Ultime notizie   News 2004

Maremoto in Asia, una immane catastrofe 
Paura per i turisti italiani 
Ancora tra i dispersi un gruppo di mantovani

Il quarto sisma più intenso degli ultimi cento anni provoca grandi ondate: spazzati via villaggi e alberghi di otto Paesi.   Almeno 70mila morti. 

Gruppo di mantovani travolti dall’onda sulla spiaggia di Phuket: qui è un disastro
Ore di apprensione per una coppia di sposi viadanesi.

Secondo la Fiavet, la Federazione che raccoglie gli operatori turistici, sarebbero circa una trentina i mantovani attualmente in vacanza nell’area del sud est asiatico colpita dal disastroso terremoto che ha provocato almeno 11mila morti. Dai paradisi vacanzieri di Phuket in Thailandia, alle spiagge dello Sri Lanka e dell’india Meridionale per giungere agli atolli delle Maldive, la gigantesca onda anomala seguita al terremoto d’intensità 8,9 della scala Richter ha portato morte e distruzione. Difficile fare una stima più esatta dei concittadini in questo momento là in vacanza. «Quest’anno - spiega Donatella Marai della Semiramis viaggi ed ex delegato Fiavet - le Maldive sono state una meta molto gettonata. Io stessa ho venduto diversi viaggi in questo periodo per la destinazione, anche se il grosso ha prenotato per fine anno. Generalmente si preferisce fare il Natale in famiglia e attendere dopo anche perché i costi sono inferiori. Inoltre quest’anno le scuole riaprono tardi e quindi si può partire dopo». Con la Semiramis sono partite diverse coppie, così come con la Mantunitur di città: «Non ci sono arrivate per ora segnalazioni - spiega il titolare Mario Camatti - segno che la situazione, pur nella drammaticità, non richiede un nostro tempestivo intervento». L’unità di crisi allestita al ministero degli esteri ha messo a disposizione aerei per evacuare i nostri connazionali da Maldive, Sri Lanka e Thailandia. «Ho sentito le famiglie dei nostri clienti che sono in zona per vacanza - aggiunge Ferdinando Pasetto della Oahu viaggi e delegato mantovano della Fiavet -. I loro congiunti hanno tranquillizzato. Valuteranno nei prossimi giorni se sospendere la vacanza e rientrare in Italia o rimanere alle Maldive sino alla fine».
Una valanga d’acqua che ha distrutto interi quartieri, trascinando via tutto: case, auto, ponti e strade. Poi morte e i lamenti dei feriti. Sono agghiaccianti le descrizioni del maremoto che alcuni mantovani hanno potuto raccontare ai congiunti dal sud est asiatico. Secondo una prima approssimativa stima effettuata dalla Fiavet (la federazione delle agenzie di viaggio), sarebbero circa una trentina i turisti della nostra provincia che si troverebbero in una delle aree colpite dal disastroso terremoto. Tra questi, un gruppo d’amici di Volta Mantovana che da anni sceglie l’isola tailandese di Phuket come meta delle vacanze invernali. Il padre del campione di motociclismo Lucio Pedercini Donato, 51 anni con la moglie Donatella, è a Phuket dal 14 dicembre. Con lui il figlio Ivan, 29 anni con la moglie Elena e la piccola Noemi, 3 anni lo scorso 2 dicembre. Quest’anno, con loro ci sono anche Claudio Delledonne, 51 anni di Falzoni e la compagna Monica Ongari, 39enne quindi Domenico Ghidoni, 48enne, con la moglie Daniela Bonetti e la figlia Tania. Quest’ultima giunta dalle Filippine, dove lavora, per trovarsi con la famiglia. Drammatiche le telefonate che da questa mattina, non appena la situazione delle comunicazioni lo ha permesso, hanno fatto ai congiunti a casa. A raccontare per primo è lo stesso Lucio. «Siccome non stava tanto bene - racconta Lucio - mio padre era rimasto con mia madre nel bungalow mentre Ivan, Dalledonne e le loro famiglie erano scesi, attorno alle 9 di mattina, in spiaggia. Qui sono stati colti dal maremoto. Mio fratello ha raccontato di avere preso in braccio la figlia e di essersi aggrappato ad una pianta in spiaggia. Così hanno fatto anche gli altri». Il giovane ha detto, alla fine, d’avere solo qualche escoriazione per la violenza dell’acqua che lo ha sbattuto contro il tronco della pianta, ma di stare bene. «Sollevava la piccola per tenerla fuori dell’acqua - racconta ancora Pedercini -. Alla fine erano tutti molto spaventati, anche se salvi». La spiaggia è stata letteralmente spazzata via. I chioschi sulla spiaggia e, purtroppo, le persone che vi lavoravano, sono stati risucchiati dalla violenza dei flutti in mare. «La situazione è stata così incerta e nel caos - spiega ancora Pedercini - che alle 11 e mezza mia padre mi ha chiamato perché non sapeva nulla di Ivan e degli altri ed era molto preoccupato». Ghidoni e la famiglia sarebbero invece riusciti a fuggire, di fronte all’onda che flagellava la spiaggia, rifugiandosi su una piccola altura. Attorno a mezzogiorno il gruppo si è nuovamente riunito ed ha potuto, con grande difficoltà telefonare a casa.
Dalledonne ha avvertito l’anziana madre, Maria Ferri, di 81 anni, che abita da sola a Falzoni. «Mi ha detto di non preoccuparmi - spiega la donna - che andava tutto bene, ma io ho capito dalla voce che era preoccupato. Poi mi ha ritelefonato quattro volte perché voleva tranquillizzarmi». Anche Ghidoni ha chiamato a casa il figlio per raccontargli che, nonostante quello che era successo, il peggio era passato. «Siamo in albergo, appena possiamo torniamo in Italia» ha aggiunto. Così faranno le altre famiglie, che avrebbero dovuto rientrare a metà gennaio. Il rientro avverrà con il primo volo utile che, per ora, non è ancora stato fissato essendo l’aeroporto inagibile.



