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L'alba
Da lontano e sotto quei lampioni dovevamo sembrare tre allampanate anime notturne. Edi soprattutto, lui con i suoi Ray Ban permanentemente sul naso. Erano le cinque di mattina d'un gelido gennaio, faceva freddo da battere i denti e io e Bepo ed Edi stavamo ritornando mezzi ubriachi all'auto dopo aver perso l'ennesima cifra al casinò.
Non era stata una granché gran nottata. Io ero partito con un milione, ne avevo guadagnati 12 ed ero andato sotto di quattro, Edi ne aveva persi 5 e Bepo sette. C'eravamo giocati quello che non avevamo e alla fine quasi c'avevano sbattuto fuori dal casinò
perché Edi s'era messo a litigare con un croupier che gli aveva chiesto di togliersi gli occhiali durante il gioco.
Non sapevamo perché il tizio avesse voluto che Edi si togliesse gli occhiali pero, inserito nel suo contesto di dandy italiano in Slovenia, Edi aveva continuato a giocare senza neppure rispondergli. Erano un paio di Ray Ban modello Predator, da 500.000, e con quello che gli erano costati non aveva nessuna intenzione di toglierseli così che il tipo aveva insistito fino a che Edi gli aveva dato dello slavo di merda e l'altro aveva chiamato la sicurezza interna del casino.
Alla fine Edi aveva dovuto togliersi gli occhiali e dei tizi c'avevano filmato con una telecamera dicendoci che la prossima volta che montavamo un numero come quello potevamo scordarci l'entrata a tutti i casinò della regione.
Modello Predator, ragazzo, modello Predator.
Adesso, li fuori, Bepo non comprendeva perché andasse in giro con uno come Edi, con uno che stando in Slovenia non trovava nulla di meglio da fare che chiamare al tipo con cui stava litigando slavo di merda.
"Sei proprio un idiota" gli disse infine "un idiota tricolore all'estero però non per questo meno idiota di quanto non lo saresti in Italia".
Edi non si curò di sentirsi chiamare idiota da Bepo. Gli doveva qualche milione e non era il caso di mettersi a litigare per una stronzata che avrebbe dato all'altro il pretesto per togliersi di torno
senza pagargli quello che era suo.
"Il tuo problema è che con gli yugoslavi ti caghi sotto" gli rispose barcollando "altro che balle, ti caghi sotto".
Bepo si mise a ridere e s'appoggiò esausto al cofano d'un auto.
"Dev'essere per quello che c'hai chiamato per darti manforte appena arrivati quelli della sicurezza" rispose.
Io ruttai.
"E che con gli yugoslavi non sai mai come si mette" risposi "sono più falsi degli arabi".
Edi si fermò e mi dette una botta sulla spalla.
"E vero" disse "quando ne aveva avuto l'occasione il Duce avrebbe dovuto sterminarli".
A me non pareva che il Duce avesse mai avuta l'occasione di farlo. Mi pareva di ricordare, invece, che fossero stati loro che c'avevano dato delle belle legnate. Fosse come fosse ero troppo ubriaco come per tirar fuori le mie nozioni di storia contemporanea. Preferii tirarmi in parte a pisciare sull'orlo d'un fosso.
"Bravo" disse Edi "quello che ci vuole è una bella pisciata".
Iniziò a pisciare pure lui e ancora appoggiato al cofano Bepo si mise a ridere da solo.
"Bravi" disse "così almeno lo utilizzate per qualcosa".
E aveva ragione. Per lo meno che utilizzassimo l'uccello per pisciare.
"Chi non piscia in compagnia ...".
Pisciammo il Piave e infine ce lo rimettemmo nelle mutande e barcollando raggiungemmo Beppo schiantandoci addosso al cofano
"Affanculo" disse Edi disteso sul cofano con gli occhi chiusi "dovremmo dare una lezione a 'sti yugoslavacci di merda".
"Già" risposi io ruttando un altra volta "una le... lezione".
In realtà io non sapevo neppure a cosa Edi si riferisse però se diceva che dovevamo dargli una lezione sissignore, io non avevo nulla in contrario.
"Bruciamone uno" disse allora Bepo.
Edi si mise a ridere. Iniziò a ridere e continuò a farlo fino alle lacrime. Poi, quando già non ce la fece a controllarsi si tirò su, dette un calcio al cofano dell'auto dov'eravamo stesi e ripetè quello che aveva detto Bepo.
"Si" disse allora "buona idea, bruciamone uno".
Io non sapevo come avremmo potuto fare per bruciare uno yugoslavo però gli altri due mi sembravano convinti.
"Bruciare che" ?
