2003                                    Opinioni  Fatti e Misfatti

ITALIA

La guerra si può fermare!

Articolo di Fabio Alberti, presidente della associazione Un ponte per...
pubblicato da "Carta" in occasione dell'anniversario della guerra del Golfo

17 gennaio.

Era tardi, non ricordo l'ora, non ricordo nemmeno cosa stavo vedendo. Difficile scordare invece la sensazione di sgomento quando la trasmissione  è stata interrotta. "Da qualche minuto aerei statunitensi hanno iniziato i bombardamenti su Baghdad". Poi in piazza, le immagini dei bombardamenti e il cormorano intriso di petrolio insistentemente ripetute in tv, la grande manifestazione, 2-300.000 persone, le immagini dei bombardamenti e il cormorano, 40 giorni. Un paese moderno riportato all'età preindustriale.
Bassora - Africa.
In questi dodici anni l'Iraq ha avuto la ventura di essere il paese con il non invidiabile primato del più grave peggioramento dell'indice di sviluppo umano del pianeta. Solo nella regione dei grandi laghi è accaduto di peggio. La mortalità infantile, prima quasi europea, è oggi pari a quella del Mozambico. 20 milioni di persone sopravvivono grazie alla distribuzione di razioni alimentari. Con la tessera del pane, come in un paese in guerra. La prima volta che siamo arrivati a Bassora mi colpirono, visibili, i segni di tre guerre combattute una di seguito all'altra. I segni dei colpi della artiglieria iraniana si sommavano ai crateri dei missili Usa e ai fori dei proiettili della repressione della insurrezione del 91. Abbiamo giurato di tornarci. Oggi ci sono due centrali di potabilizzazione in più, due centri sanitari, un dispensario ove 50.000 bambini hanno trovato assistenza, e qualche volta la vita. Piccole cose che, nostro tramite, l'Italia ha saputo fare. 
Baghdad - USA 
Nell'Iraq liberato il governatore militare Francs ha emanato i decreti di attuazione degli accordi della commissione mista iracheno-statunitense sui contratti commerciali. La commissione ha cominciato a lavorare nel dicembre 2002. Una parte dei circa 50 contratti per lo sfruttamento di campi petroliferi e dei circa 100 contratti per nuove prospezioni sono stati disdetti. Altri sono stati confermati, come convenuto dietro le quinte del Consiglio di Sicurezza. Francia e Russia si sono accontentate. L'Eni ne è uscita male. Centinaia di ONG di tutto il mondo pullulano Baghdad per portare soccorso con i generosi fondi di US-Aid. I rapporti con Israele sono migliorati. Difficile non concordare con il vescovo ausiliario di Baghdad, mons. Warduni: "dicono di portarci la libertà, ma temiamo che ci portino una nuova schiavitù".
12 anni.
Dodici anni in cui ci siamo dedicati a salvare persone dalla condanna di essere nate nella terra del petrolio. Dodici anni in cui ho visto in Iraq continuare a morire la gente, come mosche, uccisi da una guerra silenziosa, l'embargo, che non si è mai fermata a cui l'intera umanità ha assistito, impotente o disinteressata. Come ha assistito ai milioni di morti di fame da debito estero, al crescere della arroganza finanziaria, alla distruzione dell'equilibrio climatico. 
L'Italia deve parlare attraverso le sue istituzioni. In Italia c'è il più vasto e capillare movimento contro la guerra all'Iraq di tutto l'occidente. Nonostante ciò il Governo ha già concesso il diritto di sorvolo a aerei militari, l'opposizione ha paura persino di chiedere un dibattito in Parlamento, la stampa continua ad amplificare la propaganda di guerra.
Il 15 febbraio saremo nelle piazze di tutto il mondo. A milioni. Da tutta Italia riempiremo Roma con le bandiere della pace. Ma se vogliamo provare a assumerci la responsabilità che ci compete: fermare la guerra, non possiamo limitarci a manifestare la nostra opposizione. Dobbiamo pretendere che essa sia rappresentata nella politica. Dobbiamo chiedere che la volontà popolare di condanna della guerra si trasformi in atti istituzionali che influiscano sulle decisioni del Consiglio di Sicurezza. Nessun parlamentare, rappresentante del popolo, dovrà sottrarsi a questo dovere e venire poi a manifestare contro una guerra che non ha voluto fermare.
La guerra si può fermare. Questa volta non aspettiamo davanti alla TV.

