Argentina                    News 2004

I nuovi conquistadores della Patagonia.
Comprano la terra a prezzi ridicoli, la polizia lavora privatamente per loro, e  come gli anacoreti di 500 anni fa, distribuisce perline, gingilli e specchietti colorati, con la differenza che oggi si chiamano United Colors of Benetton.
 di Sebastián Hacher

Da Indymedia

Benetton prepara un nuovo sgombero in Patagonia

Nella Patagonia argentina, il furto delle terre e la repressione del popolo Mapuche, gli abitanti nativi di questa regione, non sono mai finiti. A piu' di un secolo dall' inizio della conquista da parte dello stato argentino, la Patagonia e' sempre stata una torta succulenta che i capitali stranieri, in collaborazione con la classe dirtigente nazionale, non hanno mai smesso di dividersi. Tra i nuovi latifondisti della regione, imprenditori stanieri e personaggi dello spettacolo attratti dalla moda liberista e dalle privatizzazioni degli anni 90, spicca il nome di due italiani: Carlo e Luciano Benetton. Forse piu' famosi nel mondo per le campagne pubblicitarie a favore di 'cause nobili' che per i metodi disumani e coloniali con i quali gestiscono i loro affari, i fratelli Benetton sono oggi il piu' grande proprietario terriero in Argentina con 900.000 ettari (un area equivalente a 900.000 campi da calcio) della ricca e fertile Patagonia. Con il 9% delle terre piu' produttive della regione, i loro possedimenti sono
40 volte la dimensione della capitale argentina, Buenos Aires, che e' la seconda citta' piu' grande in America Latina. La storia di questa fortuna non si discosta dalla tradizione di repressione e negazione del diritto all' esistenza che i popoli Mapuche hanno subito negli ultimi due secoli. Gli ultimi a finire nel mirino degli interessi del gruppo Benetton sono un gruppo di 8 famigle che hanno l' unica sfortuna di abitare un ettaro di terra che i Benetton vorrebbero aggiungere alle centinaia di migliaia che gia' possiedono in Patagonia. Dopo la storia della famiglia Curiñancos, questa volta 50 persone e una scuola frequentata da 18 bambini rischiano di essere sgomberati, senza che gli venga fornita una valida alternativa abitativa, per lasciare posto ad un attivitita' turistica che i Benetton, con la collaborazione del governo della regione, vorrebbero impiantare approfittando del progetto di ristrutturazione della linea ferroviaria.

Argentina: Chubut, istruzioni per creare latifondi 
Qui recintano tutto quello che vogliono. Se e' una bella valle, mettono le 
recinzioni perche' e' una bella valle; se e' una pianura lussureggiante, la
chiudono per questo motivo, e a noi ci lasciano le pietre e i peggiori
campi. Siamo arrivati al punto che perfino le pietre hanno un valore."
-Di Sebastian Hacher

Bariloche e' una citta' da cartolina. Nelle strade del centro e' proibito violare lo stile architettonico, e la vista del lago, con le montagne innevate sul fondo sono uno spettacolo che attrae i viaggiatori di tutto il mondo. Nel Centro Civico, dove i turisti fanno la cosa per scattare foto, ce' un monumento ad un genocida, riconosciuto come padre della patria
grazie ai massacri compiuti contro il popolo Mapuche. Il monumento, nonostante gli sforzi
degli impiegati del comune per tenerlo pulito, e' costantemente sparayato con una frase molto eloquente: nonostante tutto ci siamo ancora.

Forse questo e' un segno dei tempi che corrono nel sud del paese; la storia di marmo freddo dell' oligarchia e la mano ribelle che si rifiuta di sparire, che si mischia alle cartoline per dire una cosa semplice come rivendicare la propria esistenza.

Significa svelare che la guerra non e' finita, che 'la conquista del deserto' continua e si ripete sotto altre vesti ma con lo stesso fine.

Quella che segue e' una storia dove il passato e il presente si confondono, si mescolano e ripetono come le stagioni dell' anno. Perche' il passato e' la materia prima del presente, ed e' allo stesso modo quello che i vecchi hanno insegnato con un linguaggio segreto, mai compreso dall' uomo bianco. E' un ricordo di cioe' e' e di cio' che vorremo che fosse.

