente la fame. Ed altri 50 milioni si situano su un livello di mera sussistenza.
E' un alto dato su cui riflettere.
4)- Sarà interessante, per Gian Antonio Stella e per molti di noi che si interessano di migrazioni, sapere che nel progetto di riforma agraria del programma di governo di Lula, uno spazio importante in termini di esempio e di prospettiva, sia occupato dall'agricoltura familiare: l'agricoltura familiare in Brasile è storicamente quella del sud del Brasile, cioè degli stati del Rio Grande, di Santa Catarina e di parte del Paranà e dello Stato di San Paolo; cioè le zone della colonizzazione italiana e tedesca. L'agricoltura familiare è stata praticata in appezzamenti di terreno medi di trenta ettari (una quisquiglia, un niente, rispetto alle dimensioni di quel paese); è l'agricoltura intensiva dei nostri ex-mezzadri che hanno portato in Brasile una cultura/sapere tipico e forse unico del lavoro agricolo, che ha consentito a quegli stati di essere i più prosperi del paese e del continente; solo la Stato di Santa Catarina, un terzo dell'Italia, produce oggi l'80% del pollame del Brasile; quasi l'intera produzione di questo stato viene esportata in Russia. Quasi tutti i produttori sono italiani; quasi tutta la produzione è realizzata in piccoli e medi allevamenti.
Se questo modello di piccola proprietà contadina e di agricoltura familiare fosse praticato in tutto il Brasile o in tutti gli stati sud-americani, non esisterebbe povertà, fame, o favelas. Lo stesso Lula arrivò da Pernambuco, sul cassone aperto di un piccolo camion, alle periferie di San Paolo (ad oltre 5.000 chilometri), fuggendo dalle povertà del latifondo.
Se in Venezuela, quasi il 90% della popolazione è inurbata nelle favelas, ciò significa che si può dare un giudizio delle politiche e delle classi dirigenti prima di Chavez. E questo può spiegare il perché Chavez ha vinto democraticamente 9 consultazioni elettorali di seguito; e spiega, in un certo senso anche il linguaggio che usa, lui, che ha scelto di fare il militare (altra scelta possibile era fare il prete) per sollevarsi dalla miseria, in un paese in cui il tasso di analfabetismo è decisamente alto.
Quanto alla dimensione dei mass-media in quel paese, sarà bene ricordare che tutte le reti private sono in mano a gruppi finanziari che hanno osteggiato da sempre Chavez, contrariamente a quanto avviene in Italia, ove quasi tutte le reti sono in mano al presidente del Consiglio Berlusconi.
A me pare esserci una certa differenza; non so se Gian Antonio Stella la possa apprezzare.
L'amore è cieco, è vero. Ma la cecità non è solo degli innamorati. Se la prima è in un certo senso comprensibile, quella invece che nasce dall'ignavia, dal gusto dell'ironia del luogo comune, o dall'ideologia di chi si sente al centro del salotto e che avrebbe tempo e strumenti per vedere -anche con gli occhi di altri meno fortunati-, lo è meno.

Rodolfo Ricci
(FILEF)



 

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