Appello dai cingalesi «Chiediamo un aiuto» 
Nel Mantovano sono oltre 400 i residenti 


Profonda angoscia per la sorte dei propri congiunti. E’ il sentimento che da ieri pervade la comunità «Ayubowan Sri Lanka» che raccoglie i circa 400 cingalesi residenti in provincia. «Da questa mattina (ieri per chi legge ndr) - dice la presidente dell’associazione Shamali Salgado - non riusciamo a metterci in contatto telefonico. Non abbiamo notizie, se non quelle drammatiche che arrivano dalla televisione. Temiamo per la sorte dei nostri cari e, nel frattempo, siamo costernati e addolorati per le migliaia di vittime che ci sono nel nostro paese». Con oltre 4.300 vittime accertate ufficialmente. Ma la cifra è destinata purtroppo a crescere con il corso delle ore, lo Sri Lanka risulta uno dei paesi più duramente colpiti dal terremoto, il quinto in ordine d’intensità mai registrato. «Chiediamo aiuto per i nostri connazionali e le loro famiglie - dice la presidente Salgado -. Vi chiediamo un gesto di solidarietà che consenta al nostro popolo di risollevarsi al più presto».
L’associazione, che ha sede a Mantova in viale Albertoni, 34, ha diffuso alcuni numeri per tenere i contatti con i propri connazionali e con eventuali mantovani che si trovassero in Sri Lanka: 0376.327979 oppure 392.8074914 o infine 338.3197464. Per contattare lo Sri Lanka, si deve comporre il 170. Per chi volesse contribuire, si può donare attraverso conto corrente postale a «Associazione Ayubowan Sri Lanka» numero c.c. 59620187 Abi 07601 Cab 11500. (fr.r.)


Dalla Thailandia alle Maldive, panico tra i turisti E’ stato il quarto terremoto più forte nell’ultimo secolo

