2004                             

REGIONI

LA COMUNITA' ITALIANA IN LUSSEMBURGO


Un dato presente anche in Lussemburgo, dove vive da oltre un secolo una vivace comunità italiana, come viene sottolineato da uno studio di padre Benito Gallo della Missione Cattolica Italiana di Esch-sur-Alzette, unico studio sulla comunità italiana in Lussemburgo. 

PROFILO STORICO 
Il Lussemburgo è lo Stato più piccolo dell'Unione europea (è più piccolo di qualsiasi regione italiana) ed è indipendente da oltre 150 anni. È stato un Paese essenzialmente agricolo e povero fino alla fine del secolo scorso, si è poi arricchito grazie alla produzione del carbone e dell'acciaio. Oggi la forza economica e la sua ricchezza si basano soprattutto sullo sviluppo del settore terziario: banche (una ventina quelle italiane), il commercio, le istituzioni europee (oltre 5.000 funzionari), televisione, cinema e satelliti (Astra) ed il turismo. 
L'arrivo dei primi emigranti italiani risale al 1870, i primi flussi rilevanti, però, datano al 1892, a seguito dello sviluppo vertiginoso dell'industria siderurgica, che obbliga il Lussemburgo a fare appello ad un numero sempre maggiore di lavoratori stranieri e gli italiani cominciarono ad arrivare in massa. Appena 439 nel 1890, salgono a 7.433 nel 1900 a 8.079 nel 1905 e 10.138 nel 1910. 
Provengono per lo più dalle Regioni dell'Italia Settentrionale (Piemonte, Lombardia, Triveneto) e dall'Italia Centrale (Umbria, Marche e Abruzzo). Oltre agli operai arrivano anche commercianti ed imprenditori edili. 
La stragrande maggioranza dei nuovi arrivati di quel tempo è costituita da uomini giovani, celibi o senza famiglia che non impongono grandi costi sociali al Granducato. Nella maggioranza si tratta di non "qualificati" e, quindi, indirizzati verso le miniere, l'industria siderurgica e l'edilizia. Trovano durissime condizioni di vita, mancanza d'alloggi, legislazione sociale inesistente ed imposizione di una disciplina ferrea sia nelle miniere che nelle fabbriche. Non conoscono riposo settimanale né orario di lavoro. Si trattava, in sostanza, di un'immigrazione molto vantaggiosa per l'economia lussemburghese, tanto più che la massa di questi lavoratori era utilizzata come valvola di sicurezza : sfruttata al massimo nei momenti d'espansione economica, licenziata nei periodi di crisi. Agli inizi del secolo, mancavano nel Granducato partiti politici, tuttavia molti italiani specie gli imprenditori ed i commercianti, erano considerati uomini di destra, devoti alla casa Savoia e rispettosi delle autorità civili. Presto, però, fecero la loro apparizione anche gli uomini di "sinistra" coi loro militanti politici e sindacali (in particolare ad opera della Società Umanitaria di Milano). Fiorirono gruppi di socialisti, d'anarchici, di repubblicani. Si organizzarono manifestazioni e scioperi, raramente con risultati positivi. Si arrivò anche alla rivolta di "Differdange", nel 1912, che provocò 4 morti (2 italiani e 2 tedeschi). La popolazione lussemburghese si dimostrò in un primo momento piuttosto reticente verso i nuovi arrivati, di cui non capiva né la lingua né le tradizioni. Vi furono, anche, momenti di grande tensione. Ma gli italiani cercarono di evitare gli scontri frontali, trincerandosi in piccole "isole nazionali" soprattutto nelle città, dove la loro presenza numerica era importante. Nacquero cosi i "quartieri italiani" : il quartiere "Brill" ad Esch sur Alzette, "Italia" a Dudelange e quello italiano a Differdange. Sorgevano nelle vicinanze delle fabbriche. Avevano i propri commerci, i propri artigiani ed un caratteristico colore mediterraneo. All'interno di questi "quartieri" nacquero numerose Associazioni a carattere assistenziale, culturale e sportivo: le società italiane di Mutuo Soccorso, le bande musicali, le filodrammatiche, le squadre ciclistiche e di calcio. A partire da questi quartieri, gli italiani diffondevano la loro cultura (lingua, musica, cucina) tra gli amici lussemburghesi, tedeschi, belgi e francesi. All'avvicinarsi della guerra 1915-1918, migliaia d'italiani diedero l'assalto ai treni in partenza per la Penisola, alcuni abbandonavano volontariamente il Granducato, altri erano richiamati alle armi. All'indomani della prima guerra mondiale, con la ripresa economica del Granducato, gli italiani ritornarono. Le imprese commerciali ed edilizie italiane conobbero un nuovo slancio, sia a Lussemburgo città sia negli altri centri. I quartieri italiani si rianimarono, le Associazioni si rafforzarono. A Lussemburgo nasceva la "Camera italiana di Commercio" nel 1924, prospera la Mutuo Soccorso e si fa strada il "Circolo teatrale italiano" e le fanfare Verdi e Garibaldina. 

