AUTORE:  Patrizia Marcheselli

Testo

L'ira dell'aria

Ilaria era nata in casa e si vedeva. Unica sorella tra fratelli. Nascere tra le mura di casa dà certi vantaggi. Forse, l'unico inconveniente è scorgere la nascita di qualcun altro, e scoprire che fa male. La vita è fatta così: muori.
La sua famiglia, e le poche certezze ereditate. Il padre di Ilaria, Saverio, sembra, dicono, si mormora, abbia avuto due fidanzate: una amata, segretamente, l´altra, sposata, sua madre. Niente fuori del comune, salvo che le due erano sorelle. Un marito presente nel caso del padre d'Ilaria, mentre del marito di Marta, sua zia, nessuna traccia: sembra, dicono, si mormora fosse morto, nessuno sa dove, e nacque Elvira la probabile sorella, cugina per la famiglia, e per il paese, le due cose assieme. Nata morta nello stesso letto, da medesimo grido, con identica lacerazione vaginale, sotto lo stesso tetto.
Qualcosa si mostrava senza essere capito da nessuno.
Fidanzata di un tipo che dopo il servizio militare la lasciò e si trasferì ad Albenga dove aveva conosciuto qualcuno. Ilaria non si curava delle dicerie in paese. La gente. Custodia e massa dei propri schiodati arcipelaghi dove, sbucciare le abitudini con buone maniere nasconde sempre, la nostalgia imposta dalla terra quando sogna il mare.
Ogni mattina svegliarsi con quel bombardamento sotto il pavimento. La scopa, picchiata e bestemmiata con forza sulle travi in cucina dalla madre che, le ricordava, sveglia, i suoi doveri: alzarsi, vestirsi, sciacquarsi il viso, le ascelle, scendere per l´acqua calda farsi il bidè e correre al lavoro in fabbrica dopo il caffè. Cuciva tute da ginnastica, otto ore alla lineare. Ventiquattro macchine da cucire, un ripiano da taglio e uno da stiro. Virginia, la caporeparto, correva fin dalle sei tra una macchina e l´altra preparando gli scaffali: fili, aghi, pacchi di mezzi pantaloni, mezze tasche, mezze etichette, mezze maniche. Quel giorno, come ogni venerdì, la produzione si esauriva in fretta, permettendo ai ragazzi addetti al taglio di preparare i nuovi articoli, l´umore verso le dieci migliorava nel capannone. Ancora due ore, pensò Ilaria, poi a mangiare. In quel preciso istante qualcosa bloccò il tempo, ci mise qualche secondo per capire: l´ago aveva trapassato da parte a parte il pollice. Virginia, gridò, non poteva girare su se stessa, la mano era imprigionata nella macchina. Luce, gridò una voce dal fondo. Si spensero tutte le macchine in un coro meccanico decrescente, gemito staccato all'unisono prima dell'immobilità. Virginia con la sua cadenza complicata raggiunse il corridoio formato dalle macchine - Chi? Chi? - chiedeva implorando con il cacciavite in mano e la bottiglia dell'alcool nell'altra. Un'altra voce indicò, la numero 7. Ilaria aspettava con l´aria di chi si annoia in queste situazioni. Virginia prese lo sgabello, si sedette vicino vicino, tanto che il cuore respirava dal cacciavite, abilmente allentò la guida dell'ago, tre viti: tre, due, uno fuori. Il pezzo accompagnava il dito: intatto, roseo, quasi simpatico, intrappolato in quel marchingegno che tolto dall'ambito della macchina faceva tenerezza. Ilaria ricordò l´anello di fidanzamento della madre che giaceva incastrato nel dito materno senza poter essere tolto. Virginia guardava Ilaria, Ilaria guardava il dito, e il dito sforacchiato era solo il risultato di un'assurda operazione tra l´orlo del mezzo pantalone sinistro e la mancanza d´olio della macchina. Conto alla rovescia e fuori l´ago. Tre, fuori. Finita la scena. Luce, replicò la voce. Il pollice era diventato una specie di biglia multicolore e l´unghia mordeva la carne sotto, così sotto da non poterla raggiungere. Una benda messa di fretta e via al Pronto Soccorso. All'ambulatorio la