Mezzo intontito non ero sicuro di quello che stavano dicendo.
"Bruciare un ... yugoslavo" ?
Edi guardò Bepo.
"Si" rispose "un vagabondo, bruciamo un vagabondo yugoslavo".
Non era che l'idea mi facesse fare salti di gioia, sapevo che Bepo aveva bruciato una gatta una volta, che lui e suo fratello le avevano dato fuoco rimanendo a vedere mentre la disgraziata correva su e giù nel pollaio peró dar fuoco a un uomo non era la stessa cosa.
Come correva la figlia di puttana, ja, ja, ja, come correva.
Le avevano appiccato fuoco rovesciandole in cima una tanica di benzina con la gatta che li guardava come se la cosa non le interessasse in assoluto, come se non stessero per lessarsela viva. Bepo m'aveva raccontato che quando le avevano dato fuoco alla coda era rimasta immobile a grattarsi come se il fumo non la riguardasse, come se stesse passando di li per caso e il fumo uscisse da una finestra di una qualche casa isolata. M'aveva raccontato che l'animale aveva miagolato di dolore solo con la coda già in fiamme, che s'era resa conto di quello che stava succedendo solo quando il fuoco aveva iniziato a bruciarle il muscolo interno.
Si girava in tondo, la stupida.
Nel tentativo di spegnere le fiamme aveva iniziato a far capriole. S'era schiantata addosso alle pareti del pollaio saltando come un canguro e facendo capriole come un pagliaccio del circo. Lasciando dietro a se una scia di fumo aveva continuato a correre per una decina di minuti fino a trasformarsi in una palla di fuoco e alla fine s'era raggomitolata su se stessa ed era rimasta li ad abbrustolirsi dando calci all'aria fino a trasformarsi in un puzzolente pezzo di carne annerita e fumante.
Ciononostante un uomo sarebbe stata tutta un altra faccenda.
"Un vagabondo" ripete Edi "per la miseria si, bruciamo un vagabondo".
Io non sapevo se scherzavano però se le cose si fossero fatte troppo pressanti avrei fatto in tempo a tirarmi in dietro
"Ok" risposi allora.
Non volevo sembrare il pirla di turno, quello che rovina tutti i piani.
"Vamos" dissi.
Ci tirammo su dal cofano sbombato dell'auto dove c'eravamo distesi e ci dirigemmo all'auto. Non credevo saremmo riusciti a trovare nessunissimo vagabondo però iniziammo a cercarlo. Salimmo in auto, mettemmo in moto e uscimmo dal parcheggio.
Con le teste che giravano silenziose a destra e a sinistra sembravamo tre terminators.
Ray Ban modello Predator ragazzo, modello Predator !.
"Con cosa lo bruciamo" chiesi.
"Ho fatto il pieno" rispose Edi "quando lo troviamo fermiamo la macchina e per travasare prendiamo una gomma che ho nel bagagliaio, un paio di litri basteranno".
Non avevo nessuna voglia di bruciare un vagabondo.
"Perfetto" risposi.
Probabilmente nessuno aveva voglia di bruciare il barbone però ne Bepo ne Edi si tiravano indietro.
"Perfetto" ripetei.
Girammo una decina di minuti attorno al casinò. C'erano solo auto sportive e agenti bancari. Era ancora buio. File di lampioni illuminavano la strada deserta. Aveva piovuto da poco e il riflesso delle lampade a gas illuminava Capodistria, sembrava una Venezia alla
quale avessero asfaltato i canali.
Girammo in tondo senza trovare nessun vagabondo.
"Dovremmo andare alla stazione" disse Bepo.
"Ci sarà la polizia". "Polizia yugoslava" rispose Edi "mi fa ridere".
"A me fa ridere anche il Milosevich".
"Non dirai così quando Slobo verrà nella sala di torture e t'applicherà l'elettricità ai coglioni" disse
Bepo. "Slobo dovrebbero bruciarlo".
"Ho letto che in Irak è ancora peggio" dissi io "ti dissolvono le mani nell'acido o ti trapanano le ossa dal vivo".
"Dovrebbero bruciare anche Saddam".
Girammo l'auto e ci dirigemmo verso la stazione. La città era deserta. Un paio di persone camminava rapidamente verso il nulla. Pareva una città che stesse vivendo il suo primo inverno nucleare.
"Probabilmente dev'esserci un cecchino da qualche parte, un maledetto cecchino appostato esattamente sopra quel campanile".
"Dovremmo accelerare" ripose Bepo.
"Ti prenderebbe ugualmente se ne avesse voglia" ripose Edi "ti farebbe saltare quella maledetta testa di cetriolo che hai e neppure te ne renderesti conto".