Nel 1922 gli italiani erano 6.170 e salirono a 14.050 nel 1930. Arrivarono in questo periodo sempre più numerosi anche i "fuori usciti", che sfuggivano al regime instaurato da Mussolini. Questi s'impegnarono subito a contrastare l'avanzata del movimento fascista, che s'infiltrava nelle comunità italiane all'estero: prima sotto l'apparenza di semplice spirito patriottico, poi, con evidenti caratteristiche di partito. 
Il movimento fascista trovava simpatizzanti soprattutto tra le società italiane di Mutuo Soccorso, le fanfare musicali, le compagnie teatrali e la Camera di Commercio. Nel 1925 nasceva a Roma, l'opera Nazionale "Dopolavoro", che s'imponeva subito anche a Lussemburgo. Il "Dopolavoro" mirava a gestire tutta la vita della comunità italiana ; i ragazzi, i giovani, la scuola, la stampa, le colonie estive, le "befane", i campeggi, gli ex combattenti, le attività culturali, sportive e folcloristiche. Il governo lussemburghese si mostrava molto tollerante con i fascisti, che erano considerati come l'emanazione di un governo internazionalmente riconosciuto. Usava invece la mano pesante nei confronti degli antifascisti (anarchici, comunisti, socialisti) accusati di sovversivismo e d'attentati criminosi e, quindi, espulsi. In questo periodo numerosi sono gli attentati sanguinosi con morti e feriti. Una fra le note più positive di questi anni è la nascita, a Lussemburgo città delle "Amitiès Italo-Luxemburgeoises", che si dedicarono subito ad un'intensa attività culturale: corsi di lingua italiana, conferenze e spettacoli. Nasce anche la Ia Missione Cattolica Italiana ad Esch/Alzette, che, animata dalle Suore, diventa centro polarizzatore di tutte le istanze vitali della comunità italiana: asilo, corsi di lingua materna e di cucito, scuola di canto, piccoli spettacoli teatrali. 
Nel decennio 1935-45, la collettività italiana vive le pagine più movimentate della sua storia. Il movimento fascista aveva approfondito la sua penetrazione ovunque, tramite la Legazione Italia, Camera di Commercio, le Mutue Soccorso ed altre Associazioni. Centri propulsori delle iniziative fasciste erano sempre i "Dopolavoro". Molti furono coloro che parteciparono alla raccolta dell'oro per la patria. Da parte loro, gli antifascisti non rimanevano inerti, benché avessero messo un termine alla lunga serie d'attentati alle persone, ma restano politicamente molto uniti ed attivi. Alcuni di loro parteciparono anche alla guerra di Spagna. Avevano la propria stampa che era loro spedita da Parigi e Bruxelles. 