Luciano Nastri, il proprietario del bar Grotta Azzurra di Capri, si trovava in Thailandia perché le vacanze «è sempre meglio farle lontano da casa». Alle 9 del mattino, ora locale, si è affacciato alla finestra della sua stanza agli ultimi piani del «Phuket Palace» e ha visto. «Il mare era nero e si era ritirato dalla spiaggia di almeno mezzo chilometro. Poi è ripartito all’improvviso, sembrava un muro altissimo che correva a perdifiato verso i palazzi». Nicolò Sanguineti invece stava ancora dormendo in un hotel di Bangkok con la moglie Paola e il loro bambino di due anni. Tre giorni, e il loro viaggio di nozze in Thailandia sarebbe finito, il ritorno a Genova era fissato per il 28 dicembre. «Ci siamo svegliati perché il grattacielo oscillava in modo pazzesco». Hanno preso il bambino e si sono lanciati giù per le scale perché l’ascensore non funzionava più. Quaranta piani di corsa «mentre intorno a noi tremava tutto e si sentivano dei suoni cupi. Non riuscivamo a capire cosa era successo».
E’ successo, stava succedendo questo. Il peggior terremoto degli ultimi quarant’anni, il quarto più forte in tutto il mondo dal 1900 a oggi. Qualcosa che ha fuso insieme i destini di ricchi e poveri della terra, europei in vacanza e pescatori asiatici che vivono nelle capanne. In Thailandia, ma non solo in Thailandia. Ha tremato la terra. Ogni centro sismico del pianeta ha registrato la scossa. Ora 1.59 di notte in Italia, magnitudo 9 Richter, epicentro nell’Oceano Indiano, vicino ad Aceh, nel Nord di Sumatra, Indonesia. Prima il sisma, poi, quando sembrava che si trattasse soltanto di un grande spavento, il mare. Il vero disastro. La potenza del terremoto infatti ha provocato uno tsunami , un’onda anomala alta più di dieci metri che si è spostata per centinaia di chilometri, ha percorso poco meno di un settimo della circonferenza della Terra, ha attraversato sei meridiani spostandosi verso ovest e devastando tutto quello che incontrava, colpendo dieci diversi Paesi a distanza di poche ore uno dall’altro. Ha investito l’Isola thailandese di Phuket, set dei film di James Bond, le coste asiatiche, le isole coralline delle Maldive, fino a spegnersi in Africa, contro i porti della Somalia e del Kenia.
Sono finite sott’acqua alcune delle spiagge e delle isole più belle dell’Oceano Indiano. Dire quanti siano i morti è ancora impossibile, per adesso ci sono oltre 12 mila cadaveri. Secondo le stime dell’Unicef, oltre un terzo delle vittime sono bambini, moltissimi gli anziani. Vivevano in catapecchie che sono state spazzate via: l’onda non ha lasciato scampo ai più deboli, a chi non poteva correre veloce. I dispersi sono migliaia. In questi giorni di festa Thailandia, Maldive e India ospitavano moltissimi turisti, almeno cinquemila dei quali italiani. Decine di persone ieri si sono radunate davanti alla Farnesina, per cercare di avere notizie. Ma era presto. Ci sono venti italiani ricoverati in ospedale a Phuket e altri sette nelle Maldive. Impossibile sapere di più. L’operatore telefonico Mohammed Firdus era seduto nel portico di casa sua, a Biereuen, nella provincia di Aceh, dove tutto è cominciato. «Ho visto qualcuno che correva dalla spiaggia e urlava "l’onda, l’onda". Poi ho visto l’acqua. E ho cominciato a correre». Le immagini hanno raccontato della devastazione. Ma sono le testimonianze che hanno cercato di spiegare l’indicibile. Dalla sua stanza d’albergo sull’isola thailandese di Ngai il fotografo Simon Clark ha visto esseri umani lanciati dal mare verso la spiaggia «come fossero dei missili in rampa di lancio». La gente che faceva immersione, racconta, è stata trascinata sulla barriera corallina e poi sparata sulla strada che scorre dietro gli stabilimenti balneari. I turisti che prendevano il sole sulle sdraio sono stati risucchiati nel mare.
