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ORME…
Fu nel 1880 che l'Italia cominciò a pagare il pesante tributo all'emigrazione, seguito di una miseria che come una malattia invincibile si abbatteva sulla pianura e le colline di questa terra, su chi si rompeva la schiena per lavorare fino al termine del giorno. Era la crisi, la miseria più nera, nuda e cruda senza necessità di un altro aggettivo. Il caldo distruggeva i vigneti rigogliosi, la siccità screpolava la terra e cancellava i campi di grano. Il campo, era giallo secco in giugno come a ottobre. La gente era abituata a vivere di poco, ad essere contenta di niente, la fame del giorno dava rovesciata e rideva dei vecchi campagnoli. Ed i vecchi erano vecchi e non poterono fare nient'altro portare quella miseria, sentirla dentro, sopportarla e morire. Ma i giovani non potevano rimanere appoggiati alla vecchia parete della casa e morire di pena. A consumare la gioventù nella rabbia di niente.
E fu cosi che si cominciò a parlare dell'America. Non era importante dove, la cosa importante era fuggire da quella disperazione. Così il fenomeno dell'emigrazione cominciò ad assaltare la collina. Non c'era famiglia che non avesse un fratello, uno zio o un cugino in America. Lasciarono la terra dei propri genitori per andare a cercare fortuna, questa è la storia di quando arrivarono in America. Non pensarono né immaginarono come sarebbe stato vivere in un altro posto che non fosse la propria patria. Vennero in questo continente a cercare il paradiso ma non fu facile per loro trovarlo in quei luoghi, conoscerli e amarli, con nel cuore le voci, i paesaggi e gli odori assimilati durante l’infanzia.
Gli unici paradisi sono i paradisi persi, per vivere nell'inferno può essere un bene rimpiangere la famiglia, gli amici, i vicini.... E l’unica cosa che portarono fu un pugno di terra come ricordo, perché gli servisse per consolarsi insieme alla storia e le tradizioni di quella patria tanto cara.
- Che cos’è l'anima e che cos’è il cuore? - Domandò "Ginotta" a suo padre. -
- L'anima è la cosa più profonda del nostro cuore. È immaginaria, poiché non ha consistenza. Ma rivela i nostri più intimi desideri, aneliti, frustrazioni, allegrie e tristezze. Il cuore, invece, è la finestra del corpo. Attraverso lui possiamo cercare di scoprire l'anima. A volte non è facile arrivare all'anima di una persona, ma quando ci arrivi, vuol dire che hai lasciato orme che mai più si cancelleranno. Quella persona si ricorderà sempre di te, perfino nell'altra vita. - Rispose suo padre.
María Teresa, figlia di Ippolito Domenico e Pasqualina Giuseppa, era nata a Verolengo, Torino, Italia, il 21 giugno di 1909. Viveva nel quartiere di Borgoreggio. Le sue sorelle di soprannome la chiamavano "Ginotta."
Viveva in campagna, con i genitori e sorelle. Tutta la famiglia lavorava la terra. La casa aveva due piani, nel primo vivevano e nel pianterreno avevano la stalla dove rinchiudevano gli animali, soprattutto d'inverno, poiché faceva molto freddo e nevicava molto. Ci immagazzinavano anche la legna. L'inverno era molto crudele.
Andare a scuola, piaceva a Ginotta. Imparava cose nuove ed aveva molti amici ed amiche. Inoltre, aveva buone relazioni con le sue maestre. Tutti la amavano.
Era l'anno 1922, la guerra aveva lasciato molta fame e dolore. Ginotta aveva tredici anni. Nella sua mente i pensieri si accavallavano, ed a volte rimaneva lunghi minuti assorta nell’oblio, nelle tenebre. E piangeva, perché quello che stava attraversando non era giusto. Perché lei sapeva, dal più profondo del suo cuore che non poteva andarersene dal suo paese natale, lasciando i suoi nonni, la sua madrina, i suoi amici, i suoi ricordi, tredici anni di allegria e tristezza.
