AUTORE:  Guido BERGONZI

Testo

DALLE LAGUNE di MANTOVA 
agli acquitrini della PAMPA Argentina.

Di famoso aveva il nome: Virgilio. Se si vuole, il cognome pure era illustre, ma prestato, quasi per misericordia o riparazione, dalla famiglia nobile, il cui figlio minore aveva abusato della povera serva. Per coprire la vergogna questa aveva dovuto lasciare Palazzo Cortelezzi dove lavorava e rifugiarsi in un tugurio  di pali e paglia sul Lago Inferiore verso la Valle dei topi, con la misera eredità di qualche vestito ed un pugno di monete del nuovo invasore, Napoleone.
Così per Virgilio Cortelezzi la nascita e l'infanzia trascorsero tra la miseria e gli stenti, cullato solamente dalle lagrime della madre. L'adolescenza gli riservava altre amarezze: la cattiveria dei compagni gli inflisse una ferita profonda come una pugnalata al cuore,quando gli insinuarono come una colpa la sua condizione di figlio naturale. A un primo sentimento di rifiuto subentrò un amore ancora più profondo a sua madre, che gli aveva dato la vita e lo aveva allevato con tanto sacrificio.
Ci si mise pure la politica, prima con l'annessione del mantovano al Regno Lombardo Veneto, poi la repressione della polizia austriaca, i processi del 1821 e l'esilio con altri ribelli.
Il resto divenne un vorticoso susseguirsi di fatti: la fuga verso Venezia, lasciando la povera madre in lagrime, poi l'imbarco su una goletta di fortuna, i viaggi di porto in porto, fino a Napoli, poi la Spagna, da lì il Sud America, fino a Buenos Aires, da appena un decennio risvegliata e scossa dal grido dell'indipendenza.
Nella nuova patria la sua fu più partecipazione a battaglie dell'uno o l'altro bando della politica argentina, tra unitari o federati, che il suo lavoro di carrettiere.
Eppure in questa attività si fece buon nome, sia per l'abilità di conduttore di cavalli, muli o giunte di buoi, che per quella più complicata di mantenimento e riparazione di quelle carrette che venivano costruite con ruote enormi per poter andare anche nelle piste sabbiose, nel fango e attraversare i pantani.
Il lavoro che più gli piaceva erano i lunghi viaggi nella Pampa ancora sconosciuta per trasportare le balle di pelli bovine che alimentavano l'industria del cuoio...., ma soprattutto quelli ancora più lontani alle saline per trasferire i carichi di sale, 
materia indispensabile per la conservazione delle carni e l'antico sistema di concia delle pelli.
In quella prateria sconfinata, dove "la Pampa marrone ondeggia il suo mare di erba", come la descrive l'inglese Cunninghame Graham, che si era avventurato in quelle zone anni prima, conobbe i veri, gli autentici gauchos, quei cavalieri alti e magri, ma agili e muscolosi, con una buona dose di sangue indio e dei conquistadores nelle vene, con la barba rada, ma una lunga chioma nera incolta, capaci di montare a cavallo per giornate intere senza pronunciare una parola, magari solo qualche imprecazione quando il cavallo s'impennava con un sopprassalto per l'improvviso volo di una pernice o la fuga a grandi balzi di qualche mara, la lepre patagonica dalle lunghe zampe o di qualche enorme gnandù.

