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Due sacchi di farina
Chirundu, Aprile 2002
Ciao Luna. Mi riesce facile volerti bene. Non solo perché sei lontana. E si sa, da lontano è tutto più desiderabile. Guardo il cielo e non ti vedo. Questa sera sei in ritardo. Come mai? Vieni meno alla tua promessa, o alla mia attesa?
Le mie promesse e le loro attese. Ecco un grande cruccio. Io non prometto, anzi,
addirittura nego che sia giusto dare ciò che insistentemente mi chiedono. Mi
vogliono per i miei denari, per la mia auto, per i miei appoggi e le mie amicizie. Non vogliono me. Non vogliono ciò per cui sono venuto. Che io ci sia o non ci sia, nulla cambia. Ciò che conta è che ci siano i servigi che posso dare. E, dal momento che questi servigi io nego, è meglio che io non ci sia, o è meglio che venga un altro, o è bene che io venga costretto a essere un altro, quello che non sono.
È questo che significa essere servi inutili?
Già è triste accorgersi di essere benvoluto non per ciò che sono ma per ciò che
porto. Figurarsi cosa significa sentirsi malvoluto per ciò che mi rifiuto di portare. La nostra vita di preti in missione, secondo il nostro desiderio, deve essere illuminata da conversazioni spirituali, dall'intensità della preghiera, dalla vita di una chiesa non soffocata da burocrazie - qui in Africa deve essere possibile che la chiesa sia così. Ho voluto domandare di vivere in una chiesa dove non ti capiti di incontrare persone che soprattutto vogliono servizi religiosi, bensì speranza, annuncio della pasqua. Ho desiderato un'opportunità per conoscere cristiani che gioiscono della scoperta giovane, nuova, fresca, recente… del vangelo. Ciance!
È un'illusione credere che possiamo essere qui a parlare di Gesù solo e puro. Non possiamo lasciare a casa la nostra cultura, italiana, occidentale, romana. Sono
disposto ad concedere che le mie attese siano sbagliate, perché condizionate dal
mondo in cui ho vissuto e dal quale sono stato educato; e non posso imporre
questo mondo ai miei fratelli nati sulla sponda sinistra dello Zambesi, che qui è
proprio a metà del suo viaggio. L'acqua che bevo è sgorgata nella foresta, oltre
mille chilometri più a monte, ed è passata dal salto delle cascate più maestose del mondo. La corrente, che scorre sotto la porta della casa dove abito, dopo
altrettanta strada, per rapide, sbarramenti e corsi placidi, andrà a riempire
l'Oceano Indiano. Chi sono io per venire a turbare i ritmi millenari di questo
continente che non conosco? Gesù lo può, non io. Ma accettatemi per quel che
sono. Sono solo un compagno di viaggio. Ho smarrito la strada? Mi trovo qui oggi. Mi volete cacciare?
Ho smesso di predicare; o forse non ho mai iniziato. Non ho mai pensato di volere
insegnare; ho solo voluto imparare, assieme a loro, Luna. Ho, per questo,
rinunciato alle consolazioni che la vita riserva al predicatore o al maestro. Un
alunno riverente, sul quale versare i propri affetti frustrati, non è negato a nessun pedagogo. Un gruppetto di uditori depressi, che rispondono al solletico del tuo
orgoglio di apostolo, non sono mai mancati forse neppure a don Abbondio. Ma io vi
ho rinunciato. Ma sono solo.
Un'alternativa sicura c'è, a questa delusione. Basta aprire il portafoglio. Ma questa
è la morte dei miei sogni più nobili.
Dove getto la mia ancora? Non ho la pretesa di trovare un porto sicuro. Mi basta
che, nella tempesta, dalla barca possa gettare una fune a cui è legato un sasso, che si appoggi a un fondale solido. Tutte le tecniche conosciute sono fallite. Non la
mia fede, ma i sentimenti si, vagano alla deriva. Apro la mia Bibbia e leggo di
Paolo:
Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra, ma scorgevano un'insenatura con una spiaggia e là volevano, se fosse stato possibile, spingere la nave. Staccarono le ancore tutt'intorno e le lasciarono andare a mare, allentando nello stesso tempo gli ormeggi dei timoni, e alzata la vela maestra al vento tentavano d'approdare alla spiaggia. Ma si imbatterono in una secca tra due correnti e fecero incagliare la nave: la prua, piantata nel fondo, rimaneva immobile, e la poppa veniva sfasciata dalla violenza delle onde
(Atti degli Apostoli 27,39-41).