accolse un giovane medico con un accento straniero: disinfettante, una lastra per precauzione ed un invito in discoteca, era d'origine italiana ma viveva a Buenos Aires, la sua famiglia era originaria di Torino. Stava per ultimare un tirocinio, grazie ad una borsa di studio, non aveva anello al dito e sarebbe ripartito una settimana dopo. Era venerdì sera, il dito non si era ancora sgonfiato, ma per ballare ci vogliono le orecchie, per baciare la voglia, e per parlare a volte anche la lingua. Si erano piaciuti, lui le parlò d´amore, di quello vero, quello che a prima vista ti spezza gli occhi e qualcos'altro, poi, dopo una settimana partì. Piccole telefonate, grandi lettere e un giorno Ilaria annunciò che l´avrebbe raggiunto in Argentina, che gli avrebbe fatto una sorpresa, la madre non era d´accordo, il padre invece sembrava quasi contento di prosciogliersi da una figlia che, gli ricordava, continuamente, una nata mai conosciuta. Sembra. Dicono. Si mormora. Silenzio. Qualcosa si manifestava senza essere inteso da nessuno, udito solo da lei. 
Ilaria, fissando il quadro sbilenco in cucina ricordava quei momenti prima della sua partenza davanti all'espresso fumante. Otto anni. Erano già passati otto anni. Otto lunghi anni da quando aveva: attraversato l´oceano, otto anni da quando arrivata a Buenos Aires alle cinque e trentacinque del mattino, aveva preso un tassì quasi tremando, raggiunto calle Catalina quasi sudando, otto anni da quando aveva suonato il campanello al N° 79 e le aveva aperto una giovane donna spettinata, con un bimbo in braccio, e con l´espressione di chi non volesse sapere o spiegare, richiudendo la porta senza dire una sola parola. Otto anni da quando aveva conosciuto Maddalena, d'origine napoletana, nata a Montevideo ma residente a Buenos Aires, che l´aveva accolta a casa sua. Non parlava italiano ma un dialetto che Ilaria non capiva e imitava. La circondavano amici, quasi tutti d'origine italiana: lombardi, veneti, napoletani, siciliani però nessun mantovano. Le assicuravano che i Mangia Nebbia vivevano tutti a Cordova, e lei rideva, aveva imparato a ridere di tutto. La sera studiava inglese in una scuola serale, aveva anche finito le superiori e la sua vita le piaceva. Lavorava in un Hotel del centro della capitale argentina: cameriera ai piani, puliva le stanze. Lo stipendio era decente; affittava un monolocale con il suo gatto siamese e ogni tanto invitava a dormire a casa sua Ernesto, un amico della scuola. Non erano insieme, però a casa sua si. Nessuna domanda. Nessun dolore. Del suo lavoro amava intensamente una cosa. Un solitario a due carte. Unico e personale, nessuno sapeva, neanche Maddalena. La disposizione della biancheria e degli oggetti dei clienti nelle stanze. Aveva sviluppato un'incredibile abilità visuale, un lessico di prospettive probabili e fittizie che rivelavano sagome di chi non aveva mai visto: ne scopriva il sesso, l´apparenza, l´individualità, le colpe, i clandestini incontri, ogni cosa. Illecita mania in rea innocenza, vitale implosione che approdava al collo. Costruiva identikit: dalla carta igienica nel cestino, dalle gocce d´acqua dopo, prima vapore lasciate nel bagno, dalle pieghe della biancheria a ridosso dei mobili, dal colore delle calze, dal disordine, dall'ordine, dagli odori, dalle lenzuola, dalle valigie che non toccava mai, che leggeva però con precauzione, avvicinandosi soltanto. Scoperchiando sensazioni evidenti di chi non avrebbe mai sospettato d'essere oggetto di studio. Ignota diserzione di carezze fatte su se stesso; scompigliata bramosia di un letto a due piazze, invasa solo una dove l´orlo della coperta svela, gridando dal guanciale, la macchia di sperma solitaria mescolata ai rombi slavati di altre solitudini assorbite