In fondo, il problema e' sempre lo stesso; corporations straniere e nazionali, con la complicita' del governo argentino, si spartiscono la Patagonia, vera e propria macchina da soldi in ambito turistico e minerario. E per farlo non solo sono costretti a distruggere l'ecosistema ma anche i Mapuche, il popolo originario di queste terre. 

Questo lavoro vuole raccontare un piccolo pezzo di questa storia grande e dolorosa, scritta dal dramma attuale che vivono decine di famiglie Mapuche del sud del paese che sono stati o sono sul punto di essere sgomberati.

Non tratteremo delle imprese petrolifere, di altri latifondisti o del problema dell' estrazione mineraria. La dimensione del confiltto, della lotta fra interessi contrapposti cue ha luogo tra le steppe e le cordigliere patagoniche, e' tanto vasta e complessa quanto il territorio che occupa.

Partiamo da alcune considerazioni generali per arrivare nella zona di Cushmen, a sud di Chubut, e li' troveremo due casi concreti: quello della comunita' Vuelta del Rio contro latifondisti locali, e piu' concretamente il caso della famiglia Fermin. Nella seconda parte - di prossima pubblicazione - ci immergeremo nella storia della famiglia Mapuche che senza volerlo svela e smaschera la natura e i veri interessi della Benetton nel sud dell' Argentina.

La storia che andiamo a raccontare, parte da un piccolo pezzo di terra in mezzo ad un grande territorio; il lotto 134, appena 625 ettari. Sappiamo che se cambiamo i nomi dei protagonisti, i luoghi e le date, scopriremo che questi problemi li ritroviamo in migliaia di casi in tutto il continente.

Nel 1872 comincio' una nuova offensiva per la terra destinata ad essere una e senza frontiere dall' Atlantico al Pacifico. Sotto il comando di Calfucura, 6000 uomini armati di spade avanzarono fino ad Alvear, quella che oggi chiamiamo Buenos Aires. Da li' fino ai ghiacci del sud si estendeva il territorio abitato dai Mapuche, un paradiso naturale che i
bianchi chimavano ancora 'deserto'.

Furono anni di lotta e sangue. Nel Gennaio del 1876, agli ordini di Nanumcurá e Rumay i Mapuche combatterono a Olavarría, Azul e Tapalqué. A Tres Arroyos e a Necochea combatterono corpo a corpo nella nebbia, fino a circondare le truppe di Levalle e Maldonado. Fu un anno di guerra totale per impedire che gli invasori conquistassero sempre piu' terre. A cavallo e con le fionde prevalsero a sud del fiume Colorado e il nemico, guidato da Alsina, comincio' a costruire una fortificazione faraonica da Bahia Blanca fino alla cordigliera, una linea di terre e fortini che separava il suo latifondo dalla terra libera.

Fu allora che arrivo' Julio Argentino Roca, il genocida ministro della guerra. Il fucile Remington e il telegrafo furono il suo contributo, donato direttamente dalle mani della corona inglese, che aiutarono le sue imprese.

Cinque divisioni dell' esercito parteciparono alla famigerata "Campagna del deserto". La prima, condotta da Roca, doveva raggiungere la isola di Choele-Choel nella zona del Rio Negro; la seconda divisione, agli ordini di Nicolas Levalle, doveva marciare da Carhue' fino a Chadi Levu e al fiume Colorado. La terza, diretta da Eduardo Racedo, partendo dal sud di Cordoba doveva occupare l' area dei ranquelos. La quarta divisione, sotto il colonnello Napoleon Uriburu doveva partire da San Rafael e occuparsi della zona della cordigliera fino Chos Malal a Nenguen. Il quinto esercito, condotta da Hilario Lagos doveva aspettare ordini a Trenque Lauquen, e gli fu ordinato in seguito di dirigersi verso Torbay.

I risultati di questi massacri sono oggi glorificati dalla storia e dalla iconografica ufficiale, dai manuali a scuola fino, nella sua ultima versione, ai biglietti da 100 pesos.