Con lo scoppio della IIa guerra mondiale e l'invasione del Granducato, i fascisti ottennero il dominio assoluto sulla comunità italiana. 
Obbligarono molti connazionali a partire in guerra come "volontari" e fecero gettare in campo di concentramento quelli che erano accusati d'antifascismo. La situazione si rovescia nel 1945 con la liberazione e mentre i gerarchi fascisti riparavano all'estero, le vendette dell'antifascismo si abbatterono su quanti erano accusati di aver collaborato con loro. Decine di connazionali furono internati, altri subirono l'epurazione, tutti furono colpiti con il sequestro dei beni. Si chiudeva così un doloroso capitolo di storia, che per diversi anni ancora avrebbe lasciato la comunità italiana ferita e divisa. l secondo conflitto mondiale aveva notevolmente ridotto la consistenza della collettività italiana nel Lussemburgo: 7.196 unità nel 1944 e la sua vita, nei primi anni del dopoguerra, fu gestita dalle forze dell'antifascismo di sinistra. Nasce l'Italia Libera. Nel 1948 è firmato un nuovo accordo d'immigrazione tra l'Italia e il Lussemburgo. 
Durante gli anni '50 e 60 la ricostruzione del Lussemburgo devastato dalla guerra e la crescente espansione dell'industria richiedevano numerose braccia da lavoro e gli italiani ritornarono in massa (7.622 nel 1947, 15.706 nel 1960 e 24.902 nel 1966). Tuttavia la loro situazione si presentava tutt'altro che soddisfacente. Quelli che riuscivano ad ottenere il diritto di residenza stabile (contratto B, non conoscevano grossi problemi, potevano avere un lavoro, una casa, una famiglia. Gli "stagionali", invece, (contratto A), ed erano la maggioranza, non avevano il diritto di portare con sé la famiglia, il loro permesso di lavoro scadeva il 25 dicembre d'ogni anno e allora dovevano rimpatriare, vivevano pertanto in una situazione assolutamente anormale ed inumana. È questa la ragione per cui molti lavoratori italiani, specie del Friuli, a partire dalle fine degli anni '50, rinunciarono a ritornare nel Granducato. Nel 1963 si ristabilì la libera ammissione della famiglia , ma era troppo tardi. L'immigrazione del Nord Italia scese a livelli molto bassi. Il Lussemburgo dovette allora fare ricorso alle regioni del Sud Italia, della Spagna ed, infine, al Portogallo. Oggi, la regione italiana più rappresentata è la Puglia. In quegli anni, accanto alle Associazioni riunite nell'Italia libera, d'ispirazione comunista, ne nascevano di nuove. Tra queste le ACLI, che si imposero dapprima con il "Patronato", già nel 1954 ad Esch sur Alzette, poi con i "circoli" per la formazione sociale e morale dei soci, Petange nel 1965 e poi ad Esch, Lussemburgo, Ettelbrück. Ma il fatto nuovo degli anni '60 fu il fiorire delle associazioni a carattere regionale (Fogolar Furlan, ALEF, Bellunesi, Vicentini, Marchigiani, Umbri, Pugliesi ecc.). Attualmente si contano più di 70 associazioni italiane a Lussemburgo. 