nel tempo. Spesso le ricordava la sua famiglia piena d'uomini e dei loro riparati segreti custoditi dietro una chiusura lampo. Le donne, sotto, ereditano arpioni, le diceva Maddalena. Così, una vampata di potente calore improvviso la invadeva, chiudeva a chiave l´abitazione, si sdraiava sul letto e continuava ciò che qualcuno aveva cominciato o abbandonato la notte prima, le cose parlano, sempre. Non tutti sanno offrire ospitalità. Poi, si stringeva l´uniforme con i bottoni abbelliti dallo stemma dell'Hotel, andava in bagno sciacquandosi il viso, le ascelle, si faceva il bidè con l´acqua calda, comodamente, e si asciugava mesta, lasciando sempre un cioccolatino sull'orlo del lenzuolo piegato a triangolo per facilitarne la presa. Si era ossessionata con un'abitazione una volta, con una presenza mai vista, grazie ad una lettera e una fotografia giallognola che mostrava una famiglia numerosa intorno ad un tavolo imbandito: visi consumati, quasi parvenze di facce che non sapevano di essere morti. In quell'Hotel aveva visto e ascoltato di tutto: cose che sapeva, altre che non capiva. Spiegato dolore su pubblicità di acquari e addii con macchie di caffè su cataloghi del Mar de Plata, separazioni sgolatesi sul retro di biglietti aerei, schiaffi dagli scontrini di un emporio, deserti su calze da donna rotte e bruciate, leggi dai fazzoletti sanguinanti nel bagno, cenni di noia dietro a specchi importati, però mai, mai, aveva visto, scoperto e sentito, sembra dicono si mormora: quel vuoto, quella stanchezza estesa di chi non sa come ripetersi, esisto.
Sapeva a memoria quella lettera, ogni parola e non capiva come mai, spesso la ricordava inventando storie, la sua storia. Si comincia sempre con l´ io, e si finisce col noi.
Si parte perché la vita ti stringe così forte la gola da non permetterti altro che urlare, però altrove, dove c´è eco o per altri, dove non c´e possibilità di replica. Mattina nuvolosa, mantovana malinconia della brezza del lago, al lavoro, pensò scrollandosi di dosso quei ricordi. Primo e terzo piano: le camere dispari, meno male. I numeri pari sono sempre storie ordinarie. Organizzato il carrello e presa la manciata di cioccolatini, sotto lo sguardo di Arturo il barman, sorrise. L'ascensore che vomita le cinghie ad ogni sosta ai piani ti sveglia se non altro. Cominciamo, pensò, cercando uno sguardo cui dire, buongiorno. Le stanze oggi sembrano in ordine: poca polvere e i bagni puliti. La undici, briciole ovunque. La quindici: una bottiglia di vino Cileno, i gusti sono gusti, mai come il clinto di Mario, hanno dormito e se ne sono andati. La diciannove: do not disturb, passo più tardi. La ventuno è aperta: ma perché non chiuderanno le porte? Non è lo stesso aprire una porta che trovarla aperta, cambia la dose di decisione con cui entra la chiave nella serratura, è diverso. Così, è diverso. La ventitré: avvolta nella totale oscurità, una scatola di medicine sulla tele, una confezione intatta di biondo platino per capelli sul comodino, una forbicina aperta sul letto, porta sfiga, meglio lasciarla sul tavolo, una lametta da uomo sul lavabo, la butto è meglio, fazzoletti sporchi di trucco, tonalità un po' troppo scure per una bionda, ha casini, pensò. La ventisette: apriamo la finestra, valigia sul letto, semiaperta su un lato, una camicia azzurra sulla poltrona, è un uomo. Una rivista d'accessori per macchine industriali, i posacenere tutti pieni, cravatta italiana, buon gusto. La valigia è nera, non c´è il nome. La camicia abbracciata a se stessa, le maniche prese sul petto. E questo cos´ha? Vediamo un po' cosa si può vedere: altre camicie azzurre, calzini beige, una macchina fotografica, un libro, un'immagine di Sant'Antonio. La scrivania sembrava gridarle, sputarle sulla