Quello che gli costava di più era l'alimentazione quasi esclusivamente a base di carne in ogni forma, seccata al sole come charqui o salata o abbrustolita alla meglio su un poco di brace, sempre uguale, mattino, mezzodì e sera, senza pane, nè verdure. 
Dai gauchos imparò anche ad orientarsi nelle immensità della Pampa, prendendo come riferimento gli scarsi ombù, le piante solitarie dall'enorme chioma e le grandi radici in superficie, oppure i pochi rigagnoli, che la solcano in tortuose volute.
Nel marzo del 1824 il Governatore della Provincia di Buenos Aires Martin Rodriguez, volle portare a termine la spedizione contro gli Indios che imperversavano in tutto il territorio con frequenti "malones", le terribili scorrerie con la rapina di esseri umani e animali nelle piccole colonie che si andavano formando come avamposti di frontiera.
Si ricorderà per sempre quella contro l'abitato di Lobos ai primi del 1824 con oltre 300 prigionieri e centinaia di animali.
Oltre alla spedizione, si doveva fondare una città che rappresentasse un baluardo di avanguardia per proiettarsi al Sud del Rio Negro e nello stesso tempo diventasse un porto sicuro.
Era già stato scelto il luogo in una insenatura conosciuta fino dai tempi di Magellano, che questi aveva identificato come: Bahia delle saline bianche. Da lì il nome definitivo: Bahia Blanca.
Con tre navi erano già partiti alcuni soldati, agrimensori e due ingegneri per tracciare le basi del futuro porto.
Per la spedizione terrestre erano pronti quasi 3 mila soldati con 250 carri di vettovaglie ed elementi per la fondazione, per le famiglie dei coloni con centinaia di donne e bambini e i vivandieri. In più si dovevano condurre sei mila cavalli e muli.
Si cercavano guide esperte per orientare una simile moltitudine e Virgilio, che ormai si sentiva buon conoscitore di quelle immense praterie, si presentò come pratico in terreni acquitrinosi, memore della sua infanzia sugli stagni del Lago Inferiore.
Lo fecero oggetto d'irrisione per quella pretesa di uno straniero d'insegnare qualcosa ai "baqueanos", le guide di pampa scelti.
Ma avanzare in ordine con una simile massa di gente non era compito facile. Fino a Tandil, quasi a metà strada, si procedette bene; 
quando però si costeggiava la Sierra della Ventana, all'imboccare un canalone stretto si produsse un'ammucchiata e uno sbandamento  dei cavalli: più di duemila si dispersero nella prateria. Non mancarono scorribande di indios, minacciosi anche se armati solo di lunghe lance di canna tacuara e di boleadoras, (due o tre palle di pietra legate con lunghe strisce di cuoio, che roteate e lanciate con destrezza, si avvolgevano al corpo, braccia, gambe, finendo con una botta spesso mortale, se al capo).  Ci furono infatti morti e vari feriti, prima che i soldati liberassero la campagna dal pericolo, recuperando migliaia di pecore.
Proseguirono allora più a Sud lungo il fiume Napostà, che in tre soli giorni li fece arrivare alla Bahia, dove erano ancorate da più di un mese le navi di esplorazione.
 