Fiorirono ovunque diversi club sportivi, alla fine degli anni '60, la comunità italiana del Lussemburgo aveva superato lo choc lasciato dalla IIa guerra mondiale e dalle difficoltà d'adattamento al nuovo paese d'adozione. Era diventata "maggiorenne"... Dopo il 1970 la popolazione italiana del Lussemburgo si era stabilizzata intorno alle 20.000 unità e mentre la Comunità Europea rendeva libera la circolazione della manodopera e si avviava a definire "una cittadinanza europea", gli italiani del Granducato maturarono la volontà di una più profonda integrazione nella vita civica del paese, partecipando alla vita degli organismi locali ed italiani (COMITES, CGIE) ed uniti, assieme ad altre nazionalità, in associazioni come l'ASTI (Associazione di Sostegno ai Lavoratori Immigrati) ed il CLAE (Comitato di collegamento delle Associazioni straniere), e battendosi per una società lussemburghese più democratica, disposta a valorizzare le componenti multiculturali da cui è formata e vivificata. Gli italiani rimasti oggi in Lussemburgo, ma anche quelli che sono partiti, hanno intrattenuto un lungo dialogo con il paese d'accoglienza, con la sua cultura e le sue tradizioni. Un colloquio ormai secolare, che ha conosciuto anche momenti difficili, ma che alla fine ha profondamente unito e arricchito le due comunità. È cambiato anche il tipo d'immigrazione, dapprima solo operai e qualche imprenditore edile e commerciante, oggi numerosi i funzionari europei, dirigenti, funzionari ed impiegati specializzati e non mancano, malgrado gli ostacoli posti dalle autorità lussemburghesi, i professionisti che hanno intrapreso un'attività liberale. Nel corso di questi cent'anni, i lussemburghesi hanno assimilato molte benemerenze nei confronti degli italiani. Hanno concesso loro il proprio paese come seconda patria. Hanno offerto loro la possibilità di trovare un lavoro, di costruirsi una casa e di assicurare un avvenire ai propri figli. Li hanno anche introdotti nella loro cultura, fatta di lingua, di tradizioni, di comportamenti vitali. È merito di tutto questo, se oggi gli italiani residenti nel Granducato hanno acquistato (più di altri) una "statura" europea, comprendente la conoscenza di diverse lingue, l'assimilazione di più culture e l'apertura ad uno spirito sovranazionale. 

È impossibile valutare quantitativamente l'apporto degli italiani allo sviluppo economico e sociale del Granducato, ma si può dire che il loro contributo è stato senz'altro enorme e determinante per la vita del paese. A migliaia hanno scavato le polverose miniere di ferro o sudato nelle assordanti fabbriche siderurgiche. Il monumento, eretto a Kayl in onore dei lavoratori caduti nelle miniere, testimonia che decine di italiani (assieme ai loro compagni d'ogni nazionalità) hanno dato la loro vita per il progresso economico e industriale del paese. Numerose sono anche le imprese edilizie, che furono create da dinamici italiani e che spesso cambiarono il volto d'interi villaggi e città. 
Non esiste praticamente alcun settore dell'industria, dell'artigianato, del commercio e della ristorazione, nel quale gli italiani non abbiano lasciato, e continuino a lasciare la loro traccia inconfondibile. Quanto alla cultura, non sarebbe difficile documentare gli apporti italiani, grazie anche all'impegno dei diversi gruppi di "Amitiès Italo-Luxembourgeoises" e d'associazioni simili. Del resto i figli degli italiani ormai alla seconda o terza generazione, hanno invaso tutti i settori della cultura e tutte le professioni. Si trovano numerosi figli d'italiani tra i professori, gli insegnanti, i medici, gli psicologici, i responsabili di sindacati, gli animatori delle più diverse società. Un figlio d'italiani è sindaco di Dudelange, altri risiedono al Parlamento nazionale. Altri italiani o figli di italiani si sono distinti nelle arti della scultura, della pittura e della musica. Altri ancora hanno legato il loro nome allo sport , al ciclismo, alla boxe, al gioco del pallone e ad altre attività similari. Sono questi i contributi fondamentali offerti dagli italiani al paese che li ospita ormai da un secolo. Essi si presentano come una lenta penetrazione di valori, che hanno certamente contribuito a tracciare alcuni lineamenti caratteristici del Lussemburgo attuale. A loro volta, naturalmente gli italiani ne sono usciti trasformati ed arricchiti dai continui contatti con la comunità lussemburghese. 
Sta qui la vera integrazione. Grazie ad un secolo di lavoro, di rapporti culturali e di relazioni familiari, può oggi essere detta essenzialmente ben riuscita, ma non mancano, anche in questa oasi di pace e di benessere, problemi e barriere che non permettono una integrazione compiuta. 


fonte : Italian Network

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