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CENT'ANNI FA MONSIGNOR SCALABRINI 
APOSTOLO DEI MIGRANTI 
PER LA PRIMA VOLTA A BUENOS AIRES 

Italiani nel mondo (aise)

Il 9 novembre 1904 arrivava a Buenos Aires il beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo e apostolo dei migranti, accolto al porto dalla banda salesiana, per interessarsi dei suoi primi missionari nelle colonie di Santa Fe e particolarmente incontrarsi con il fratello professor Pietro Scalabrini. In Argentina avevano lavorato per alcuni anni i fratelli Giuseppe ed Antonio e per alcuni periodi l'altro fratello, Angelo, nella qualità di ispettore e direttore generale delle scuole italiane all'estero. Pietro era docente universitario, ben conosciuto come collaboratore scientifico di Florentino Ameghino e fondatore dei Musei di Scienze Naturali di Paranà e Corrientes (dove fu pure presidente della Società Italiana) e del Museo Escolar di Buenos Aires. Suo figlio fu il celebre scrittore Raùl Scalabrini Ortiz.
Nella capitale argentina Mons. Scalabrini ebbe incontri con l'arcivescovo e l'internunzio, celebrò messa nella cattedrale ed i giornali diedero ampio rilievo alla sua presenza e alla sua missione, di cui oggi,oltre al ricordo, rimane la efficiente rete degli Scalabriniani che opera in tutto il mondo a favore delle comunità italiane.