Svoltammo a sinistra.
"Sai come si chiama un kamikaze iraqueno" chiesi. "Come".
"Saddammurí".
"Ecco la stazione" disse Bepo da dietro.
"Saddammurí" ripetei "non lo capite ? Saddamurí".
"Passa da dietro".
"Com'è che conosci così tanto la stazione" ?
"Ho dovuto ritornare a casa in treno un paio di mesi fa" rispose Bepo "avevo perso anche i soldi della benzina. Passa da dietro".
Arrivammo alla stazione dal viale principale. Era una stazione grigia e piatta, senza angoli. Un unica parete in cemento armato monocolore, il prototipo del edificio
pubblico comunista. Dopo la perestroyka e il dissolvimento della Yugoslavia avevano tentato di darle un pò di colore togliendole la stella rossa dal tetto piano sostituendola con un enorme hamburger Mc Donalds di plastica. Avevano sostituito il comunismo con degli hamburgers. Benvenuti al felice mondo multicolore occidentale, ragazzi.
Ci dirigemmo alla zona dello scarico merci, dietro alla stazione. I capannoni erano in mattoni stile Oliwer Twist, fumi grigi uscivano da locomotrici in sosta con motori accesi, incroci di binari e vecchi vagoni comunisti modello vorrei ma non posso che sostavano stanchi. Un paio di locomotive a carbone faceva manovre mentre deboli luci giallastre si stampavano sui freddi e potenti binari.
Capodistria blues.
Sotto a delle pensiline c'erano dei furgoni parcheggiati gli uni vicini agli altri, furgoni della posta e dei giornali. Decine di biciclette appese a dei ganci.
"Non ci sarà nessun vagabondo" ?
La strada piegava a destra e scendeva verso il centro della città.
"Dovremmo parcheggiare e scendere a dare un occhiata". "OK".
Parcheggiammo nella zona dello scarico merci, in sosta vietata, e scendemmo a dare un occhiata. Non avevo voglia di scendere a cercare vagabondi nella zona di scarico merci, era buio, faceva freddo, c'era un sacco d'umidità e sicuro che da qualche parte c'erano anche dei cani addestrati ad azzannare gli italiani che andavano in yugoslavia a bruciare vagabondi. In realtà volevo andarmene a casa.
"Vamos" dissi.
Edi chiuse a chiave l'auto. La chiusura centralizzata scattò e rimanemmo intrappolati fuori dall'auto.
"Sotto a qualsiasi pensilina".
Ci dirigemmo verso una zona isolata. Tre persone dormivano coperte da cartoni stringendo vuote bottiglie di vino rosso sotto a una pensilina. Una di loro russava.
"Sono tre" disse Bepo. "E allora" ? "Troppi".
"OK. Cerchiamo ancora".
Continuammo ad avanzare lungo le pensiline.
"Non vedo l'ora di bruciare lo stupido" disse Edi.
Probabilmente anche lui si stava chiedendo che cazzo stessimo facendo li.
"Hai la benzina" ?
"Prima lo troviamo, no" ?
"Dovremmo farlo rapidamente" rispose Bepo "dovremmo già avere la benzina".
"D'accordo" rispose Edi.
Ritornò all'auto e io e Bepo accendemmo uno spagnolo. Ogni volta che aspiravamo dalla sigaretta la piccola brace si illuminava. Era la unica cosa calda del pianeta. Tutto il resto era morto da milioni d'anni. Lento un treno merci salì dalla stazione.
"Ci vorrebbe del fumo" dissi.
"Vedrai fra un pò che fumo".
Bepo sembrava deciso però sapevo che anche lui non voleva bruciare nessuno. Mi guardò in silenzio.
"Che ne pensi" mi chiese. "Di cosa" ?
"Si" disse "di questo, della storia del bruciare un vagabondo".
Stavo per rispondergli però tornò Edi.
"Ecco il combustibile" disse ritornando con una vecchia bottiglia di vetro di Coca Cola, di quelle da un litro e mezzo "ho girato l'auto per ripartire sgommando, l'ho già parcheggiata sulla strada".
Lo guardammo .
"Lo facciamo e si sgomma via". "Hai del fuoco" ?
"Pero cazzo, se state fumando. Il fuoco ce l'avete voi, no" ?
Bepo annuì.
"Andiamo a vederere sotto le altre pensiline".
Uno dei tre che stava dormendo sotto ai cartoni si girò su se stesso, scatarrò violentemente e ritornò ad addormentarsi.
"Ti è andata bene, tesoro" disse Edi.
Due auto della polizia passarono veloci sulla strada con i lampeggianti accesi.