Nella relazione sopra la campagna militare, il ministro della guerra Julio A. Roca diceva que nel 1879 "Si trattava di conquistare un' area di 15000 leghe quadrate occupata per lo meno da un 15.000 anime, poiche' e' di 14.000 il numero tra morti e prigionieri che ha registrato la campagna. Si trattava di conquistarla nell' accezione piu' ampia del termine.
Militari, commercianti, affaristi e uomini della corona britannica costruirono recinzioni e portarono bovini dove una volta c' era' vento e liberta'.
Sette chili di recinzione, fucili e casacche militari furono i simboli delle gesta dell' oligarchia. Chiusero le valli e i fiumi, le praterie e le montagne. La terra insanguinata fu smembrata in base ai titoli di proprieta' redistribuiti come fossero margaritas, e gli inglesi si presero la parte migliore.
Solo nel 1885 lo stato argetino suddivise 4.750.471 ettari tra 541 persone. Se si allarga il calcolo, dall' inizio dell' offensiva nel 1875 fino al termine avvenuto nel 1903, le terre regalate o vendute a basso prezzo lievitano a 41.787.023 ettari divise tra 1843 persone, di cui parecchi stranieri.
Che i latifondisti abbiano pagato un tributo a Roca con monumenti e nomi di strade nelle citta' che fondarono nei pressi dei loro possedimenti, e' una cosa molto comprensibile se lo consideriamo per quello che ha fatto.
Terminata ufficialmente nel 1885 la "Campagna del Deserto", dalle frontiere del paese recintato arrivarono i sopravvissuti.
Viaggiarono con carri tirati da buoi, con qualche cavallo e i sacchi in spalla. Arrivarono dalla terra a sud del Bio Bio, in quello che adesso chiamano Cile, perseguitati e spossati. Vennero con le loro speranze e il dolore da San Martin de los Andes, da Neuquen e dalle antiche frontiere che arrivavano fino al sud di Buenos Aires, dove si era combattuto centimetro
per centimetro contro le truppe invasori.
Durante il cammino macellavano animali, alzavano tende per riposare e continuavano. Avanzavano al ritmo della repressione, dello strepitio dei fucili che rompevano il silenzio della notte per portare via altre vite.
Molti viaggiarono a piedi, dormirono in grotte o improvvisarono ripari con giunchi e fango. Si muovevano a gruppi, perche' quando il nemico li cacciava, li portavano camminando e legati fino alle residenze di Buenos Aires, e quelli che non morivano per strada di fame, stanchezza o per ribellione, erano usati come schiavi nelle proprieta' che si erano conquistate in punta di fucile. Quella che prima era una terra di liberta', si era convertita in un campo di concentramento alla luce del sole.
La leggenda racconta che alcuni scapparono dalla prigionia nudi e affamati e che un enorme animale apparve sul loro cammino, e l' intervento di una tigre li salvo' da sicura morte. Come un regalo della terra, l' animale divento' il loro protettore; affilo' i suoi artigli contro un albero e si mise a cacciare per nutrire i suoi nuovi figli. Da questo deriva il soprannome Nahuelquir,
figlio della tigre.
Proprio Miguel Nancuche Nahuelquir si chiamava il combattente Mapuche che pellegrino' da piu' di un secolo dalle terre dei sopravvissuti fino a Buenos Aires. Viaggio' portando sulle spalle la speranza di un pugno di famigle, per avere un po' di respiro nella persecuzione. La sua gente si era stabilita tra òa cordigliera e il fiume Chubut, proprio li' dove prima erano vissuti quelli che erano conosciuti come Los Manzaneros, del pueblo Chehuelche.
Nel 1899, una volta spartite le terre migliori tra il latifondisti, l'allora presidente Roca riconobbe l' occupazione territoriale de la tribu di Nahuelquir.
Con un decreto creo' la riserva indigena conosciuta come Colonia Pastoril Cushamen, di 260.000 ettari, limitata e circondata da insediamenti inglesi nella zona che ancora oggi costituisce la gran parte della provincia di Chubut.
Lo stesso Nahuelquir si installo' con altre famiglie nella zona che oggi si conosce come Vuelta del Rio, e li' cercarono di fare, finalmente, una vita legata alla terra senza soffrire piu' persecuzioni.