Pensava solo in che sarebbe andata con i suoi genitori ed i fratelli. Questo calmava un po' la sua profonda pena. Ma ugualmente si sentiva afflitta...
Cominciava a fare freddo. Settembre, il mese in cui iniziavano a cadere le foglie dagli alberi, il mese della fine di una tappa e dell’inizio di una notizia.
Prese una matita ed una carta, e ci scarabocchiò alcune parole. Premeva forte la matita. Guardò il foglio e ricordò, ma non voleva farlo… L'addio aveva un sapore agrodolce. Con un movimento del capo, come se volesse cancellare della sua mente tutti quei pensieri che la rattristavano, tornò a concentrarsi sul foglio di carta per continuare a scrivere. Rovesciava in quelle parole tutto il suo dolore e la sua ansietà.
Quando finì, l'amarezza le sfigurava i lineamenti irrigiditi. Ma era d'accordo. Finalmente c'era riuscita. La lettera era per i suoi cari che lasciava in Italia.
Diceva così:
Non vi dimenticherò mai, e per quanto il tempo e la distanza ci separino, aspetterò pazientemente che arrivi il momento in cui torniamo a stare insieme. Quel momento che, sono sicura, ci unirà per sempre. Pensate che dopo questa vita ce n’è un’altra, oggi dobbiamo percorrere la strada che Dio ci indica, ora, con rassegnazione, ed affrontare tutti gli ostacoli che la sorte ci presenta tentando di superarli, affinché alla fine del cammino otteniamo la nostra ricompensa: vivere eternamente vicino agli esseri che più amiamo."
Ginotta.
Prima di partire, la sua madrina, Teresa, gli regalò la statua di Santa Teresa del bambin Gesù, affinché la proteggesse sempre.
I genitori di Ginotta avevano deciso di andare in Argentina perché, dicevano loro, si viveva bene e non c'era pericolo di guerra. In paese soffrivano la fame e c’era il pericolo di nuove guerre, non volevano questo nel futuro dei figli e dei nipoti.
Piansero molto prima di partire, salutando i parenti e gli amici più cari, perché sapevano che non sarebbero più tornati. Portavano con loro le valige piene di ricordi ed i vestiti, la loro unica ricchezza.
Il viaggio fino a Genova fu per loro interminabile. Quando arrivarono nel porto salirono sul vapore Tommaso di Savoia, in terza classe. Il 5 di settembre del 1922, salparono da Genova María Teresa i genitori e i fratelli: Alessandro di 29 anni, Maddalena di 27 anni, Margherita di 23 anni, Rosa di 21 anni, Francesco di 15 anni, Fausto di 11 anni; i suoi cognati: Juan, 37 anni, marito di Maddalena, e Carlos, 30 anni, marito di Margherita che avevano vissuto l'orrore della guerra da molto vicino.
Venivano nell'Argentina cercando nuovi orizzonti, con la speranza di trovare un posto dove ricostruire la propria vita, dove iniziare una nuova tappa, senza dimenticare quella precedente, poiché sapevano che l’avrebbero portata sempre nei propri ricordi.
Viaggiarono per 51 giorni. Arrivarono in Argentina nel porto di Buenos Aires il 2 di novembre del 1922. Tanti giorni in mare avevano procurato vertigini e malesseri a tutta la famiglia. Ginotta, di 13 anni, e suo fratello Fausto, di 11, non avevano sofferto il mare, correvano qua e la con la speranza che il vento fresco del mare che gli sfiorava il viso facesse loro dimenticare più rapidmente il triste addio.
Quando sbarcarono poterono vedere che il porto era strapieno di persone, di diverse nazionalità, età e sesso. Tutti alla ricerca di un futuro migliore. Tutti con la stessa speranza negli occhi e la stessa illusione dipinta nel viso.