La gente era esausta, ma anche la truppa era nervosa e ribelle e parecchi soldati avevano disertato, nonostante le fucilazioni.
La notizia peggiore arrivò con un'altra nave e l'ordine da Buenos Aires di sospendere la costruzione di un fortino e dell'approdo.
Altre tribù di indios avevano attaccato più vicino e ad Ovest, a Lobos e Melinquè; per il momento il pericolo non veniva dal Sud. Ma il vero motivo erano i cambi imposti dal nuovo Governatore. Ci fu ribellione di gruppi e anche di soldati che si di-
spersero. Era già la fine d'aprile, cominciavano i primi freddi. Si organizzò il ritorno, questa volta lungo la costa per evitare gli indios, ma attraverso un percorso sconosciuto. La Pampa degrada lentamente al mare, diluendosi in acquitrini o lagune. I famosi baqueanos stavolta scelsero male, conducendo la truppa  lungo i contrafforti di terraferma, dove l'erba ingannava, ricoprendo acque putride e sabbie insidiose. Virgilio si fece forte. 
Rispolverando le esperienze dell'adolescenza, insistette perché  si costeggiasse il mare sul filo della battigia, dove la terra e la sabbia compatta tendevano quasi una pista naturale solida.  Inoltre la risacca lasciava arenati grossi pesci e granchi: ottima alternativa a tanta carne di vacca e di pecora. Serpeggiò tra le guide la solita irrisione invidiosa contro lo straniero; ma Virgilio non parlava a vanvera, si era già avventurato da solo ad esplorare, aveva calcolato molto bene e difese la 
sua proposta con coraggio e autorità.  Parecchie centinaia di poveri coloni falliti lo seguirono. Prese solo alcune carrette, ma vari cavalli e muli e poche pecore.
In pochi giorni, senza la zavorra di tanto carico, giunsero fino al promontorio di Monte Hermoso, conosciuto e già abitato, da lì risalirono il corso del rio Las Cortaderas, costeggiarono la laguna del Sauce Grande e ripresero nella prateria le piste delle saline e delle pelli, da lui ben conosciute, fino a Tandil, poi a Lobos, dove molti si fermarono ad occupare le casupole dei poveracci rapiti dal recente malòn di indios e su a Buenos Aires.
Il ritorno del resto con l'esercito invece fu disastroso. Meglio lasciarne la viva descrizione alle memorie di Juan Manuel Beruti, a cui la città di Bahia Blanca ha dedicato una via.
- Il terreno era totalmente sconosciuto dall'esercito e le guide. 
Si deviò verso la Sierra de la Tinta, ma si dovettero attraversare campi allagati, fino a dover passare, uomini e bestie, giorni interi dentro l'acqua, a volte fino alla cintura, scivolando nel fango, soffrendo le basse temperature e lasciando per strada i corpi morti di esseri umani e animali, la cui vitalità non era stata sufficiente per sopportare tante penurie.
Si sacrificarono animali da tiro e si disfecero carri per poter cuocere la carne. Si soffrì la fame, ma il freddo faceva strage soprattutto tra i negri, che integravano l'esercito: molti morirono, molti ebbero le estremità congelate, ridotti anni dopo, 
monchi e zoppi, a vivere della carità pubblica. Troppo penoso continuare il racconto! La storia non tiene in conto queste piccolezze. Nel frattempo era cambiato il Governatore ed il nuovo, Las Heras, sospese i fondi e la spedizione d'ausilio che il suo antecessore aveva preparato.
 
Virgilio continuò per anni il suo lavoro di carrettiere, ma sempre attento agli avvenimenti pubblici, alle lotte tra unitari e federali e l'assedio a Buenos Aires nel 1852 con la caduta di Rosas, il tiranno che vedeva solo immensi allevamenti nel- 
la Pampa e odiava gli stranieri che volevano terre da coltivare. 
In questa occasione si arruolò con altri 350 nella Legione Italiana, comandata dal colonnello Silvio Olivieri, che pose a disposizione dell'ordine interno questi uomini con altri brillanti ufficiali italiani, come Susini, Cerri, Charlone, Caronti.
Con gli stessi, tre anni dopo, sempre al servizio del Governo di Buenos Aires, formò la Legione Agricola Militare per fondare la colonia Nuova Roma, 25 chilometri a ovest di Bahia Blanca, come avamposto contro gli indios e colonizzazione di frontiera .
Virgilio sognava di tornare sui posti dove 30 anni prima aveva sofferto tante penurie, ma dove aveva lasciato il cuore. Vantava perfino di fronte agli altri l'esperienza vissuta e la conoscenza dei luoghi. Un'altra volta la fortuna non gli arrise. Infatti, purtroppo l'intento di colonia militare iniziò male. Sette piccoli rilievi facevano ricordare i 7 colli; anche questo motivò il nome e l'idea di ripetere le gesta gloriose della fondazione della Città Eterna due millenni e mezzo prima. 
C'era abbondante acqua, erba buona, terra fertile, però tutto da fare. Senz'altro quei legionari erano soldati buoni per la lotta contro l'uomo, ma non altrettanto per la battaglia più dura e costante dell'aratro contro il deserto e la durezza della terra. 
Inoltre molti erano avventurieri, vagabondi sfaccendati ed altri  fuorusciti o veri delinquenti sfuggiti al capestro. Olivieri impose leggi ferree, ma quella non era una battaglia.  A quella gente non interessava l'impostazione comunitaria o socialista del lavoro o piuttosto di piccole proprietà private. Fu trucidato da un gruppo di ammutinati il 28 settembre 1856.
Virgilio fu chiamato dal nuovo comandante della colonia Caronti per trasportare la salma dello sfortunato Olivieri fino a Buenos Aires, dove gli riservarono gli onori militari. Con il gruppo di legionari che lo accompagnarono riportò l'elogio funebre, che il Ministro di Guerra, Mitre aveva pronunciato:  Addio, coraggioso e sfortunato colonnello Olivieri, fratello di causa e di principi, al cui fianco avevo combattuto!
Al ritorno nella colonia Nuova Roma, come premio, Virgilio ricevette vari appezzamenti di terreno abbandonati.
Anche a lui, passati già i cinquanta, costò abbastanza abituarsi al lavoro della terra, a costruire pareti e tetti. Gli pesavano nelle ossa le lunghe notti all'addiaccio, al freddo, al vento. La colonia non prosperò come voleva il fondatore, però diede un
impulso alla produzione ortofrutticola e di cereali, allora quasi sconosciuta, diffuse il tamarisco per fissare le dune, lunghi filari di eucalipti e di pioppi che frenarono il vento pam pero, livellò terreni e strade, produsse mattoni cotti o seccati al sole per la costruzione e le difese della città.