Il primo registro pubblico di una ispezione in questa zona e' datato 1905, e ci parla di case di fango con il tetto di paglia e piantagioni di grano e ortaggi. La terra era, come oggi, divisa in lotti, pero' i limite erano sempre molto larghi e chi stava un anno in un lotto poteva spostarsi in un altro l' anno dopo, per cercare cibo migliore per le pecore, vacche e bovini che nascono in quella regione. Le famiglie che arrivavano erano sistemate dalla comunita'
in differenti zone, e i campi erano utilizzati - come si continua a fare anche oggi - in maniera condivisa. Fino a questo punto arrivarono i protagonisti di questa storia, famiglie
Mapuche che ancora oggi sono in pericolo di essere sgomberate. I massacri avevano anche aperto le porte della Patagonia ad avventurieri, commercianti, speculatori che viderono nella regione una opportunita' per 'fare l' America'. Tra quelli che arrivarono, c' erano le famiglie Breide e El Khasen, due famiglie turche i cui nomi ancora oggi riecheggiano nella regione.
Dona Segunda Huiliano, abitante di Vuelta del Rio da quando e' nata, ci racconta la storia. Non sa ne' leggere ne' scrivere pero' quando ci dice "Lo so perche' i miei nonni me lo raccontavano", la sua testimonianza diventa una delle piu' precise per capire quello che
successe e che sta succedendo. Nella memoria collettica e' dove rimangono iscritte le verita' del suo popolo.
"Quando vennero i Breire arrivarono come persone qualsiasi, con un carretto e gli alimenti in un baule, vendendo al chilo e siccome non c' erano affari da fare la gente comprava. Facevano il cambalache, cosi' si chiama il cambio in animali. E cosi' comincio' a lavorare e apri' una bottega, in una casa che non era di sua proprieta'. Era la casa di Fernando Nahuelquir e cosi' e' rimasta fino ad oggi. Successivamente si sposto' in una bottega
piu' grande. A quel punto arrivo' anche El Khasen. Tutta quella cordigliera la' e' di El Lhasen, da quando si approprio' di tutto, terra e animali e con l' aiuto di uomini armati e di un giudice mise tutto sotto recinzione. Breide fece la stessa cosa, in un primo momento recinto' dove viveva Dona Fidelina, viveva sola e Breide venne a bruciarle la casa, distruggerle l'orto, tutto quello che aveva, e le buttarono tutte le sue cose nel luogo dove vive ancora oggi. Nessuno disse niente di quello che stava succedendo, pensavano che se commettevano qualche crimine sarebbero stati denunciati, ma in realta' non avrebbe potuto aver alcun seguito dal momento che erano le stesse autorita' che stavano facendo il lavoro per loro. Le cose andarono cosi', negli anni 30 e 40. Mi sembra che fosse questo periodo".
"Gli anziani del villaggio avevano i documenti di proprieta' delle terre. Loro andavano ai mercati e portavano frutta, pelle e lana. Gli affaristi li invitavano a mangiare, a bere e a quel punto succedeva il disastro. Gli anziani si confidavano e quando erano ubriachi gli venivano chiesti i documenti delle terre ma una volta che si ricordavano di andare a ritirarli gli dicevano che non li avevano piu' perche' avevano dovuto portarli in un altro posto. Piu' o meno tutti finivano cosi'. Con Breide funzionava cosi', gli portavano le loro merci e quando andavano a ritirare i soldi mai gli davano dei soldi ma solo farina, erbe, tutto in sacchi. Siccome non sapevano leggere li truffavano con le misure. Succedeva questo perche' loro
non sapevano fare i conti ne sapevano il valore delle cose. Qui la gente era ignorante e umile. Aveva paura di parlare con le autorita', di sporgere denunce. Gli dicevano di firmare e loro firmavano tutto. E se non sapevano firmare i commercianti firmavano per loro. Cosi fecero fortuna i Breide, i El Khasen e tutti gli altri turchi. Ma quando morirono i vecchi persero tutto. Adesso sembra che non ci sia stato niente, se si va a vedere le loro aziende non rimane niente. I Breide fecero la stessa fine, avevano macchinari per lavorare la lana e adesso non c' e' piu' niente. Delapidarono tutto."

