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LA CURA AL MAL DEL NORD
Quando Andrea si ritrovò a fare i bagagli per il suo trasferimento definitivo a
Bergen, ancora non aveva del tutto assimilato l'idea che quello fosse un fatto definitivo. O quanto meno duraturo.
Bergen: ossia graziosa, famosa, piccola, minuscola, microscopica, dispersa, gelida, spaventosa cittadina della Norvegia.
Penisola Scandinava, Nord Europa, Paese di Renne e di Babbo natale e di cos'altro?
A queste sconsolate considerazioni si abbandonava Andrea, mentre piegava alla bell'e meglio maglioni, camicie e pantaloni pesanti.
Erano gli ultimi giorni di Agosto, ma il coordinatore norvegese, in un inglese difficile da seguire, gli aveva comunicato che le temperature si stavano già abbassando e che probabilmente avrebbero avuto un inverno precoce.
Di bene in meglio!
Andrea aveva trentasei anni: la madre era mancata qualche anno prima, il padre viveva in campagna e si vedevano di rado; era figlio unico, non era sposato e da poco aveva chiuso un rapporto con una collega.
La proposta del Direttore di settore di stabilirsi in Norvegia per sovrintendere all'espansione della loro Ditta di imballaggi alimentari era arrivata proprio in un momento in cui i legami con Mantova, e con l'Italia in generale, erano quanto mai sottili ed inconsistenti.
Andrea aveva viaggiato spesso nel Nord, presso le filiali che si occupavano di inscatolare caviale norvegese, gamberetti e altre specialità scandinave.
Quel mondo misterioso di neve ed oscurità lo aveva sempre affascinato, anche se l'aveva conosciuto solo superficialmente, durante i rapidi incontri di lavoro, in cui i giorni di soggiorno erano, per ovvie esigenze, ridotti al minimo.
Così, messo davanti alla prospettiva di un bel salto di carriera, di nuove
responsabilità stimolanti e di un ottimo trattamento economico… beh, cosa doveva rispondere Andrea ?
Solo che adesso, con le valigie aperte intorno a sé, la Norvegia appariva ancora più lontana, più fredda e desolata di quanto l'avesse mai immaginata.
E Mantova, al confronto, era una città dolcemente mediterranea, con i tavolini all'aperto in piazza delle Erbe o in piazza Sordello, la storia sussurrata da ogni mattone dei suoi palazzi, i colori disegnati dai tramonti sul lago.
Ma si sa che alla partenza tutto sembra meno desiderabile, a causa dei capricci dei nostri timidi cuori, rispettosi di quell'antico adagio che dice "partire è un po'
morire".
Dunque Andrea soffocò i propri timori, e prese l'aereo; poi affittò un'auto fino a Kristiansand ed infine salì su un traghetto postale che lo accompagnò all'ultima destinazione.
In quel paese poco avvezzo alle eccessive comodità, i postali trasportano volentieri turisti e passeggeri, purché essi si adattino agli orari spartani da rispettare.
Pertanto Andrea sbarcò al porto di Bergen alle quattro di un mattino nebbioso ed umido. E il fatto che il socievole corrispondente norvegese fosse lì pronto ad accoglierlo, non mitigò particolarmente quell'iniziale impressione grigia ed ostile della città.
I primi giorni passarono in modo quasi indolore, sistemandosi nel bilocale messo a sua disposizione, visitando la sede di lavoro, prendendo contatto e un po' di confidenza con l'ambiente che l'avrebbe ospitato per tanto, tanto tempo.
Col trascorrere delle settimane, tuttavia, l'atmosfera intorno ad Andrea si fece sempre più pesante: non tanto per il lavoro, in cui superate le normali difficoltà di inserimento, cominciò a districarsi tranquillamente. Quanto per tutto il resto, che pareva avvolto da un senso di depressione imminente: i colleghi lo trattavano cordialmente, ma con una freddezza intrinseca, che lo faceva sentire fuori luogo; i vicini di casa lo osservavano con indifferenza, uno straniero senza moglie e senza figli in un paese tanto amante delle famiglie e dei bambini; infine l'autunno norvegese stava facendo del proprio meglio per mostrare quanto fossero acuminati i suoi artigli.
Le giornate cominciavano nel buio e terminavano con brevi tramonti alle quattro del pomeriggio, poi alle tre, poi sempre prima.
La nebbia aleggiava su Bergen come un sentimento nascosto di malinconia, una pioggerella insistente inumidiva le ossa e i pensieri e il mare del fiordo aveva assunto una persistente sfumatura di grigio.
Andrea cadde in uno stato di sconforto: si rese conto di aver preso una decisione affrettata, poco ponderata e difficilmente reversibile: presto sarebbe iniziata una lunga notte senza luci, e lui si sarebbe ritrovato perso in quel mondo freddo e silenzioso, completamente solo.