 

L'inferno italico della tv secondo gli inglesi 

Tobias Jones, autore di The Dark Heart of Italy fa un viaggio nel "Palazzo televisivo di Berlusconi & C." e trova il nulla ideologico. Pubblicato in prima pagina sul Financial Times. 
di Donatella Percivale 


Una tv sempre più urlata, sguaiata, strombazzata. A volumi talmente alti che, del troppo rumore, si sono accorti anche i nostri cugini d'oltralpe. Ecco perché la prima pagina di cultura de il Financial Times , ospita un pezzo firmato dallo scrittore Tobias Jones, dal titolo che suona più o meno così: Il mio inferno televisivo italiano. Un'analisi dura e molto critica sul caos che regna nel "palazzo televisivo di Berlusconi and C." cui l'autore dedica alcune 
acute osservazioni. Vediamole. 
Il viaggio mediatico nei palinsesti italioti dell'autore di The dark heart of ltaly inizia nel week end con Buona Domenica,cavallo di battaglia delle reti Mediaset, ovvero: "uno show di cabaret cui resistere per pochi minuti, pena mal di testa e nausea causati da una ridda di balletti e luci... Per mia fortuna esiste il telecomando e mi lancio su RaiUno: stesso copione con Domenica In ; ragazze in bikini che attraggono milioni di telespettatori.Un breve giro sulle news e scopro che va anche peggio: il Tg di Italia 1 annuncia la rubrica di Gossip e celebrità: si tratta dell'intervista a Natalia Estrada, bomba del sesso spagnola, intenta a raccontare la sua carriera, prima come showgirl poi come moglie futura di Paolo Berlusconi. Cambio canale e vado su Rai2 dove un Presidente del Consiglio sorridente, con sottofondo di violini, annuncia di essere diventato nonnno per la seconda volta". 
"Scopro subito che per familiarizzare con la tv italiana - continua Jones - occorre imparare almeno una parola 'Canzonissima': quello che una volta era il programma più seguito da intere famiglie è stato rimpiazzato da dozzine di derivati privi di significato. Cantare rimane comunque una sorta di imperativo categorico (non a caso l'evento più seguito è il Festival di Sanremo che per una settimana serve una lunga sciroppata di canzoni) trasformando il panorama tv in un immenso karaoke". 
Ma Berlusconi ha davvero trasformato lo spaventoso mondo di 1984 e Citizen Kane in realtà? Fare zapping per credere.La sera dopo Jones segue Passaparola . "In questo caso la parola chiave da conoscere è: 'Letterina' cui seguono 'Velina' e 'Schedina', tutti diminutivi di 'ine' che molto alludono ai mini bikini di erotiche signorine che danzano a intervalli diversi. Mentre guardo, il conduttore Jerry Scotti sta flertando con una di loro, ammiccando, al contempo, verso le restanti otto. L'Italia, non c'è dubbio, è il paese della femminilità perduta". 
Una dei temi che sembra più incuriosire Jones è il variopinto mondo degli spot pubblicitari "programmati tutti allo stesso tempo; in realtà in Italia non ci sono break pubblicitari, ci sono programmi di pubblicità. Il 57 per cento dei budget pubblicitari complessivi - analizza - sono spesi interamente sulla programmazione tv, contro il 23 per cento della Germania e il 33 per cento dell'Inghilterra. Persino la Rai, la tv di Stato a cui si paga il canone, manda 
in onda un mare di pubblicità. Questo significa che la guerra per l'audience è ai massimi livelli e che i programmi sono pensati ispirandosi alla quantità e non alla qualità. Gli italiani, grazie alla tv, sono sottomessi a una sorta di dittatura psicologica". 
Ad emergere da cotanta spazzatura mediatica, secondo l'inglese, sarebbe l'astro del giornalismo Gad Lerner valutato come "il più intelligente anchorman italiano". Interpellato dallo scrittore, Lerner rincara la dose di commenti negativi: "Mi spaventa questa dittatura videocratica. Chi lavora nel piccolo schermo, sa che per i prossimi cinque o sei anni, la sua carriera dipenderà da Berlusconi". E proprio il premier, proprietario fra l'altro di Publitalia, la 
società che vende circa il 60 per cento degli spazi pubblicitari in televisione, viene additato come il responsabile principale di tanto disfacimento. 
La cosa che lascia stupito l'editorialista del quotidiano inglese è poi il fatto che gli uomini che lanciarono la tv in Italia, negli anni '50, sono ancora ben saldi al loro posto. Il riferimento evidente è a Raimondo Vianello e Mike Bongiorno, ovvero: "l'equivalente televisivo del Trasformismo politico: i tempi cambiano, i gusti si modificano ma i protagonisti della tv italiana rimangono sempre gli stessi. Un po' come succede per i loro leader di partito, passano gli anni e le stagioni ma difficilmente pensano ritirarsi". 

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