Nel Sud dello Sri Lanka il francese Philippe Gilbert ha perso la nipotina di quattro anni, trascinata via dell’acqua. «E’ stata un’onda mostruosa, molto più alta del bungalow dove ci trovavamo a cinque metri dalla riva. Io mi sono salvato perché mi sono trovato incastrato tra due alberi, trattenendo il respiro mentre l’acqua scorreva sopra di me. Mia nipote non ha avuto questa fortuna». Alle Seychelles, le onde si sono schiantate sull’aeroporto. I soccorritori si sono ritrovati a spazzare via centinaia di pesci dalla pista di decollo, che dista mezzo chilometro dal mare. Nel Sud della Thailandia, la Grotta di smeraldo, uno dei luoghi di culto dei subacquei di tutto il mondo, ha rischiato di trasformarsi in una gigantesca bara. Una settantina di turisti che stavano effettuando un’immersione di gruppo sono rimasti intrappolati per ore. Due di loro sono morti là sotto. Roberta Bertolucci, 30 anni, di Capannori (Lucca), istruttrice di sub in un villaggio delle Maldive, era sott’acqua. «Per me e i miei allievi i problemi ci sono stati dopo il passaggio dello tsunami, quando l’onda si è ritirata, portando in mare di tutto oltre al fango. Ci siamo trovati in mezzo al buio», è stato il suo racconto al fratello, prima che la comunicazione cadesse. In tutti i Paesi colpiti le linee telefoniche sono crollate e questo rende difficile quantificare le dimensioni esatte del disastro. Lo tsunami ha investito prima l’Indonesia, poi ha attraversato il Golfo del Bengala, uccidendo soprattutto gli abitanti del luogo. In Malesia ha travolto le spiagge di Penang, lasciandosi dietro i cadaveri di donne e bambini. «Stavo preparando la sala per il pranzo - ha raccontato Lin Wei Song, un ristoratore di Batu Ferringhi -. E, un attimo dopo, i tavoli del mio locale galleggiavano in mezzo alla strada». Sulla Thailandia l’onda si è abbattuta circa mezz’ora dopo il terremoto, spazzando le isole di Phi Phi e Phuket. «Era una giornata bellissima - ha detto il turista inglese Dan Taylor che si trovava a Kamala Beach, una delle località più famose del Paese -. Eravamo appena arrivati in spiaggia per riprenderci dal Natale quando abbiamo visto questo palazzo d’acqua che correva verso di noi».
In India, dove all’alba la terra aveva tremato, lo tsunami è arrivato intorno alle 9 del mattino, in meno di 2 ore e mezzo ha percorso circa 1.600 chilometri. Nell’Andra Pradesh, nel Sud-Ovest del Paese, un uomo ha visto pescherecci volare sull’acqua: «Sembravano barchette di carta». Comitive di italiani erano in vacanza laggiù. In Sri Lanka nella città di Panadura il tempio più grande è diventato un rifugio per tremila profughi. Un uomo si è suicidato davanti ai soccorritori. Aveva appena visto la moglie e le due figlie risucchiate dall’acqua. Il presidente Chandrika Kumaratunga ha dichiarato lo stato di disastro nazionale. Come in Indonesia. In Thailandia ci sarebbero molti cittadini stranieri: turisti arrivati da tutto il mondo. «In questo Paese non era mai accaduto nulla del genere» ha detto il primo ministro Thaksin Shinawatra. Le foto di Male, la capitale delle Maldive, mostrano strade dissestate e allagamenti.  «L’atollo di Dhaalu è stato colpito duramente, molti sono stati evacuati e i turisti si sono rifugiati nelle scuole della capitale. Ma le notizie sono poche, l’unica radio in funzione trasmette preghiere e questo fa aumentare il panico» scrive per email Haifa, da Villingilli. Quando il mare ha coperto le isole, un turista britannico è morto d’infarto. E ancora. Ore dopo avere devastato il Sudest asiatico, lo tsunami ha raggiunto l’Africa. In Kenia, a Malindi, una persona è morta e ci sarebbero tre dispersi. In Somalia i dispersi sono 16: sette pescatori di Elmaan ieri non sono rientrati in porto. Dappertutto, però, si tratta di stime, bilanci provvisori, sbagliati per difetto. Si poteva prevedere, questo disastro? Si poteva fare qualcosa? Lo Us Geological Survey, il servizio di monitoraggio sismografico degli Stati Uniti, ne è convinto. Sarebbe bastato un sistema di allerta sugli tsunami come quelli attivi nel Pacifico. «La maggior parte di queste persone - dice il portavoce Waverly Person - poteva sopravvivere». Lo «spazio» di un’ora tra il terremoto al largo di Sumatra e le ondate che ha generato, sarebbe stato un tempo sufficiente per portare la gente all’interno, uno spostamento di mezzo chilometro che avrebbe potuto salvare migliaia di vite. Non è andata così. «Abbiamo tentato di avvisarli, ma nelle nostre agende non c’era neanche un numero da chiamare in quella parte del mondo», dicono dal Centro oceanico-atmosferico di Honolulu. Avranno anche ragione i sismologi americani, è una lezione per i governi dei Paesi colpiti. Ma questo non è il momento. Le cause del disastro sono chiare. C’è ancora da capire quanti sono i morti. E sarà un lavoro lunghissimo.

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