Italiani nel mondo 

  News 2004

Un capitolo oscuro in nuova prospettiva: 
il dominio coloniale in Libia

Di seguito riportiamo il testo del discorso tenuto dal professor Aram Mattioli (Università di Lucerna) nel sessantesimo anniversario dell’8 settembre 1943 presso la Casa d’Italia di Zurigo nell'ambito di una manifestazione promossa dal Comitato XXV Aprile.
di Aram Mattioli 


Fino ad oggi, la Resistenza è considerata a ragione un punto cruciale della storia italiana. Il consenso politico alla base della fondazione della prima Repubblica parte dalla convinzione che la gran massa degli italiani abbia contribuito con le proprie forze, armi alla mano, ad abbattere la dittatura fascista e a liberare l’Italia dal dominio di terrore instaurato nell’intero continente dalla Germania nazista. A fondamento di questo consenso politico, troviamo l’assunto secondo cui gli italiani tutti si sarebbero distinti come valorosi combattenti per la libertà. Queste premesse – ecco la mia tesi centrale – hanno sortito vari effetti, sia positivi che negativi, sulla storia d’Italia successiva alla fine della seconda guerra mondiale. L’identità antifascista degli italiani ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una cultura democratica, ma nel medesimo tempo, ha anche rappresentato un fattore di rimozione in rapporto ai trascorsi fascisti del paese. Benché la dittatura mussoliniana sia durata il doppio del terzo Reich, gli italiani non si sono mai confrontati seriamente con il loro passato interrogandosi a fondo su quali fossero gli uomini che per vent’anni e più avevano mantenuto il duce al potere sostenendone, entusiasticamente, la politica antidemocratica e aggressiva durante tutti gli anni trenta. Finita la guerra, praticamente nessuno ebbe apertamente a riconoscere il proprio passato. Non molto tempo fa Nuto Revelli, nel suo - Le due guerre - Guerra fascista e guerra partigiana, osservava in modo critico, che: “Nel Ventennio c’erano i fascisti; ed erano tanti... c’erano davvero anche se dopo il 25 aprile 1945 trovare qualcuno che avesse il coraggio di ammetterlo era difficilissimo.”

In realtà, la gran maggioranza degli italiani si considera fino ad oggi esclusivamente vittima, e non mai responsabile o complice, del fascismo. Le peggiori azioni compiute contro gli italiani dalle truppe d’occupazione tedesca – e pensiamo soltanto a Cefalonia o a Marzabotto – ebbero luogo dopo il 1943, con un effetto comprensibilmente negativo sulla memoria collettiva di un intero paese. “Nel dopoguerra l’esperienza dell’Italia come paese aggressore” scrive lo storico fiorentino Enzo Collotti “ è stata cancellata nella maniera più totale. Il cambiamento di status dell’Italia dopo l’8 settembre del 1943 e la cobelligeranza a fianco degli alleati hanno consentito da una parte di conservare la continuità militare per quanto riguarda l’esercito, la marina e l’aeronautica, e nello stesso tempo la formazione di un grosso alibi contro l’apertura dei processi per fatti compiuti in territori occupati.” Vittorio Foa, figura carismatica della Resistenza, ha anch’egli affermato, nel 1996: “Nel caso di vittime di azioni fasciste il ricordo di quello che è successo dopo, ad opera dei nazisti, oscura la memoria precedente. I tedeschi sono così diventati una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza. Ma è necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani.”

