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EMIGRANTE PER FORZA
Non se ne farà mai una ragione un ragazzo di dieci anni,se viene costretto ad emigrare con la sua famiglia da Mantova.
Primi anni cinquanta e tante famiglie trovano lavoro all'estero: il miraggio di una ricchezza o forse la necessità di sbarcare il lunario meglio che in Italia.
Forse i suoi genitori non erano fra i costretti , ma Ennio , a dieci anni , si! E poi all'improvviso!
A quel tempo era solo il padre che prendeva le decisioni più importanti, magari qualche volta (non sempre) condivise dalla moglie.
Ma era essa stessa costretta a seguire il marito (lo imponeva addirittura il giuramento fatto in chiesa il giorno delle nozze, che recitava come la moglie era obbligata a seguire il marito!), ma i figli erano assolutamente innocenti; però, non avendo alcuna voce in capitolo, non contavano proprio nulla! Specialmente loro si trovavano ad essere completamente sradicati dalla loro società dalla loro vita: improvvisamente, e
senza alcun merito, si accorgevano di perdere amicizie con le quali avevano condiviso l'infanzia, e con le amicizie anche il loro passato, forse presente ed anche una parte del loro futuro.
Per anni ci eravamo cimentati nei giochi dei bimbi in San Leonardo, nel cortile della parrocchia dove era stato ricavato da sempre, un assurdo campetto di calcio, talmente minimo da non essere nemmeno paragonabile ad un campetto di pallacanestro.
Noi tutti, Enio compreso, giocavamo a " s-ciancol " o alle "bile " o ai "quercin" o ai "figurin" utilizzando termini dialettali che per noi costituivano la nostra unica parlata.
Tornando all'assurdo campetto di calcio della parrocchia di S. Leonardo, dove tuttora nulla è cambiato e tutto è verificabile, credo che sia l'unico spazio in cui si sparano calci ad un pallone, pur avendo al centro un enorme, gigantesco ippocastano dalle dimensioni di un bao-bab.
Già allora, ai primi anni cinquanta, erano necessari quattro o cinque ragazzini per circondarne il tronco.
Però, nell'economia della partita, questo albero aveva una sua funzione insostituibile, che era quella di essere un giocatore aggiunto a tutte due le squadre in campo, che sapevano di contare su di esso per scartare l'avversario, per ubriacare il pallone, per utilizzarlo come rimpallo. Insomma, un giocatore importante, ma per tutte due le formazioni ! (oggi ciò si chiamerebbe "par condicio").
Ed il nostro Ennio, che abbiamo visto "sparire" da un giorno all'altro per una decisione presa dai suoi genitori, era uno dei nostri, in tutti i nostri giochi, quando ci
fiondavamo in piazza Virgiliana, quando cavalcavamo le mura, quando ci aggrappavamo a quella scaletta in ferro i cui resti sono ancora visibili, per planare sul lago di mezzo, fra i "curot" (isole galleggianti), i "trigoi" (castagne di lago), e tutta una flora e fauna di un lago allora ricco di tutto, comprese "ponghe" grosse come gatti a cui noi davamo incoscientemente la caccia.
Ennio era un nostro compagno anche quando ci riunivamo nella "banda" di rione per contrastare quelle avversarie.
Il massimo dei danni, a quei tempi, era quello di lanciare qualche sasso ai lampioni dei giardini, che sicuramente non si divertivano, ma mai ci perdoneremo di essere stati i precursori dei sassi lanciati sulle autostrade.
L'avessimo immaginato, ci saremmo limitati al solo lancio delle figurine "Panini"! Oggi avrebbero lanciato solo coriandoli o al massimo fogli di block notes.
Ennio partecipava con entusiasmo alla vita nostra, ai nostri giochi, alle nostre attività.
Conservo con cura, a dir poco maniacale, la fotografia che ricorda una comunione in parrocchia, dove tutti noi, quaranta o cinquanta, o forse più, lui compreso, raccolti sul sagrato della chiesa di San Leonardo, con abiti che parevano divise per i maschi e vestiti simil-spose per le ragazzine.
E' stata l'ultima volta in cui il nostro compagno è apparso in pubblico, e con noi.
Per i primi tempi dalla "Merica" è giunto qualche scritto, poi solo cartoline che si sono a mano a mano diradate. Poi nulla: Ennio era stato fagocitato dal sistema inventato dai suoi e nostri progenitori.
Ma il sangue non è acqua e la propria origine non si può dimenticare.
A distanza di quaranta anni, uno di noi, per caso in vacanza dalle parti dove quello era emigrato, si è sentito chiamare per nome: era stato riconosciuto!
Baci, abbracci e lacrime, non solo di gioia o di commozione, ma anche di disperazione per un'infanzia rimasta solo nei ricordi.
In compenso, baci, abbracci e lacrime sono diventati un vessillo da sbandierare e da riportare in patria a tutti quegli amici, anche se qualcuno purtroppo non potrà più riceverlo, con i quali ancora rammentava di aver giocato a "s-ciancol", senza dimenticarsi le spensierate partite di pallone delle quali ricordava un solo avversario: l'ippocastano piantato nel mezzo del cortile della parrocchia.
Luciano Dosoli
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