"Polizia yugoslava" disse Edi "mi fa ridere".
Ero contento che gli facesse ridere. A me non faceva ridere, quando la vedevo alla frontiera di Gorizia mi faceva sempre un pò d'impressione. Non aveva le pistole più piccole di quelle della polizia italiana ed ero sicuro che sapesse usarle uguale o più di rapido.
"Troviamo questo cazzo di personaggio e bruciamolo d'una buona volta" disse Bepo come se si trattasse di bersi l'ultimo bicchiere prima d'andarsene "sto iniziando a rompermi le palle". "Perfetto" risposi.
C'era stato un periodo della mia vita in cui avevo idolatrato i vagabondi. Non ricordavo quanto durò però si fu abbastanza lungo. Dovevo essere già uscito
dall'adolescenza da un bel pezzo eppure continuavo ad immaginarmeli come tipici anti-eroi metropolitani, coloro che avevano detto no sia alla stella rossa che al hamburger gigante del Mc
Donalds. I giri che da la vita, chi l'avrebbe detto che un giorno ne avrei bruciato uno vivo ?
La zona di carico e scarico della stazione non era enorme. Non c'era poi molto da caricare e scaricare nella
Yugoslavia di quel periodo. Camminammo verso le pensiline. Aveva iniziato a piovere timidamente. Le gocce non erano grandi, sembravano rachitiche, con solamente l'involucro e dentro vuote. Tutto apparenza, tutto in regola come in qualsiasi buon regime che si rispetti. Un autentica pioggia comunista.
C'allontanammo dalla zona di carico e scarico e arrivammo a un vecchio deposito abbandonato. Alle finestre non c'erano vetri, le sassate avevano fatto il loro dovere e nessuno s'era mai preoccupato di sostituire i cristalli mancanti. La porta era divelta. Se io fossi stato un vagabondo avrei scelto quel vecchio deposito per passare le mie notti più umide. E quella era una notte umida.
"Entriamo".
Salimmo gli scalini che ci separavano dall'entrata e c'addentrammo nell'oscurità. Dalle finestre filtrava la luce della stazione, una luce gialla e tenue. Pensai alle volte che avevo dormito nelle stazioni di servizio delle autostrade.
Sotto ad una delle finestre sembrava ci fosse qualcosa. "Là".
C'avvicinammo. Era un uomo. "Ci siamo" disse Edi.
Non avevo voglia di bruciarlo, non avevo voglia di bruciare nessuno e credo che anche Edi e Bepo avrebbero preferito ritornarsene a casa però era successo qualcosa da qualche parte in qualche universo che aveva fatto si che noi ci si trovasse li con una bottiglia piena di benzina vicino a un barbone che dormiva in un deposito isolato.
Il tipo era rannicchiato su se stesso, disteso su un giaciglio di cartone. Non s'era coperto ed era probabile che si fosse addormentato ubriaco. Vicino aveva mezza barra di pane e due bottiglie di vino rosso, una in piedi e l'altra di traverso.
Rimanemmo a guardarlo in silenzio, indecisi, fino a che Edi gli dette un violento calcio nella schiena. L'uomo emise un suono sordo e si portò le mani dove Edi l'aveva colpito. Guardai Edi e quindi l'uomo, non potevo fare la figura del vigliacco, lo colpii a mia volta, gli diedi un altro calcio esattamente dove glielo aveva dato Edi e quindi lo colpimmo ancora. L'uomo tentò d'alzarsi però doveva essere troppo ubriaco per farlo, Bepo gli dette un violento pugno alla base della nuca e l'uomo ricadde pesantemente al suolo.
"Barbone di merda" gridò Edi "barbone di merda".
Gli dette un calcio al viso e sentimmo il rumore di qualcosa che si rompeva, come se si fosse spezzato un secco ramo. Crack.
L'uomo emise un agonico suono e si portò le mani al viso rimanendo immobile. Io e Bepo lo colpimmo ancora con calci allo stomaco però l'uomo non reagiva.
"Bastardo, bastardo, bastardo".
E giù calci.
L'uomo non reagiva e i calci affondavano nel tessuto adiposo dell'uomo, nel fegato, nella milza.
Mentre continuavamo a picchiarlo Edi gli svuotò la bottiglia di benzina addosso.
"State indietro" disse "indietro".
Da una parte del deposito sentimmo una voce.
"Hey".
Edi tirò la bottiglia di vetro in testa al barbone.
"Dai Bepo" urlò "dagli fuoco".
Bepo sembrava incerto sul da farsi.
Io non sapevo quello che volevo fare, semplicemente non lo sapevo.
"Cazzo Bepo" urlai "dai, dagli fuoco".