Foa ha ragione. Proprio per rispetto dei valori morali e politici della Resistenza desidero ricordare oggi uno di questi buchi neri nella memoria collettiva degli italiani: il dominio coloniale in Libia e il genocidio compiuto in questo territorio africano. È questa una lunga storia di violenze di massa iniziatasi ben prima della Marcia su Roma, ai tempi del governo Giolitti, ma che solo nel Ventennio nero è culminata in un vero e proprio genocidio. La cosiddetta “Riconquista della Libia” ha fin dagli inizi rappresentato un obiettivo principe dell’Italia fascista. Per il regime possedere delle colonie appariva cosa tanto necessaria quanto legittima. Una nazione che, secondo i gerarchi del PNF, era sovrappopolata possedevaun diritto naturale a procacciarsi compensazioni oltremare. La “Riconquista fascista della Libia” incominciò nel 1923 durando quasi dieci anni. Contro la resistenza anticoloniale, l’Italia fascista utilizzò armi moderne e sofisticate tecniche di controguerriglia. Obiettivo delle operazioni non fu solo la “pacificazione del paese”, cioè la definitiva sottomissione delle tribù locali. Si voleva altresì scacciare le popolazioni dalle zone costiere onde fare spazio ad insediamenti di coloni italiani. Nel corso degli anni Venti gli italiani inglobarono territori sempre più vasti e fu così che molti fascisti, come Giuseppe Volpi che dal 1921 al 1925 fu governatore della Tripolitania, divennero grandi latifondisti. Molti indigeni dovettero fuggire in zone desertiche o accettare paghe da fame lavorando le terre dei coloni, ovvero costruendo strade e palazzi di rappresentanza per la potenza coloniale. Come già aveva fatto la Spagna nel suo protettorato in Marocco, anche l’aeronautica italiana impiegò gas a scopo bellico. Ciò accadde per la prima volta il 6 gennaio del 1928 a Gifa. Nel febbraio dello stesso anno si ebbe, per tre giorni, un bombardamento di fosgene contro la tribù ribelle di Mogarba. Il 31 luglio del 1930 i gas vennero lanciati contro l’oasi di Tazerbo dove si sospettava un nascondiglio dei “ribelli”. Durante l’attacco, la regia aeronautica militare sganciò 24 bombe all’iprite, ognuna pari a un peso di 21 chili: il gas procurò morte terribile ai nomadi che vivevano nell’oasi.  Inutile dire che questi attacchi rendevano carta straccia il Protocollo Ginevrino del 1925 nel quale si sanciva il divieto “di usare gas soffocanti o velenosi”. A Mussolini e ai suoi generali questo non importava. La repressione fu particolarmente spietata nel Djebel al Akhdar, un altopiano della Cirenaica nel sud del paese, che si immette nel deserto libico. Qui il movimento dei Senussi aveva organizzato una forte resistenza.
Tattica esasperante
I Senussi erano una confraternita musulmana fondata nel 1833 alla Mecca da Ibn Alì al Senussi che si prefiggeva il rinnovamento dell’Islam e la liberazione dei paesi arabi da qualsiasi influenza europea. Dopo la fuga del suo leader Mohammed Idris (che doveva diventare in seguito il primo re di Libia), il movimento passò sotto la guida dello sceicco Omar al Mukthar, figura ancor oggi onorata come un eroe nella Libia di Gheddafi. I “guerrieri di Dio” guidati da Omar al Mukthar si scontrarono per anni con le truppe italiane e compirono numerosi sabotaggi. Dopo una lunga serie di fallimenti militari, il duce pretese che il conflitto libico fosse condotto a conclusione. Nel dicembre del 1928 nominò governatore della Libia il maresciallo Pietro Badoglio ordinandogli di farla finita con le bande di Omar al Mukthar. Dopo 15 mesi di campagne militari badogliane, il duce constatando l’assenza di progressi, affiancò al governatore il generale Rodolfo Graziani, in qualità di vicegovernatore della Cirenaica. Questi era un ufficiale coloniale di grande esperienza che già anni prima aveva “pacificato” la Tripolitania conquistandone larghe fette di territorio: individuo senza scrupoli che non esitava a camminare sui cadaveri. Graziani viene ancor oggi ricordato in Libia come “macellaio di arabi”. Come primo atto Graziani ordinò il disarmo di tutti i seminomandi nonché l’uccisione di tutti coloro che fossero sospettati di collaborazione con le fila della resistenza. Frattanto il maresciallo Badoglio era giunto alla conclusione che i metodi tradizionali di antiguerriglia non sortivano l’effetto di sconfiggere la resistenza libica. Risolse di essere disposto praticamente a tutto pur di ottenere la vittoria. Ordinò ai suoi migliori ufficiali di far terra bruciata attorno ai “ribelli”. I guerrieri del deserto sarebbero stati sconfitti deportando la popolazione civile. “Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa”, scrisse Badoglio il 21 giugno 1930 al generale Graziani. “Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”.
