AUTORE:  Patricia Adriana Franco

Testo

UNA SEMPLICE STORIA

Come incominciare a raccontare una storia?

Sempre s’incomincia dal principio, ma questo principio si trova nei tredici anni di un bambino al quale aspettava una nuova vita, molto diversa alla sua.

Mi ha raccontato che il mare era feroce e che la nave si infilava nelle onde di azzurro scuro, facendo una ferita nel loro corpo di spuma. Fu il viaggio più lungo della sua vita e guardò tutte le immagini con gli occhi dell’ansietà della sua piccola età.

Si trangugiava le lacrime che voleva piangere per aver abbandonato tutto quello che lo aveva visto crescere. I castagni, le montagne coperte di neve e la Bisalta che custodiva il paese, quando il sole spuntava dietro la sua cima, cristalli di molti colori coronavano con mille luci la cresta del gigante.

Non voleva abbandonare tutto quello, ma suo padre voleva lasciare l’Italia. Una nuova guerra minacciava la nazione e non si sentiva capace di vivere nuovamente l’angustia e l’orrore del sangue delle mitraglie.

Prendono poche cose e vanno verso un nuovo destino, verso un orizzonte strano, verso una terra che non era come la loro.

Attraversarono il mare in una nave non più comoda di un recipiente di sardine; pieno di molti italiani che, come sua famiglia, inseguivano un sogno. Un bastimento come tanti che salpavano tutti i giorni dal porto di Genova.

Con le poche lire dell'ultimo raccolto sono partiti verso una terra di speranza.

Quel viaggio fu il più triste della sua vita avventuriera, non hanno potuto eludere malattie, ne la disperazione di quella reclusione fra mura d’acciaio, dove c'era posto per cinque dovevano entrarci in dieci.

Era difficile tutto quello, l’anima si spezzava nel vedere le lacrime della sua mamma quando ricordava la sua famiglia, ma tutto era superato quando ritornava la nausea del mal di mare dovuto all'ondeggiare della nave.

Dopo quasi un mese trascorso in mare, la nave é approdata nel porto di Buenos Aires, in Argentina.

Tutto era nuovo e diverso per gli occhi meravigliati dei bambini stranieri.

Lei  era li –nessuno l’aspettava- una valigia nella sua mano, mentre con l’altra sosteneva una delle sue sorelle piccoline.

Ma i momenti difficili non erano finiti; la nave restò in quarantena per il morbillo e i malati erano inviati ai diversi ospedali della città. La più piccina dei sette fratelli  arrivò malata e insieme alla mamma fu portata all’ospedale.

Durante vari giorni hanno camminato per le strade fino cadere dalla stanchezza, l’ostacolo della lingua impediva di comunicare con le persone di questa terra, ma quell'ostacolo gli fruttò alcune monete di quelli che volevano ascoltare parlare nella sua lingua sconosciuta e dolce.

Le prime notti dormirono nelle panche della piazza vicina al porto, erano giornate fredde. L’umidità del mare causava una pioggerella sopra la città che ignorava  quelli che soffrivano in sue strade.

Le coperte non bastavano ad impedire il dolore per quel martirio.

Buenos Aires nel ’49, epoca di uomini duri, capaci di aprire la terra col proprio petto. Buenos Aires “malevo”, signore della notte e nel gergo dei marinai, delle donne dalla vita facile, quelle che furono sue bambinaie quando suo padre andava all’ospedale a vedere alla figlia più piccina; quelle che regalarono i dolci in compenso di ascoltarli parlare.

Ma non tutto fu tristezza; il lavoro era molto in questa terra quasi vergine. Loro portavano le mani rudimentali, senza paura per il lavoro e il sacrificio. Portavano la speranza del frumento per il pane de  propri figli.

…È  cresciuto, e  le sue mani si sono abituate a trasformare la terra, zolla dopo zolla, e così il seme poteva germogliare nella campagna.

…Si è fatto uomo, lavorando e soffrendo di nostalgia per quella terra per la quale lo chiamano “tano”.

Ha piantato le sue radici nel suolo nuovo che gli ha offerto speranza, tingendo le campagne con l’oro di ogni spiga, col l’aroma d’una pannocchia e decorando il cielo dove fioriva il lino.

Ogni mattina era più diversa di altre mattine, era una nuova vita, un nuovo cammino, una nuova speranza.

Sognava quelle sere d'estate, all’ombra delle piante, che un giorno, forse lontano, poteva ritornare nella sua patria.

Lasciava scappare gli occhi in qualche nuvola che solcano il cielo e come nelle ali le di un gabbiano, potevano essere portati fino i cantucci in cui abitano i sogni.

Costantemente ricorda la campagna coperta dal trifoglio e sogna d'incontrare in ogni nota, nella musica della sua terra, le immagini dei luoghi di cui ha nostalgia.

Mi racconta che ha dovuto combattere con i topi per quel pezzo di pane della cena in quella trattoria che suo zio gli ha prestato come un favore, ma  mi parla anche di quella mano generosa del primo padrone che valorizzò sua dignità.

Il passato, con suoi giorni di conflitto, con suoi sogni di progresso e le sue giornate interminabili di lavoro e sudore; si mischiano con il presente, pieno di sicurezze, con una vita stabile e formata intorno ad una famiglia propria, coi figli e nipoti, con gli amici e conoscenti.

Molt’anni sono passati in questa vita semplice e avventuriera, una storia come quella di tanti altri emigranti che sono arrivati in questo suolo e che si sono innamorati d’una speranza.

Come finisce una storia? Con una fine che si focalizza nella scaletta di un aereo che parte in direzione di Milano…, già non é più un bastimento e la valigia che porta non é di cartone, é moderna.

La storia finisce con l'inizio di un sogno, ritornare in quel paese ai piedi della Bisalta, coronata dai cristalli colorati aspettando eternamente tutti quelli che un giorno sono partiti.

La vita é una avventura che incomincia il giorno in cui noi nasciamo; quello che la fa interessante é tutto quello che siamo capaci di dargli. Nel caso di mio padre, fu molto più di quello che lui abbia creduto essere possibile..



Patricia Franco

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