schiena, GIRATI ILARIA, sino a che ci riuscì. Si avvicinò con il cuore nello stomaco, con lo stomaco negli occhi, pupille scintillanti che risuonavano nella stanza, facevano rumore. La foto? No, la stessa foto! È un uomo allora, è tornato! I cestini, cosa c´è dentro? Nulla, fazzoletti di carta umidi, pacchetti di sigarette, un ticket di un ristorante. Alle sette? Cena presto. La foto, e la lettera? Avrà finito poi di scrivere la lettera? Dai, Ilaria lavora! Respira: letto, lenzuola, saponette, posacenere, bagno e asciugamani, l´accappatoio umido sul bidè, bottiglie d´acqua. Improvvisamente si apre la porta in stanza, scagliata con inerzia sulla parete. Ilaria si paralizza un istante e indugia nel bagno. Lui tossisce, la porta si chiude, si ferma, cammina lentamente, è sui 50 pigramente prosciugati, un giornale sotto il braccio, passa vicino alla foto, la prende, la spolvera contro la giacca. 
Lasci signore, faccio io, disse. Non l´avevo vista …grazie, rispose lui. Occhi neri in un viso affilato, dentro, lo sguardo di chi non ha saputo concludere qualcosa. Finisco in pochi minuti, Ilaria dal bagno. Non c´è fretta, faccia con calma, rispose sdraiandosi sul letto appena fatto. Il suo corpo: pieghe infinite che crepano fin sull'orlo del copriletto, schiantandosi sulle cuciture, dileguandosi nei colori accesi del velluto demodé. Ogni movimento, una morte, una qualsiasi va bene. Ilaria con mosse decise e frettolose, cerca di finire in fretta però lo straniero ha portato con sé, cenere, rughe, disordine improvviso. Un odore amaro e conosciuto invade la stanza, impregnando ogni cosa, ovunque scaglie di tempo. Avvertiva lo sguardo, conficcato da qualche parte su di lei, sapeva che avrebbe detto qualcosa. Lei non è argentina vero?, disse. No, sono italiana, perché si vede? rispose. Con gli occhi la cercava, lei, scaraventò lo sguardo altrove. No, se mi permette, si sente! Ilaria non capiva, parlo dell'accento, disse lui. È del nord, immagino, sorrise. Ilaria, sudario, Ilaria, casa e mosto, Ilaria, tellurico spasmo, Ilaria, sogno prefabbricato in tuta da ginnastica con identica taglia, tessuto e disegno, Ilaria, sigillo, Ilaria, carta d´identità scaduta, italiana d´Argentina. Sono di Mariana, ma sono nata a Castelbelforte … Mantova, disse timidamente. Lui si sollevò dal letto; le pieghe, assorbite alla foce. Mantovana? Che coincidenza, i miei nonni erano originari di Medole, però io sono nato qui, disse lui. Il cavallo aveva mangiato la regina, ancora una volta, una mossa senza precedenti: diagonalmente inatteso, sbadato anfratto, stratega involontario armato di polvere su polvere, Pampas della Bassa, il Che contro Virgilio, scacchiera di paglia bruciante. Quella stessa sera, di nascosto, cenarono al ristorante del centro, Lui parlava in italiano, del clima, della vita, della famiglia, delle risorse minerali, lei sorseggiava acqua, Lui mangiava, lei parlava del gatto, Lui pensava, lei parlava del vino e di Maddalena, Lui taceva, lei pensava, Lui taceva poi chiedeva dell'Italia, lei rideva, lei taceva la foto e la lettera, Lui chiese di rompere solitudini. Lei gli parlò d´amore, di quello vero, quello che a prima vista ti spezza gli occhi e qualcos'altro. S'intagliarono con sorpresa, corpi di cristallo, avvolti da un'ira imprevista. Ira dell'aria che entrava dalla finestra, in stanza, fottendo le tende, trascinando lettere ancora da pensare, parole ancora da scovare, travolgendo bolli, pensili radici senza mondo. Poi, il dopo. La non appartenenza che godere il corpo dell'altro ti trascina via: messaggi, brevi telefonate, agili frasi, pochi incontri, sottintesi desideri, ora dell'uno poi dell'altra senza poter coincidere. Lui lasciò Buenos Aires per lavoro, lei, semplicemente un giorno, sparì. 