Campi di concentramento
L’esodo forzato della Cirenaica cominciò nell’estate del 1930. Centomila seminomadi, sorvegliati dagli ascari, furono costretti a marce di settimane insieme al loro bestiame. La potenza coloniale diede le loro proprietà ai contadini italiani. Sotto il terribile sole africano il dieci per cento dei deportati non sopravvisse alla fatica. Dopo centinaia di chilometri i sopravvissuti furono internati in 15 campi di concentramento realizzati in zone desertiche. Migliaia di prigionieri morirono di fame, a causa delle malattie o per sfinimento. Le guardie punivano i tentativi di fuga con esecuzioni sommarie a cui dovevano assistere tutti gli altri prigionieri. Nel settembre 1933, quando i campi nel deserto furono smantellati, solo la metà dei deportati era sopravvissuta. All’insaputa dell’opinione pubblica mondiale, nell’inferno dei lager libici fu compiuto un vero e proprio genocidio. Non soddisfatto di ciò Graziani, per impedire che i rivoltosi po­tes­sero ottenere rifornimenti di armi e munizioni, nel 1931 fece co­struire lungo il confine con l’Egitto una rete di recinzione fatta di filo spinato, lunga 270 chilometri e larga quattro metri, sorvegliata da posti di guardia. Questo limes fascista, controllato quotidianamente da pattuglie motorizzate, andava dalla costa fin dentro il de­serto libico.
Impediva anche il commercio transfrontaliero esasperando la popolazione che era rimasta in Cirenaica. Le difficoltà aumentarono con il macello a bella posta di pecore, cammelli, cavalli e asini. Il bestiame rappresentava infatti l’unica ricchezza per le tribù di queste terre. La resistenza fu finalmente piegata nel settembre del 1931. Durante uno scontro l’ultrasettantenne Omar al Mukthar fu disarcionato da cavallo. Una unità italiana riuscì a farlo prigioniero. Il vecchio fu messo in catene e trasportato a Ben­gasi. Lì, dopo un processo farsa, fu condannato a morte per impiccagione da un tribunale militare. Omar al Mukthar verrà ucciso il16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluq davanti alla sua gente. Nel gennaio del 1932 il maresciallo Badoglio comunicò a Roma, non senza orgoglio, che dopo oltre vent’anni la colonia era finalmente pacificata. L’occupazione italiana dell’Africa del nord durò ancora dieci anni. Nel maggio del 1943, dopo la resa del corpo italo-tedesco allora sotto il comando di Jürgen von Armin (il feldmaresciallo Rommel era rientrato in Europa in marzo), la Libia fu posta sotto l’amministrazione militare anglo-francese prima di diventare, nel 1951, il primo stato sahariano indipendente.
Il regno del terrore
Non sono solo gli studiosi libici a ritenere che sotto il maresciallo Badoglio sia stato commesso a sangue freddo un genocidio pianificato. Secondo lo storico Angelo del Boca, durante la conquista della Libia, almeno centomila persone, fra partigiani e civili, furono uccise in maniera violenta. Si trattava di circa un ottavo dell’intera popolazione. L’Italia fu il primo regime fascista a deportare interi gruppi etnici per farli morire in campi di concentramento. L’Italia fu anche uno dei primi stati a utilizzare metodi di controguerriglia che, oltre a combattere la resistenza armata, miravano anche a decimare la popolazione. Il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski ha recentemente af­fer­mato che le potenze coloniali in Africa avevano cominciato a fare ciò che la Wehrmacht e le SS tedesche realizzeranno in Europa in maniera sistematica e tecnicamente perfezionata: un regno del ter­rore di cui alla fine la stessa Italia doveva restare vittima.

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