Qualcuno tornò a gridare.
"Hey".
Bepo si tolse l'accendino dalla tasca, rimase li con l'accendino in mano.
Gli tolsi l'accendino e l'avvicinai all'uomo disteso al suolo.
Detti vita alla fiamma e contemporaneamente il fuoco avvolse l'uomo. Mi bruciai le ciglia e la mano. Edi e Bepo saltarono all'indietro.
"Hey".
L'uomo rinvenne. Gli abiti gli presero fuoco all'istante, dovevano essere di poliestere. Urlò e s'alzò in piedi. Tentò di spegnersi il fuoco dagli abiti e si gettò addosso ad Edi.
"Che cazzo vuoi, merdoso" gridò Edi.
Gli dette un calcio nelle palle e il vagabondo cadde in ginocchio urlando mentre il fuoco iniziava a bruciargli le carni.
"Via via" gridò Bepo "via di qua".
Corremmo verso l'uscita del deposito. Delle ombre corsero verso l'uomo che stava bruciando e una d'esse mi strattonò. Colpii a cieca con il taglio della mano, sentii qualcosa di duro che cedeva e l'ombra mi lasciò. Corremmo verso la porta, l'interno del deposito era rischiarato dalla luce del fuoco. L'uomo continuava a urlare alle nostre spalle e sentivamo delle voci che s'univano alla sua. Arrivammo all'esterno. Stava piovendo.
Corremmo all'auto, sentivo il mio respiro e tutt'attorno un fischio.
Edi aprì la portiera e le quattro porte si sbloccarono rapidamente. Prima che si richiudessero Edi aveva sgommato e stavamo allontanandoci dalla stazione. Facemmo una svolta ad U passando davanti al deposito. All'interno una debole e immobile luce sembrava spegnersi lentamente. Un gruppo di persone stava correndo verso l'entrata e un altro verso la stazione.
Ci dirigemmo verso la frontiera. Erano circa una decina di chilometri.
"Gesù, Gesù, Gesù" disse Bepo.
"Quei fottuti vestiti dovevano essere di poliestere" disse Edi.
"Gesù, Gesù, Gesù" ripetè Bepo.
Io stavo in silenzio, dietro, mi guardai la mano e m'accorsi che stavo tremando.
Modello Predator ragazzo.
Sentimmo le sirene della polizia.
A me la polizia yugoslava fa ridere.
Mi girai verso la strada che ci lasciavamo alle spalle. Vidi un auto della polizia entrare in volata nella nostra scia da una strada laterale. Luci e sirena accese, ci stava dietro.
"Oh Dio, oh Dio" piagnucolò Bepo.
Edi bestemmiò accellerando a fondo sul accelleratore. Mancavano otto chilometri alla frontiera.
"Oh Dio, oh Dio".
Un altra auto della polizia si unì alla prima e tentò d'affiancarci. Vidi come un poliziotto aveva estratto una pistola.
Mi buttai giù sul sedile posteriore mentre l'auto sbandava fortemente. Sentii i capelli della testa rizzarmisi violentemente e poi Bepo e Edi che gridavano.
Improvvisamente mi resi conto che stavamo volando, eravamo in aria. Udii il motore che girava a mille e sbattei con la testa in uno dei cristalli.
Krack. Il rumore di un qualche cosa che mi si spaccava dentro e un fischio viola e dolore alla schiena. Vidi Bepo scagliato all'indietro nell'auto, Edi afflosciarsi al rallentatore, attorno al volante. Gli penetrò lo stomaco. Tutto iniziò a girare e a girare e io sbattei addosso a Bepo e a Edi e al fottuto mondo intero e lo spazio e la materia si fusero fino a che tutto si fermò e il pensiero fu l'unica cosa che ancora esisteva di me.
Lentamente uscii dall'auto e iniziai a levitare, a inalzarmi sui rottami contorti del mezzo. Levitai dapprima lentamente e poi con più sicurezza. Vedevo luci gialle e blu e non sentivo alcun suono, solamente luci, nuove auto della polizia, rottami e plastica per centinaia di metri e agenti yugoslavi chini a vedere cosa c'era rimasto di vivo nel ammasso contorto che fino a poco prima era stata un auto con matricola Italiana .
Levitai silenziosamente, quasi sospeso ad una decina di metri dal suolo, in pace con me stesso.
Lontano vedevo le luci della frontiera con Gorizia e ancora più dietro l'alba. Ripensai a mia madre e mi chiesi se la luce dell'alba l'avrebbe incontrata nell'orto, china sulle sue melanzane coperte dalla rugiada del mattino.
Massimo Zaina
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