Federico Sartor, direttore stampa del gruppo Benetton, ha confutato giorni fa, in un giornale italiano, l'articolo "Instrucciones para hacer latinfundios". Quella che segue è una piccola risposta alle sue argomentazioni
Il Longko Lorenzo Quilaqueo ci insegna che prima che sorga il sole si ringrazia la natura per il nuovo giorno, chiedendole il permesso per poterla lavorare e per poter usufruire dei suoi frutti. Dice il Longko che questo raccontavano i suoi avi, e ancora oggi, a 87 anni, egli si adopera per farlo apprendere agli altri. E dice ancora che se non si rispetta la natura, alla fine questa ti si ritorce contro. Nella sua cosmovisione, l'uomo non vive sopra la terra, ma è parte di essa. Per questo il suo popolo si chiama Mapuche, che significa gente della terra.

Il Gruppo Benetton è accusato dal popolo Mapuche di usurpare terre ancestrali e di sgomberare popolazioni Mapuche, al fine di ingrandire le sue proprietà, che già si estendono per 900.000 ettari. Uno di questi conflitti è quello con la famiglia Curiñanco, evacuata, con
una denuncia degli amministratori del gruppo, dalla sua terra nelle vicinanze di Leleque, la tenuta piu' grande di Benetton. 
Il caso- che si tratterà in tribunale a partire dal 14 Aprile- ha riscosso risonanza internazionale, permettendo altresì di mettere in luce diversi episodi di sgombero e sequestro di fiumi e strade comunali. Preoccupato per la sua immagine, il Direttore Stampa e Comunicazione del gruppo Benetton, Federico Sartor, ha cercato di smentire tutte, una ad una, le accuse comparse in un articolo dello scorso anno contro la Compañía de Tierras Sud Argentino (CTSA), il latifondo del gruppo italiano in Patagonia.
Ma proprio Sartor inizia in maniera quantomeno balzana la sua risposta, smentendo addirittura sé stesso: ci informa infatti che il CTSA è una società "indipendente rispetto al gruppo Benetton" e che l'unico punto in comune è il controllo da parte della Edizione Holding, società madre e finanziaria del Gruppo.
Curioso, in primo luogo, vedere che Benetton, pur non avendo relazione diretta con la CTSA, le presti il suo direttore stampa per difendersi: forse cio' si spiega con il fatto che la Compagnia fornisce al gruppo 3.1 milioni di chili di lana l'anno, circa il 20% di quella utilizzata
mondialmente. O forse sarà perchè nella direzione della CTSA compare come presidente un tale Carlo Benetton, che agli atti dell'Assemblea degli Azionisti, presso l'Ispezione Generale di Giustizia della Repubblica Argentina, si presentò con il documento numero 111.747A, dichiarando di essere di nazionalità italiana e di professione industriale.
Sospettiamo - e solo questo- che tale Carlo Benetton abbia altro a che vedere con il Gruppo Benetton SpA, per quanto Sartor lo neghi e insista che siano conosciuti solo per le linee di abbigliamento. La generosità di Sartor non si limita soltanto alla difesa di un'impresa
con la quale non avrebbe alcuna relazione, ma che ricopre con il suo manto di grazia l'intera Capitale Federale. Secondo il portavoce sarebbe infatti falsa l'affermazione che la proprietà
Benetton è 40 volte più grande della Capitale Federale, semplicemente perchè, secondo il suo parere, la città di Buenos Aires si estenderebbe per "200.000 ettari", addirittura dieci volte quello che in realtà misura. Peccato che questa scoperta geografica, la quale certamente avrebbe potuto mettere fine ai problemi urbani di una delle città più grandi e caotiche dell'America Latina, purtroppo non sia reale. 
Non contento di questo, Sartor arriva a dire che soltanto le terre (di proprietà della CTSA) della provincia di Buenos Aires sono di grande qualità e di un elevato valore unitario per ettaro. Il resto delle tenute sarebbe di scarso valore, poichè, essendo situate nella zona della Cordillera, nella steppa Patagónica e lungo la costa, possono accogliere un numero molto basso di capi d'allevamento. 
Non solo, dunque, contraddice lo stesso Benetton -dichiaratosi innamorato della Patagonia- ma occulta diversi aspetti importanti. In primo luogo che le terre possedute in Patagonia sono tra le migliori della zona, e permettono comodamente di alimentare le sue 280.000 pecore, che godono del privilegio di avere a loro disposizione 3,2 ettari ciascuna, molto più di quello che possiedono le famiglie espropriate della loro terra.
