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  News 2004

MANTOVA LEGATA A TRENTO DALLA FESTA DI MARTINO

Compie 400 anni la concessione di S. Martino ai residenti di Pinzolo
Quando le badandi erano trentine

La facciata della chiesa di San Martino di Mantova -foto Liberati -La festa di S. Martino, ricorrenza che non dice più niente ai giovani, convertiti, insieme a parecchi anziani, alla paurosa «zuccata» di Halloween, dove si sciupano tante buone cucurbitacee, ottime per il pesto dei tortelli. La ricorrenza di S. Martino, soprattutto nelle campagne, era una festività molto sentita. Nella nostra città, posta all’angolo di via Pomponazzo e di via Corridoni (prima S. Martino) è ubicata la bella bella chiesa barocca intitolata a S. Martino. Fu ricostruita diverse volte, adibita a magazzino negli anni 30 e ritornata al Culto dopo l'ultima guerra. Assunse la forma attuale intorno al 1737-39 per opera del fiammingo Geffels, che ristrutturò quella preesistente. Sulla facciata vi è un altorilievo raffigurante il Santo mentre taglia il suo mantello per donarne la metà ad un povero. In questa chiesa, di solito la prima domenica dopo l’11, arriva una delegazione, nei costumi tradizionali, di Pinzolo. Si vuol ricordare che l’ultimo altare di destra era stato concesso, dal XVII sec., alla Comunità rendenese, che oltre a portare il legname dei suoi boschi, si soffermava a Mantova per lavorarlo. La processione della Madonna, in Duomo, dove si conserva un bel quadro del Santo citato nel catalogo dell’attuale mostra del Te. Le castagne, che le mamme ci preparavano soprattutto lessate, lasciando ai professionisti il compito di venderci, a quei tempi a prezzi contenuti, le caldarroste. A dir il vero, preparavano anche i «peladei», castagne sbucciate e cotte nel latte, insieme a sale ed alloro. Allora non mi piacevano, ora le mangio volentieri, probabilmente non avevo l’età per gustarle. Naturalmente si dava grande spazio al castagnaccio che i pistoiesi avevano portato in città alla fine dell’Ottocento. In casa ci si cimentava con le frittelle e i «papasini». Non c’era ancora la smania del vino novello, ma ricordo che mia madre mi mandava da «Mogliotti» a comperare il «vino dolce» che accompagnasse le castagne. Sino al 1943, l’11 novembre fu festa nazionale perché era il compleanno di Vittorio Emanuele III. In campagna, pur non escludendo che sulle mense degli abbienti facesse la sua gradita comparsa una bella oca, la ricorrenza di S. Martino non era certamente molto ben ricordata dai contadini poveri. L’11 novembre scadevano i contratti dei lavoratori agricoli e molte famiglie, raccolto il poco mobilio (le patine) che avevano, «facevano S. Martino»: andavano alla ricerca di un’altra cascina che potesse offrire loro lavoro e un tetto. Sembrano tempi molto lontani, ma poi penso ai lavoratori della Wella e vedo che è cambiato poco. Voglio terminare ricordando che S. Martino è stato un precursore di S. Lucia. In Francia il Santo portava i regali ai bambini buoni, ai «cattivi» un frustino chiamato «Martin baton» o «martinet». Vi posso assicurare che mia madre ne era fornitissima e che sulle gambe lasciava dei notevoli «livadei». 
( Luigi Sguaitzer
Quando badanti e cameriere venivano dall’est con la e minuscola. 
Perché meno lontano e più familiare, anche se la percezione delle distanze (geografiche e culturali) era differente. Un flusso ininterrotto che per quattrocento anni - dalla fine del Cinquecento ai primi del Novecento - ha spinto migliaia di emigranti stagionali (ma non solo) a scendere dalla Val Rendena, in Trentino, per svernare e guadagnarsi da vivere nella pianura Padana. Adattandosi, con maestria e dignità, a lavori spesso umili. Un esercito di facchini, scìapin (i taglialegna) e garavani (da carovana, i padroncini ante litteram). Ma anche serve e fantesche, quando ancora non si chiamavano baby sitter e badanti. E’ un documento del 1604 a testimoniare come la comunità rendenese vantasse a Mantova una tradizione consolidata e godesse di proprie forme organizzate. Si tratta dell’accordo stipulato tra il vescovo Francesco Gonzaga e alcuni abitanti di Pinzolo, in Val Rendena appunto, ma residenti a Mantova, attraverso cui si concedevano l’uso di un altare per le celebrazioni e la sepoltura nella chiesa di San Martino, in via Pomponazzo. Un atto notarile che giovedì compie 400 anni. Come anticipato si trattava in larga parte di facchini (il censimento del 1658 ne contava 269 su un totale di 427, concentrati soprattutto a Porto Catena) e taglialegna ma, soprattutto in principio, anche di segantini abilissimi a scolpire il legno. Richiestissimi per la lavorazione, la posa e la manutenzione dei pavimenti e dei soffitti dei palazzi dei Gonzaga. Rigorosamente in legno, proveniente come la manodopera dalla Val Rendana. E oltre alle contaminazioni linguistiche (tanti i termini dialettali comuni), sono rimasti tanti cognomi - Sartori, Amadei, Botteri e Collini - di schietta origine rendenese.
L’11 novembre ricorrono 400 anni esatti dalla firma dell’atto attraverso cui il vescovo Francesco Gonzaga concesse alla comunità di Pinzolo (comune della Val Rendena) un altare e un luogo di sepoltura nella Chiesa di San Martino, oggi in via Pomponazzo. Per l’occasione è attesa a Mantova una folta delegazione rendenese e dal sud Tirolo e verrà celebrata una messa alla presenza del vescovo e delle autorità cittadine. Con l’auspicio che dopo il restauro dell’altare (avvenuto 13 anni fa grazie all’impegno comune di Mantova e Pinzolo) si intervenga adesso sulla tela di Gian Francesco Tura “Madonna col Bambino e santi”. Come si augura anche il dottor Marco Collini, primario del reparto di Maxillo-facciale del Poma, orgoglioso delle proprie origini rendenesi.

 liberamente tratto dalla Gazzetta di Mantova

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