IL 9 NOVEMBRE PROCLAMATO BEATO 
SCALABRINI LA RISPOSTA CRISTIANA 
di BEPPE DEL COLLE

Padre degli emigranti ma anche apostolo della carità e del catechismo, prima da sacerdote e poi da vescovo, seppe trovare soluzioni concrete e profondamente ispirate al Vangelo ai problemi del suo tempo, soprattutto a quelli dei poveri. E scosse la Chiesa esortandola a «uscire dal tempio».
Indiscutibilmente: padre degli emigranti. Però anche (altrettanto indiscutibilmente): apostolo del catechismo e della carità; vescovo infaticabile; riformatore del clero; consigliere di tre Papi; amico di santi e beati come don Bosco, madre Cabrini, don Orione, don Guanella; oratore seducente, capace di tenere 340 discorsi in 100 giorni; brillante scrittore e polemista, autore di 60 lettere pastorali e di dirompenti opuscoli di carattere sociale (un quotidiano lo ha addirittura definito in questi giorni «precursore della moderna sociologia»).
E, ancora, promotore dell’iniziativa politica dei cattolici e acuto mediatore dei conflitti nella Chiesa italiana al tempo della Questione romana (tomisti contro rosminiani, intransigenti contro conciliatoristi). Come non bastasse, suscitatore di iniziative a favore delle mondariso, dei sordomuti, dei terremotati, degli operai, dei carcerati; pronto a vendere anche la camicia – letteralmente, dovettero chiudergli a chiave l’armadio – pur di aiutare le vittime di una carestia, comprese, in gran segreto, le famiglie dei nobili decaduti; decorato di medaglia al valor civile per essersi prodigato di persona nella cura dei colerosi...
Il 9 novembre quest’uomo ben difficile da chiudere in una biografia – Giovanni Battista Scalabrini – viene proclamato beato in San Pietro. Il Decreto con cui il 16 marzo del 1986 la Congregazione per le cause dei santi riconobbe l’eroicità delle sue virtù così riassume l’origine religiosa della sua opera: «La sua spiritualità consistette nel voler riprodurre in sé l’immagine di Cristo (...) secondo il principio teologico di san Paolo: "Sono crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20)».
Questo va detto subito, per evitare che passi l’immagine di uno Scalabrini semplice per quanto efficientissimo filantropo, figlio naturale di un tempo in cui la filantropia era l’etichetta, sia pur nobile, con cui il positivismo, il socialismo, l’idea del Progresso incontenibile dell’Uomo si piegavano sulla sorte dei poveri, della classe operaia, dei contadini vittime delle gigantesche trasformazioni sociali, a cui tutti costoro cercavano di sfuggire lasciando l’Europa per le Americhe.
Scalabrini fu la risposta intimamente, totalmente cristiana ai mali del suo tempo. Senza l’immedesimazione nel Cristo crocifisso le sue opere e i suoi giorni sarebbero del tutto inspiegabili, poiché davvero egli sembra aver vissuto molte vite in una. Nato l’8 luglio 1839 a Fino Mornasco, sulla strada fra Milano e Como, terzo di otto figli di una coppia di negozianti di vini, frequentò il ginnasio-liceo Volta di Como e a diciotto anni sentì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel seminario minore di Sant’Abbondio e vi divenne facilmente un leader, negli studi come nelle amicizie. Ordinato sacerdote il 30 maggio 1863, chiese al vescovo Marzorati di poter entrare nei missionari del Pime, ma il presule gli rispose: «Le vostre Indie sono l’Italia», e lo nominò vicerettore (e quattro anni più tardi rettore) del seminario.
Il 12 maggio 1870 (l’anno della "presa di Roma") don Scalabrini viene nominato parroco di San Bartolomeo in Como e comincia per lui la grande stagione delle opere, spirituali e materiali. Si dedica innanzitutto alla diffusione della Parola di Dio dal pulpito e con la catechesi dei bambini. Fonda un asilo, che affida alla sorella Luisa (rimasta vedova), e un oratorio per i ragazzi; compone un Piccolo catechismo che gli vale l’invito da parte del vescovo a stendere un «progetto per l’impianto delle scuole della Dottrina cristiana nella diocesi di Como». Diventa popolare fra i parrocchiani perché gira per il quartiere operaio, va a conoscere direttamente la loro vita di tessitori di seta, soffre con loro le perdite del lavoro nei tempi di crisi.
Nello stesso tempo studia la vita della Chiesa, medita sul Concilio Vaticano interrotto dalla "usurpazione" del papato da parte del Regno d’Italia, e il vescovo gli chiede nel 1872 di tenere undici conferenze nel Duomo comasco sui risultati del Concilio che aveva appena definito il dogma dell’infallibilità. La fama si sparge, le conferenze vengono stampate l’anno dopo, una copia arriva sullo scrittoio di Pio IX, contemporaneamente a due "raccomandazioni": don Bosco e il vescovo di Pavia, Parocchi, suggeriscono al Papa di nominare quel giovane prete vescovo di Piacenza.
È così che a 36 anni Giovanni Battista Scalabrini si vede affidare un compito al quale è preparato. Lo si capisce dalla prima lettera pastorale, nella quale dichiara il suo programma: «Quanto a me, debitore a tutti, secondo le mie forze, tutti abbraccerò col mio ministero facendomi servo di tutti per l’evangelio, e inviato in prima ai poveri e ai più infelici che traggono miseramente la vita nella desolazione, soffrirò con essi, dando l’opera soprattutto a sovvenire ed evangelizzare i poveri». La diocesi conta 365 parrocchie e il nuovo vescovo comincia a visitarle tutte, sull’esempio di san Carlo Borromeo. Lo farà ben cinque volte in trent’anni, fino alla vigilia della morte. Dal punto di vista religioso, si rende conto che le cose non vanno bene, né fra i preti, né fra i laici. Per i primi, aggiorna il corso degli studi, detta regole più severe per la selezione dei seminaristi, reintroduce l’obbligo degli esercizi spirituali annuali e gli incontri periodici sulla morale. Indìce fra il ’79 e il ’99 tre Sinodi diocesani (sulla riforma della vita diocesana, la catechesi e la predicazione, l’Eucaristia).