Dopo qualche mese, Lui riapparve con in bocca un mondo, parole. Smisurate sillabe gli si erano incollate al palato, conficcate tra le gengive; intrappolato dalla lingua un gusto. Cercarla, con un'esplosione in fronte e un desiderio immobile dietro la chiusura lampo: un arpione per creare il verbo. La cercò ovunque: con Maddalena, all'Hotel, alla scuola, coi vicini. Nulla. Lo osservavano rasentando le ciglia come se non volessero assistere, non sapessero riconoscere l´amore vero, quello taciuto dietro ai pantaloni, che smonta il petto, rosicchia le mandibole, ti piega e abbandona in una stanza di una qualunque città, ti fa da guida e da turista, insonne ninna nanna di chi non ha nulla da rimproverarsi. Non sapevano. Sembravano. Dicevano. Mormoravano. Invisibili attori. Sbadigliare in certi momenti è una condanna. Arturo, il barman, lo raggiunse fuori un pomeriggio, in cui per l´ennesima volta tornò all'Hotel per avere notizie. Con voce passata di moda Arturo gli disse: " vendo camicie italiane, 30 dollari, misto cotone" . 
Lui non rispose, solo, se fue. 
Mariana, come arrivarci, doveva essere un paesino sperduto, pensava sull'aereo. Arrivò a Mantova in treno. Gli dissero di tornare indietro; rotaie infuriate su Castellucchio, a ritroso, scese a Marcaria.Cos´è che vuole? ,interrogò la signora della biglietteria. Lui era stanco, cercava un tassì. Qui non ce ne sono! Tra un'ora c´è un autobus o faccia l´autostop. Lui, lisciando con le mani la sua camicia azzurra, palmo senza parabole, occhi spalancati su nebbia padana, estremità da raggiungere solo con certezze, radici contraddittorie di chi non ha tempo di chiedere il prezzo delle cose. Prese l'autobus arrivò al centro di Mariana: tre case, una sola ed unica piazza sfiorata da due strade. Una chiesa. Un bar. Sembra che suonò quasi tremando alla prima casa, lo mandarono alla seconda. Dicono che risuonò quasi sudando alla seconda, lo mandarono alla terza. Si mormora che alla terza non c´era campanello e che bussò parecchie volte prima di ricevere risposta.
Voce di donna dietro la porta chiusa - Chi è ?- 
Lui - Mi scusi! Buongiorno.Cerco una persona…!
Silenzio.
Lui - Sono appena arrivato dall'Argentina e …
Silenzio.
La porta si socchiuse.Una giovane donna, pettinata, aveva un bimbo in braccio e l'aria di chi volesse sapere.
Voce di donna, diffidente, dietro la porta - Buongiorno? Desidera?
Lui - Buongiorno, mi scusi, cerco una persona … una donna … Ilaria … ci siamo conosciuti a Buenos Aires e volevo sapere se Ilaria … è tanto che la cerco … è qui?
Voce di donna su una porta quasi aperta - Ilaria? … Ilaria? Mi sta prendendo in giro vero?
Lui - No, perché mai! Ilaria, Ilaria …Albertini … vive qui?
Voce di donna sulla porta spalancata - L'unica Ilaria di questa famiglia era la figlia di mia zia.
Silenzio.


A Barbara Marcheselli, custode dell'eco.

Patrizia Marcheselli




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