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CAMPANE DI LIBERTÁ
San Bonifacio, Provincia di Verona, Italia.
Si sente dire che presto finirà la guerra, dev'essere vero, perché si vede molto movimento di truppe passare verso la Germania e nel mio paese pure se ne sono andati molti soldati "tedeschi".
La mia mamma stava ansiosa come tutte le donne che avevano il marito o i figli in guerra, non era questo il caso di mio
papà, giacché lui era andato a lavorare in Germania con una ditta Italiana, ed erano
più di due anni che non sapevamo niente di lui, dunque l'angoscia su questo particolare si faceva
più viva.
In quel momento io avevo poco più di 8 anni e mi era difficile capire certe cose, ma molte si, le capivo,
perché le dovevo vivere e soffrire.
Una sera si stava attorno al focolare e suona la sirena annunciando che si doveva lasciare tutto e andare ai rifugi che c'é n'erano parecchi, disseminati per tutto il paese, alcuni erano stati fatti nei marciapiedi,
però il rifugio più vicino a casa nostra era quello di andare nella cantina della scuola, che stava sempre aperta alla gente in questi casi. E
così senza perdere tempo siamo andati a rifugiarci li assieme ad altre persone, una quindicina
più o meno.
Succede che in quei tempi molte scuole, compresa quella del nostro paese, che era l'unica scuola elementare, furono trasformate in ospedali militari. Erano molti i feriti e non c'era posto per tutti nell'ospedale comunale. Si ospitavano anche nelle cantine. La nostra scuola era abbastanza grande e sotto ogni aula c'era una stanza che si usava per mettere le cose della scuola, infatti quando siamo scesi in una di queste, lo abbiamo dovuto fare con molto riguardo
giacché era proibito accendere la luce, e così con il lume dei fiammiferi o con qualche candela siamo scesi e abbiamo trovato quattro soldati tedeschi feriti, ma c'era posto per tutti noi. A tutto questo erano le dieci di sera e per le due finestrine contro il soffitto che davano sopra il livello della strada si vedeva la luce dei bengala che lasciavano cadere gli aeroplani e poi le seguivano le bombe. Si stava nel buio totale e solamente con i riflessi dei bengala e le
esplosioni delle bombe si illuminava per un attimo questo rifugio. Si sentiva pregare, piangere e anche i lamenti di dolore dei soldati tedeschi feriti, tanto che mio fratello , di poco
più di due anni, ed io, di otto, ci siamo aggrappati alla mamma senza dire nulla. Dopo un tempo -
può darsi un'ora- era finito il bombardamento ed é venuto un soldato lanterna in mano a dirci di rimanere li, perché fuori c'era pericolo: erano state colpite alcune case ed era possibile il crollo delle pareti, poi c'erano fili di
elettricità tagliati e il buio della notte aumentava l'insicurezza. Dunque siamo rimasti silenziosi, pieni di paura, fame e freddo. Con
le prime luci dell'alba si potevano vedere le nostre sagome nella penombra che mi pareva un triste quadro acquerellato in un grigio scuro, ma ecco che pian piano
cominciò a schiarirsi il giorno e dopo a poterci vedere in faccia. I soldati feriti, che chi lo sa da quanto tempo stavano
li; uno era ferito nel petto e nella testa, stava tutto con una fasciatura, a un altro gli mancavano una gamba e una mano, uno che era
già morto dal giorno prima, questo lo abbiamo saputo dal quarto soldato, ferito pure lui nelle gambe. Parlava molto poco l'italiano ma si faceva capire. Questo soldato mi
allungò un pezzetto di cioccolato che aveva in una delle tasche del suo cappotto perché capiva che nessuno di noi avevamo mangiato niente e giacché mio fratello si era addormentato me lo offriva a me; la mia mamma mi strinse a sé e non voleva che io accettassi, e allora questo soldato che non era riuscito a convincerla,
cercò nella tasca della sua camicia ove trovò una fotografia della sua famiglia e la
mostrò a mia mamma come dicendo che anche lui aveva una famiglia. Nella fotografia stavano la sua mamma, sua moglie e due ragazzi, uno della mia
età e una ragazzina di tre o quattro anni. Mentre diceva ch'io assomigliavo molto a suo figlio maggiore gli cadevano le lacrime e tornava a offrirmi quel pezzetto di cioccolato, finché ad un tratto mia madre
lasciò di stringermi e mi permise ricevere
ciò che mi dava questo soldato con tutto il suo cuore e comprensione di padre, e mentre mi consegnava il cioccolato con una mano, con l'altra mi accarezzava la testa dicendo "bel biondo, bel biondo", poi chiuse gli occhi come pensando ai suoi che da tempo non vedeva a causa della guerra e
cominciò a singhiozzare e a dire parole che non si capivano.
Dopo un lungo tempo, un'ora più o meno, abbiamo sentito molto chiasso sulla strada e le campane suonando, siamo usciti dal rifugio ed era vero, aveva finito la guerra per noi. Tutta la gente si abbracciava piangendo di allegria. Mentre le campane non smettevano di suonare, io guardavo come le colombe
volteggiavano attorno al campanile, come festeggiando nel loro volo un'aria di
libertà.
Quante mamme e quante spose sono vissute nella speranza di ritrovarsi con i loro cari, ma purtroppo moti di essi non sono mai tornati.
Quella notte e quel giorno non li dimenticherò mai, sebbene dopo tutto e
grazie a Dio, noi siamo stati fortunati e possiamo raccontare tutto questo che suona a orrore, anche perché pochi giorni dopo finita la guerra é ritornato a casa mio
papà.
Gli anni successivi furono assai brutti e duri, solo l'unione della famiglia pareva essere l'antidoto che ci dava forza a continuare nella speranza d'un cambio. Ma non c'era lavoro né garanzia di vita. Tutto stava distrutto e in
più si dovevano chiudere le ferite prodotte dall'orrore della guerra.
Così mio padre nel '48, stanco di soffrire tutto questo decide di venire in Argentina a fare l'impianto di una fornace e nel '50 l'abbiamo raggiunto noi,
cioè mia mamma, mio fratello ed io, e qui ci siamo rimasti. Questa é la
realtà della nostra immigrazione e questo non si tratta di un semplice racconto creato dalla fantasia,
bensì di una narrazione sulla vicenda personale legata alla realtà.
Oggi i miei nipoti mi chiamano "nonno", penso molto a loro e al loro avvenire, io conservo intatta la mia
identità d'origine come molti connazionali di prima generazione, per i quali c'é la
responsabilità di coltivare questo che é l'epopea d'un popolo. La realtà
della nostra immigrazione che nel corso d'un secolo ha creato un'altra Italia sparsa per tutto il mondo, é oggi un bivio: o viene riconosciuta dalla cultura ufficiale italiana e dal governo per parti che a entrambi compete da lungo tempo; oppure é destinata ad essere assorbita nella
realtà delle singole culture delle quali é ospite, con diversi livelli di apertura e quindi a perdere
irrimediabilmente quanto rimane intatto della sua identità d'origine. Per questo si deve fare tutto
ciò che si possa per mantenere viva la fiamma delle nostre radici come patrimonio morale e culturale da trasmettere ai nostri figli e nipoti; che
esiste un passato che li appartiene per diritto, altrimenti sfuggirá nel tempo l'esistenza della nostra stirpe e l'essenza del suo glorioso passato.
Giorgio Valter Malgarise
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