Sono in buona compagnia?
È con queste inquietudini, che mi sono alzato 'sta mattina. Non sarò capace di arrivare a sera senza qualche consolazione, oltre che poter rimirare te nell'oscuro della notte, mia, ma lontana, Luna. Ed è così che, prima di partire per Maravaniyka, carico in macchina due sacchi di farina.
In questo periodo di carestia, dove tutto ciò che è più essenziale sale di prezzo in modo insostenibile, Camillo ha fatto arrivare un camion di sacchi di farina di mais. Li faremo distribuire nei villaggi della nostra parrocchia al puro prezzo di acquisto, evitando la rapina di chi approfitta dei tempi grami per guadagnare l'inverosimile sfruttando la scarsità di cibo e la fame delle famiglie. Eppure, nemmeno il prezzo politico della nostra fornitura è al livello delle disponibilità dei parrocchiani, e i sacchi rimangono in deposito, e si guastano. Vedi, Luna, non è per generosità, ma per calcolo. Carico i sacchi e prendo con me tre chierichetti che subito invio al
mercato perché facciano provvista di sacchetti di cellophane.
Per strada li istruisco. Mentre nella chiesa del villaggio sto per iniziare la messa, i miei giovani complici, secondo le mie indicazioni, cominciano a svuotare i grandi sacchi e riempiono cinquanta pacchettini.
Nel frattempo noto dei movimenti fuori dalla chiesa, attorno all'automobile. Un uomo arriva con una carriola carica di un casco di banane, e lo deposita nel cassone della fuoristrada. È uno dei molti che vengono in chiesa perché alla fine della preghiera potranno chiedere il trasporto fino a Chirundu. È un comportamento usuale che mi infastidisce molto. Preferirei che venissero a messa finita e mi dicessero: "Sono qui per chiedere un passaggio". Invece No. Sono gli unici puntuali alla preghiera. Si mettono la corona del rosario attorno al collo, come fosse una collana. Mi fanno le riverenze. Ma ciò che gli interessa è la mia automobile.
Mi concentro su ciò che stiamo celebrando. Non accetto di vivere ogni momento con la delusione di essere sempre fuori posto. La chiesa di mattoni di fango e di paglia è costruita sotto le fronde di un solenne albero di tamarindo. L'aria è fresca. Il fiume scorre a poche decine di metri. Attorno a noi domina la natura. Quando ce ne andremo e scenderà la notte, questa radura tornerà ai suoi abitatori: coccodrilli, ippopotami, scimmie, serpenti, iene e - di raro - qualche elefante. Ma ora stiamo pregando. I canti mi aiutano. Il ritmo dei tamburi è gioioso. Sono circondato da bambini. I modesti vestiti portano i segni di giornate e settimane passate sedendo per terra e giocando tra le erbe. Tutti i piedi sono scalzi. Molte tra le donne, le loro mamme, siedono sulle panche di mattoni di fango e, cantando e pregando, allattano al seno i più piccoli. Pregusto la consolazione di sapere che, grazie a me, oggi tutti mangeranno.
Siamo ormai quasi al termine della preghiera. Racconto una bugia: "Un amico è venuto dall'Italia e in questi giorni è con noi. Sarebbe voluto venire a pregare a Maravaniyka oggi, ma non sta tanto bene e ha rinunciato. Si chiama Luca, come a san Luca è dedicata questa chiesa. Manda allora un piccolo segno. Un po' di
farina".
Mi vergogno di fare babbo natale. Cerco una copertura, anche perché non voglio che negli altri villaggi, quando sapranno di questa elemosina, subito esigano da me altrettanto.
La distribuzione prende avvio. Ognuno dei presenti riceve il suo sacchetto. La gioia è evidente. Ho avuto la mia consolazione. E - ciliegina sulla torta - grazie a un mercanteggiamento le cui modalità mi sono assolutamente sfuggite, la presenza del casco di banane cambia foggia. Si alza il capo villaggio e mi dice: "Ringrazia il tuo amico e portagli questo regalo da parte nostra". Nessuno chiede trasporto.
Luna, hai visto che miracolo?
Gli sconforti che vivo quando voglio con loro condividere la ricerca della speranza, si tramutano in gioia. Basta aprire il portafoglio.
Davide Colombo
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