Camminarono per le strade di Buenos Aires fino ad arrivare ad un hotel, chiamato Italia. Era l’hotel dove si alloggiavano gli emigranti quando arrivavano in Argentina e dove passarono la notte. Il giorno dopo presero un treno che li portò fino al paese chiamato General Cabrera, dove c’erano i parenti ad aspettarli. Parenti che erano già arrivati in Argentina prima di loro a cercar fortuna. Sfortunatamente si trovarono in un posto molto diverso da quello che pensavano di trovare. Nulla era uguale alle descrizioni che ne avevano fatto, e sopratutto non erano più nella cara Italia. Sentirono la desolazione e lo sradicamento. La popolazione era scarsa ovunque. C'era molto deserto e grandi campi. Le case, in rapporto a quelle lasciate in Italia erano rustici senza comodità. Una vita da poveri era quella che li aspettava.
Ma tirarono avanti, allevarono la amiglia con grandi sforzi. Raccontavano molto poco dell’Italia cara, poiché i ricordi li facevano piangere. Portavano la tristezza nell'anima, e la esprimevano attraverso lo sguardo. Cantavano e ballavano con la musica Italiana per non dimenticare il proprio paese.
Le lettere che inviavano o quelle che ricevevano impiegavano molto per giungere a destinazione. Quando le leggevano diventavano molto tristi perché avevano dei rimpianti mai sopiti, a volte le notizie non erano buone e riferivano della morte di qualche persona cara. La nostalgia gli spaccava l'anima ed il cuore in due.
Quando morirono i nonni di Ginotta, i suoi genitori piansero molto. Non trovavano consolazione. Li avevano lasciati in Italia e non erano mai tornati a trovarli, a vederli.
Ginotta si sposò nel paese di General Cabrera con Antonio José nel 1934 e vi morì nel 1990 a 81 anni di età. Ginotta era mia nonna,
Mia madre, Imelda Francisca, figlia di emigranti, porta nell'anima l'amore per quel paese tanto lontano, perché le insegnarono ad amarlo da ragazzina, i suoi nonni, i suoi zii e zie, la sua cara madre. Dice sempre che se qualche giorno si avvererà il desiderio di andare in Italia lo farà in loro memoria, per fare quello che loro non poterono fare. Tornare a percorrere quelle strade, vedere se esiste la loro casa, o vedere quello che ne rimane, portare un fiore sulle tombe dei parenti. Tornare a visitare il proprio paese sarebbe piaciuto a mia nonna, non fermarsi e restare, ma tornare per ricordare…
Mia madre conserva ancora la statua di Santa Teresa del bambin Gesù, e lo prega affinché protegga tutta la sua famiglia come lo fece prima con mia nonna e la sua.
Grazie a mia nonna compresi che non è facile vivere, ma deve onorarsi la vita. Non solo vivendola lasciando che trascorra, ma tentando di lasciare le nostre orme negli esseri che più amiamo, affinché alla fine dello strada Dio ci ricompensi permettendo di riunirci nuovamente con essi.
Mia nonna lasciò le sue orme nei nostri cuori. Tutti la amiamo e rimpiangiamo molto.
Una volta lei dovette salutare i suoi parenti perché veniva in Argentina alla ricerca di un futuro migliore. Oggi io saluto mia nonna, perché lei è già con Dio. Ma il mio addio non è per sempre, è fino a quel momento in cui torniamo ad essere unite…
"Tu che dall’alto,
vegli le mie notti ed accompagni i miei giorni.
Tu che riprovi i miei errori e
correggi i miei sbagli.
Tu che preghi Dio per il mio presente,
il mio destino, il mio domani.
Tu, la cosa più preziosa che
ho avuto nella vita:
voglio che sappia che ho bisogno di te
nei miei giorni solitari.
Che ti aspetto ad ogni imbrunire
della mia esistenza.
Che sento la tua presenza
dentro di me.
Che pulsi
vicino al mio cuore ferito.
Che piango per la tua assenza,
la tua morte, il tuo addio.
Oggi voglio dirti, cara nonna,
che ieri ti amavo moltissimo,
oggi ti rimpiango troppo,
sarai sempre nel mio cuore
e non ti dimenticherò mai.
Perché…
TI AMO
Luciana Imelda Fuentes
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