In secondo luogo, che in alcune di queste terre sono in atto progetti minerari per l'estrazione dell'oro, alcuni dei quali si trovano in prossimità delle terre al centro della controversia e almeno tre dei progetti minerari della zona di Esquel, secondo la mappa che gli stessi avvocati della compagnia hanno presentato in Tribunale, si stanno attuando
nella proprietà di Benetton. Quello che però non trova spiegazione è la supposta mancanza di proporzioni. Il conflitto con la famiglia Curiñanco interessa lo 0,001285% di quelle proprietà che Sartor disprezza, ma ciò non impedisce che Benetton contatti lo studio legale più prestigioso della città di Essi Medesimi. E quando Carlo Benetton chiama a notte inoltrata per chiedere informazioni, i suoi avvocati soffriranno certo più di un mal di testa, senza neppure rendersi conto che stanno difendendo qualcosa che non ha nessun valore.
Ma, secondo la particolare visione di Sartor, gli avvocati sarebbero riusciti ad ottenere il sorpasso della giustizia, dal momento che nel suo articolo scrive, a proposito del caso Curiñanco, che "il giudice competente ha emesso sentenza a favore della compagnia ed ora è in corso una causa per stabilire la pena"
Se questo fosse certo- ma non lo è- sarebbe la prima volta nella storia del diritto moderno che un accusato riceve la sentenza un mese e quattro giorni prima di essere giudicato. Chissà, questa profezia si spiega con il fatto che il giudice che presiedeva la causa, e ordinò lo sgombero preventivo della famiglia Curiñanco, è tale Dr. Collabelli, lo stesso che sta ora
affrontando un giudizio politico per le sue sentenze contro il popolo Mapuche, da lui comparato senza esitazioni all'ETA. 
Tutto il resto della risposta di Sartor continua con la stessa musica: menzogna.
In riferimento alla chiusura dei fiumi, spiega che se il passaggio è impedito da tre lucchetti, sarebbe semplicemente per preservare la sua proprietà privata e l'ambiente. Sempre secondo Sartor, chiunque chieda la chiave può accedervi, sia per transito che per fermarsi a pescare nella zona. Ciò che non dice è che quel "chiunque" non include i suoi impiegati - che sono stati i primi ad informarci della situazione della chiusura dei fiumi- nè tantomeno gli
abitanti di Leleque. 
In un altro articolo, tempo fa, lo stesso direttore stampa aveva con disprezzo definito coloro che protestavano "attivisti che vogliono solo richiamare l'attenzione dello stato, strumentalizzando l'azienda per quest'obiettivo". Su questo punto gli diamo ragione: Doña Candelaria, "un'attivista" mapuche di 86 anni, salta tutti i giorni un reticolato, installato dagli
amministratori dell'impresa, per poter cercare acqua ad un ruscello per fare ginnastica sovversiva. Rispetto invece al caso della Scuola 90, situata nella stazione Leleque, la sua omissione sembrerebbe confermare le sue reali intenzioni. Scrive infatti: "La scuola è responsabilità esclusiva dello stato". Peccato che questa, per funzionare, necessiti degli alunni, ovvero la ventina di ragazzini che vivono alla stazione Leleque, una piccola isola,
che Stato e Benetton hanno in programma di evacuare, per far posto ad un'impresa turistica, descritta da Sartor nelle ultime righe del suo articolo.
Chiaro che, tuttavia, la compagnia non ha il potere di chiudere le scuole. Ha però quello di farle sparire per mancanza di alunni. Perchè Sartor non può negare la sua partecipazione nel progetto turistico, che prevederebbe lo sgombero delle famiglie della zona. Progetto che sia lo Stato, sia l'amministratore della tenuta -che si chiama suggestivamente Ronald Mac Donald-, cercano di concretizzare da circa un anno.
Tornando all'inizio, quando il Longko Lorenzo Quiraqueo ci racconta che tutto ritorna, e che gli ultimi 500 anni di colonizzazione finiranno per dare inizio ad un ciclo ascendente, che punirà gli invasori e redimerà gli oppressi, parla la stessa lingua di molti altri popoli originari del Sudamerica.
Sarà per via di questo futuro cambiamento, che nel pacchetto di investimenti per 5 milioni di dollari, previsto da Benetton per le sue tenute patagoniche, è inclusa la costruzione di un commissariato privato?  Forse questo sarà il modo di chiudere il cerchio e di convertirsi nei nuovi conquistadores della Patagonia. Comprano la terra a prezzi ridicoli, la polizia lavora privatamente per loro, e Sartor, come gli anacoreti di 500 anni fa, distribuisce perline,
gingilli e specchietti colorati, con la differenza che oggi si chiamano United Colors of Benetton.

Sebastián Hacher
Buenos Aires  2004.

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