Per i laici organizza una vera e propria rivoluzione nel metodo e negli strumenti della catechesi. Chiede che in ogni parrocchia nasca una Compagnia della Dottrina cristiana, pubblica nel 1876 la prima rivista catechistica italiana (il Catechista cattolico) e nel 1877 il volume Il catechismo cattolico. Considerazioni, che riceve l’elogio del nuovo Papa, Leone XIII. Nel 1889 convoca a Piacenza il primo Congresso catechistico nazionale, con l’adesione di 10 cardinali, 25 arcivescovi e 84 vescovi, fra i quali Giuseppe Sarto, futuro Pio X.
Ma dove le cose vanno decisamente male è sul piano sociale. Visitando le sue parrocchie, che si trovano in maggioranza sulle montagne dell’Appennino, il vescovo Scalabrini scopre che l’undici per cento della popolazione è emigrato, soprattutto nelle Americhe. Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’Italia unita è un Paese in preda a una gravissima crisi produttiva. Il Governo non bada che all’equilibrio del bilancio e da un lato è ben contento che la gente senza lavoro emigri, dal l’altro non fa nulla per migliorare la condizione di quanti se ne vanno, per non esasperare i proprietari terrieri i quali nell’emigrazione non sanno vedere nient’altro che la fuga di braccia.
Scalabrini si batte perché la Chiesa scenda sul terreno sociale e scrive ai suoi preti: «Un cattolicesimo speculativo e neutrale, mentre in seno alla società si agitano e si dibattono con calore le più vitali questioni, è un assurdo, una specie di tradimento. Ai nostri giorni è quasi impossibile ricondurre la classe operaia alla Chiesa, se non manteniamo con essa una relazione continua fuori della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tempio...».
Allo spirare del secolo, dopo le tragiche giornate del 1898 a Milano e un po’ dappertutto, pubblica Il Socialismo e l’azione del clero, in cui polemizza lucidamente con le teorie di sinistra, a cominciare dal marxismo che mostra di conoscere bene, ma dichiara che bisogna «combattere il socialismo con un altro socialismo», una grande apertura della Chiesa sul piano sociale, secondo le indicazioni della Rerum novarum di Leone XIII.
Un giorno, alla stazione di Milano, assiste alla partenza di alcune centinaia di emigranti. Ne rimane sconvolto. Conosce i termini del problema: in un opuscolo pubblicato nel 1887 con il titolo L’emigrazione italiana in America. Osservazioni, pubblica i dati governativi da cui risulta che negli ultimi undici anni sono partiti dall’Italia un milione e mezzo di persone. L’emigrazione non è, in sé, un male. Scalabrini la situa in un’ottica biblica, la vede come una parte del disegno di Dio volto a creare sulla Terra una sola, grande famiglia umana. Ma non si inganna sulla realtà: denuncia le condizioni disumane in cui si svolge, indica le pesanti responsabilità dei «sensali di carne umana», nuovi schiavisti che la legge considera «agenti di emigrazione» e non ostacola, mentre, secondo il vescovo, lo Stato dovrebbe tutelare «la libertà di emigrare, non di far emigrare». Riesce infine, nel 1901, a ottenere una legge sull’emigrazione che corrisponde ai suoi desideri.
Sul piano religioso, egli osserva quanto facilmente e quanto presto, non per colpa loro, gli emigrati perdano ogni contatto con la Chiesa. Questa preoccupazione diventa in lui assillante e angosciosa. Ma non lo paralizza. Come è nella sua natura, Scalabrini reagisce con le opere: nel 1887 dà vita alla Congregazione dei Missionari di San Carlo (poi chiamati "scalabriniani") composta di sacerdoti impegnati con un giuramento al servizio degli emigranti; negli anni successivi, mentre la Congregazione cresce fra molte difficoltà negli Stati Uniti e in Brasile, egli chiederà e otterrà dalla Santa Sede per i suoi preti una consacrazione religiosa definitiva, mediante i voti perpetui.
Nell’89 crea la "Società San Raffaele", composta prevalentemente di laici, per l’assistenza agli emigranti nei porti di partenza e di arrivo; e nel ’95 fonda il ramo femminile della Congregazione, della cui prima superiora generale, madre Assunta Marchetti, è stata introdotta la causa di beatificazione. Nel frattempo gira in lungo e in largo l’Italia per tenere conferenze, suscitare energie. Nel 1901 visita i suoi missionari negli Stati Uniti, sparsi ormai in decine di case, e si fa ricevere dal presidente americano Theodore Roosevelt; tre anni dopo compie un viaggio analogo in Brasile.
Quando rientra in Italia è stremato dalla stanchezza ( «sono stanco fino a morirne», dirà a un amico). Nonostante questo propone con un "memoriale" alla Santa Sede il progetto di una Commissione centrale per gli emigrati cattolici non solo italiani, e prepara una sesta visita pastorale alla diocesi.
Non ci riuscirà. Muore il 1° giugno del 1905, giovedì dell’Ascensione di nostro Signore. Nell’estrema agonia lo sentiranno gridare: «I miei preti, dove sono i miei preti? Lasciateli entrare».


SANTO DEL GIORNO  Giovanni Battista Scalabrini 
La sua filosofia di vita era «darsi tutto a tutti». E dalla sua esperienza nacque una congregazione missionarie tra le più conosciute. Giovanni Battista Scalabrini, nato a Fino Mornasco nel 1839, divenne rettore del seminario, insegnante e parroco in una zona operaia di Como. Nel 1876, a soli 37 anni, fu chiamato alla cattedra episcopale di Piacenza. In trent'anni di apostolato indirizzò alla comunità ben 72 lettere pastorali e visitò per ben cinque volte le 365 parrocchie della diocesi. Era l'epoca di migrazioni verso le Americhe e lui non poté restare insensibile. Impressionato dalla folla che un giorno vide partire dalla stazione di Milano iniziò a sensibilizzare le persone verso questo problema. Per la cura pastorale e l'aiuto concreto alla dura condizione degli emigranti sorse, dunque, nel 1887, la Congregazione dei Missionari di San Carlo. Il fondatore morì nel 1905 ed è beato dal 1997. (Gianni Santamaria)


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