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 UN ANNO DI LULA RIBELLE E MEDIATORE 
E IL BRASILE SI FIDA
di Emiliano Guanella

Un rimpasto di governo verso il centro, l’alleanza strategica con il secondo partito brasiliano, l’uscita di alcuni nomi storici del suo Partito dei Lavoratori, l’ennesimo viaggio all’estero, questa volta in India, potenziale enorme partner commerciale e pedina decisiva nel nuovo asse mondiale dei “ribelli” uscito dall’ultimo vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di Cancun. Ad un anno dal suo insediamento l’agenda di Luis Inacio Lula da Silva è sempre più frenetica, marcata dall’iperattività di un leader che aspira a far diventare del Brasile una nazione guida per i paesi del Sud del mondo.
Una maggioranza per le riforme
Il primo vero rimpasto della sua eterogenea compagine governativa si è consumato nel corso dell’ultima settimana con l’ingresso a tutti gli effetti degli uomini del Pmdb, una forza politica importante che conta su un’ottantina di deputati e 22 senatori ma soprattutto sul controllo di alcuni stati decisivi come San Paolo e Minas Gerais e su un plotone di 8.000 sindaci e amministratori locali. Un partito di centro, da sempre legato al potere, alleato prima con il socialdemocratico Cardoso e che entra oggi a pieno titolo nel primo esecutivo di sinistra della storia del Brasile. Un colpo importante per Lula che d’ora in poi potrà godere della
maggioranza necessaria per approvare le importanti riforme promesse un anno fa in campagna elettorale. Guardando al centro e alla mediazione continua, oltre i confini importanti ma comunque non maggioritari del suo Partido dos Trabalhadores.
Negli ultimi dodici mesi i brasiliani hanno assistito alla mutazione di un leader carismatico passato dalle vesti del battagliero alfiere dell’opposizione a quelli del presidente che rompe con i settori radicali del suo partito e si intende alla perfezione con i tecnici del Fondo
Monetario Internazionale. Un cambio terribile secondo la piccola minoranza di fuoriusciti, o sarebbe meglio dire espulsi, dalla direzione del Partido dos Trabalhadores (PT) ma che sembra convincere, secondo gli ultimi sondaggi, almeno due terzi dei brasiliani. Il “nuovo Lula” seduce ancora anche se molti dei programmi sociali del suo governo, primo fra tutti
l’ambizioso “Fame Zero” non decollano.
“Il 2003 - ha detto Lula nel discorso di “compleanno” - è stato l’anno dei sacrifici, delle ricette drastiche per evitare una grave crisi. Il 2004 sarà quello delle grandi riforme in marcia grazie alle quali il Brasile cambierà in meglio”. Subito dopo, come è solito fare, ha sintetizzato il concetto con un paragone accessibile per quei milioni di brasiliani senza
istruzione. “È come quando una madre fa prendere al proprio bambino un vaccino contro l’influenza quando inizia l’inverno. È amaro, ma serve per il futuro”.
Sorpresa a Wall Street
E il Brasile, stando agli indicatori economici del 2003, sembra essersi vaccinato sul serio. Dati che hanno superato le aspettative degli analisti più scettici; uno fra tutti, quello sulla bilancia commerciale, che ha fatto registrare l’anno scorso un saldo attivo di 24 miliardi di dollari, con una crescita del 89% rispetto al 2002. Un exploit che ha lasciato a bocca aperta gli operatori di Wall Street e che ha destato qualche preoccupazione nei paesi vicini come l’Argentina, dove si teme una nuova massiccia invasione di prodotti brasiliani a detrimento della ripresa industriale in atto a Buenos Aires. Le esportazioni brasiliane sono cresciute del 21 %, l’inflazione è scesa così, come sono scesi gli altissimi tassi di interessi che erano andati alle stelle durante la campagna elettorale di 14 mesi fa. Restano, comunque enormi problemi di fondo; crescita industriale troppo lenta, disoccupazione ancora alta intorno al 16% e la permanenza della piaga della corruzione amministrativa con le conseguenze sulla spesa pubblica soprattutto negli stati del Nordest guidati dal sistema dei “coroneis”, i governatori in carica da vent’anni a questa parte.
Le critiche dei senza terra
Ma Lula, forte della popolarità interna e dell’ampio consenso internazionale conquistato negli ultimi mesi, va avanti. Ha incassato senza troppi problemi anche le dure critiche che gli sono piombate addosso dal movimento dei “Sem Terra”, i quali avrebbero voluto vedere nel 2003
un’accelerazione ben più sostanziale sulla strada della sospirata riforma agraria. In campagna elettorale era stato promesso loro una sistemazione adeguata ad almeno 60.000 famiglie; i dati forniti a fine anno dall’Incra, l’Istituto per la Colonizzazione e al Riforma Agraria, si fermano invece a quota 36.300.
Paradossalmente, le critiche più forti rivolte all’ex sindacalista metallurgico non arrivano dai poteri forti della grande industria brasiliana, come capitava in passato, ma da esponenti “ribelli” di sinistra come la senatrice Heloísa Helena, espulsa dal Pt e ora in procinto di
formare una nuova formazione politica in opposizione al governo. “Qualsiasi persona di buon senso - ha detto recentemente - può capire che la politica economica di questo governo e le sue ripercussioni sulla vita quotidiana dei brasiliani non sono altro che la continuità della linea ortodossa di Fernando Henrique Cardoso. E il Pt, ormai, si è trasformato in un organo di
trasmissione delle decisioni del Palazzo presidenziale, senza più alcun dibattito interno”.
Coesione del governo
Critiche pesanti ma che non intaccano la coesione interna del governo dove brillano le stelle di Antonio Palocci (Economia), l’uomo incaricato di tessere la trama delle relazioni con gli organismi finanziari internazionali e quella di Josè Dirceu (Casa Civil, una sorte di ministero
degli Interni), abilissimo negoziatore politico artefice delle trattative che hanno portato all’ultimo rimpasto. L’ingresso del Pmdb era previsto dopo il decisivo appoggio esterno dato dal partitone di centro alla riforma previdenziale e a quella tributaria, due leggi-guida fortemente volute dal Planalto approvate con un ampio quorum lo scorso dicembre. E non ha
provocato un coro di proteste come si sarebbe potuto aspettare solo un anno fa. Ancora una volta il realismo di Lula, attaccato dai suoi oppositori ma avallato dai discreti risultati ottenuti in campo economico e dal prestigio internazionale conquistato, sembra riuscire in un’impresa in cui pochi a sinistra sono riusciti; convincere allo stesso tempo i mercati e gran parte della società brasiliana.

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