Virgilio si scontrò ancora una volta con gli indios. Nel 1859 un malòn di 3 mila a cavallo si precipitò sulla città,  ma dal Sud, seminando terrore, più che morti; fu l'ultima scorreria su Bahia Blanca. Si risvegliò lo spirito dei pochi legionari con cui Virgilio riuscì a rincorrere i predoni e a recuperare, col vantaggio delle armi da fuoco, parte del bottino, ma soprattutto vacche, pecore e cavalli. Eppure Virgilio, che nei lunghi viaggi li aveva conosciuti e trattati da vicino, aveva compassione di quella povera gente, una volta padrona assoluta della Pampa, libera da filo spinato, e del suo bestiame, ora derubati dello stesso, prima per la pelle ora anche per la carne,  dall'insaziabile ingordigia dell'uomo bianco.
Nella vita di Virgilio non mancarono guerre del cuore. Non di quelle passeggere, in tante scorribande, tanti viaggi. Ce ne fu una che lo tormentò, fino dalla prima spedizione per fondare Bahia B. Accompagnò la vedova di un soldato morto nello scontro con gli indios, per compassione, diceva a se stesso.  Le ricordava sua madre, sola, con quel bambino di pochi anni. La donna era affascinata invece da qualcosa di nobile che rilevava nel comportamento di quello straniero: intuito femminile! Ma la compassione si mutò presto in passione, resa ancora più tormentosa dalle penurie del viaggio e dell'impresa fallita.
Penosa fu la separazione, lei per non perdere gli scarsi emolumenti di vedova militare, lui per non deludere i coloni che riponevano nella sua guida la speranza di un ritorno meno disastroso. Così si portò in cuore per 32 anni una sofferta sensazione di tradimento e un dubbio. Ma ne fu premiato.
Non gli risultò difficile tra quella scarsa popolazione incontrare la vedova, che era rimasta con il gruppetto di coloni ed il drappello di soldati destinati lì nella prima spedizione. Un amore sofferto non si spegne, nè con la distanza, nè con il tempo, nè si disperde... negli spazi immensi! E rifiorì quasi come per incanto, anche per Virgilio, anche se più maturo. Solamente che la donna ora viveva con due figli, il minore di  32 di anni. Troppo facile il calcolo per dubitare della madre! Virgilio visse così con belle soddisfazioni fino agli anni 80; 
non gli mancarono riconoscimenti pubblici, come quelli organizzati dal solerte Caronti per i suoi legionari nella Biblioteca Rivadavia da lui fondata o nelle ricorrenze patrie.
Non gli mancarono neppure nipoti, che raccolsero i racconti del nonno e pronipoti che li tramandarono fino al centenario della Colonia Nuova Roma. Li abbiamo ricordati anche nella collettività italiana, presenti nei festeggiamenti del 1965-66. 
Solamente che nessuno sapeva del Lago Inferiore, nè della Valle dei ratti, nè di un certo Virgilio Cortelezzi; sì, qualcosa di Mantova e del suo famoso Ducato.


Guido BERGONZI

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