Solo, solo, solo.
La solitudine divenne parte del suo essere: lui solo prendeva le decisioni lavorative, lui solo gestiva la propria vita quotidiana, lui solo pensava, scriveva e sognava in italiano.
Trascorreva i momenti liberi a ricordare ogni particolare della sua città, il passeggiare sereno tra le vie del centro, i profili illuminati delle cupole, delle torri, della Reggia nelle notti estive, i viali ora forse cosparsi di foglie gialle e rosse.
Una sera, vittima dell'angoscia e di una disperata nostalgia dell'Italia, prese il contratto di lavoro e lo lesse attentamente.
Dalle righe più piccole comprese che in caso di malattia avrebbe potuto dimostrare la necessità di lasciare la Norvegia e rientrare a Mantova, senza rischi di sanzioni.
Meditò su quel fatto, e si ricordò di uno spiacevole periodo in cui aveva sofferto per una fortissima otite, che aveva messo a repentaglio le sue capacità uditive.
Una volta guarito, i medici gli avevano raccomandato di coprirsi molto nei mesi invernali, perché la malattia lo aveva reso più delicato e soggetto a ricadute.
Con un sorriso, Andrea si congratulò con se stesso: aveva la soluzione per fuggire da quel luogo desolato.
Cominciò la cura.
Nonostante il rapido crollo delle temperature, ormai sotto lo zero, abbandonò sciarpe e cappelli e smise di asciugarsi i capelli col phon dopo la doccia. Inoltre prese l'abitudine di prepararsi ogni sera un umido impacco di ghiaccio triturato su cui appoggiare le orecchie guardando la televisione o leggendo un libro, come se fosse adagiato su un terribile cuscino artico.
Nel mentre il Natale invase la città: ogni angolo di Bergen venne illuminato con decorazioni e festoni, i negozi dell'antico quartiere anseatico si riempirono di addobbi e regali, le pasticcerie sfornarono a pieno ritmo succulenti dolci tradizionali.
Il 13 dicembre, Santa Lucia, una bella festa venne organizzata sul piazzale del porto: decine di bancarelle coloratissime offrivano prelibatezze e oggetti di artigianato, mentre le bambine delle scuole, vestite di bianco e impreziosite da ghirlande tra i capelli, cantavano suggestivi cori natalizi.
Coinvolto da un paio di colleghi, Andrea fece una deviazione al suo rientro a casa e si mischiò alla confusione della festa.
Tossicchiando e starnutendo (procedeva nella sua cura, ma non otteneva, per ora, risultati più soddisfacenti di un perenne raffreddore) si lasciò coinvolgere da quell'affascinante insieme di colori, melodie, profumi. Presto si ritrovò in mano un bicchiere di vino caldo e una ciambella al cioccolato, poi una bambina biondissima gli offrì un bacio augurale su una guancia.
Per la prima volta da troppo tempo, l'uomo si scoprì a sorridere serenamente e sentì finalmente un po' di calore nel cuore.
Curiosando intorno, notò la bancarella del " Negozio di Babbo Natale".
Si avvicinò spinto dai ricordi di infanzia, di quando con la madre tirava fuori dalla cantina il caro, vecchio albero di Natale, ed insieme passavano la serata ad addobbarlo riccamente.
Accarezzò con lo sguardo le palline decorate, le bamboline a forma di renna, i troll dagli occhietti dispettosi, le delicate bocce con la neve.
La ragazza della bancarella, una graziosa norvegese dai capelli rossi, gli rivolse un radioso sorriso e lo osservò per tutto il tempo. Poi armeggiò dietro al banco, a sorpresa tirò fuori due deliziose tazzine colorate e gli offrì un caffè bollente. Andrea accettò, colpito da quella gentilezza; presero a chiacchierare, qualche parola in inglese, qualche parola in norvegese, qualche risata in italiano.
Lui si allontanò un istante per acquistare dei biscotti, poi glieli portò e ripresero a scherzare insieme.
Forse fu per l'allegra atmosfera, forse perché il Natale scioglie i sentimenti anche a quelle latitudini, forse perché era il loro destino, ma Andrea e Helen rimasero a parlare finché le luci e le voci del piazzale cominciarono ad affievolirsi.
Poi Andrea l'aiutò a raccogliere gli oggetti in esposizione e l'accompagnò al camioncino parcheggiato poco lontano.
Nessuno dei due aveva davvero voglia di rientrare; il freddo era grande, la notte infinita… e andarono a sorseggiare qualcosa di caldo e rassicurante in un locale vicino.
Quando finalmente Andrea rientrò nel suo appartamento, conservava nella tasca un foglietto scritto a mano (con un prezioso numero di telefono) e nel cuore, una tenera promessa.
Da quella sera non fece più deleteri impacchi di ghiaccio triturato.
Anna Pistarino
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